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Caso Jj4, la relazione ufficiale: “Né l’orsa né le persone sono riuscite a percepirsi in tempo, l’aggressione generata dalla morfologia del terreno”

Misseroni, padre e figlio, e l’orsa Jj4 (molto probabilmente con i cuccioli nelle immediate vicinanze) stavano percorrendo il sentiero in direzioni opposte, senza avere modo di percepirsi. La relazione dei forestali parla di un incontro avvenuto “inconsapevolmente” con le prove che l’animale fosse in uno stato di “forte stress”

Di Tiziano Grottolo - 12 agosto 2020 - 05:01

CLES. “L’incontro ravvicinato, sfociato in un’aggressione vera e propria, si è generato a causa di un’orografia penalizzante, che impediva sia all’orso che alle persone di percepirsi in tempo, ad adeguata distanza – e ancora – i fatti si sono svolti su una superficie molto ridotta, indice della brevità dell’attacco”. Questo quanto emerge dalle relazione ufficiale redatta dai forestali che hanno effettuato gli accertamenti nelle fasi successive all’aggressione dello scorso 22 giugno in località Torosi sul monte Peller, che ha coinvolto Fabio e Christian Misseroni.

 

Com’è noto l’orsa responsabile è stata identificata in Jj4, così come è stato accertato che con lei ci sono tre cuccioli (articoli QUI e QUI). L’aggressione dunque, sarebbe scaturita dall’impossibilità, sia per gli uomini che per il plantigrado, di vedersi per tempo. I forestali hanno ricostruito nel dettaglio le concitate fasi dell’aggressione.

 


 

Fabio e Christian Misseroni, rispettivamente padre e figlio, intorno alle 18 si stavano recando in località Torosi per effettuare delle manutenzioni al proprio capanno di caccia. Una zona dove sono affissi diversi cartelli che segnalano la presenza di orsi. Percorsi circa un centinaio di metri lungo uno stretto sentiero, arrivati in cima a un dosso, il figlio Christian si è trovato a pochissima distanza da Jj4 che subito si è lanciata alla carica. Nel tentativo di mettersi in salvo il giovane è inciampato, a quel punto l’orsa lo ha sovrastato. Preoccupato per la sorte del figlio, Fabio si è scagliato contro Jj4 venendo a sua volta aggredito.

 

L’orsa ha terminato il suo attacco solo quando il figlio, a quel punto libero di muoversi, si è alzato in piedi gesticolando con le braccia distraendo per qualche istante l’animale. Attimi preziosi che hanno permesso anche al padre di rialzarsi e gesticolare, convincendo Jj4 a interrompere l’attacco. Abbandonati zaini e quant’altro i due cacciatori sono riusciti a tornare alla macchina e raggiungere l’ospedale (in zona non c’è campo per chiamare i soccorsi al telefono).

 


 

Dalla relazione ufficiale, redatta dopo un sopralluogo dei forestali accompagnati dai cani da orso, è stato possibile ricostruire altri particolari: “L’orsa proveniva dalla direzione opposta a quella dei Misseroni, coperta alla loro vista proprio dal dosso (…) la particolare orografia impediva a entrambi di potersi percepire. Sul punto delle colluttazione – prosegue il resoconto – venivano rinvenuti degli escrementi freschissimi, fatto del tutto coerente con un contatto così ravvicinato tra uomo e orso e indice di forte stress dell’animale”. Insomma, mettendo insieme tutte le prove risulta in maniera piuttosto evidente che Jj4 abbia agito per difendere i cuccioli e solo dopo non è stata in grado di percepire per tempo la presenza umana.

 

Come riportato dal Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi centro-orientali (Pacobace), per definire un orso “problematico” è importante conoscere la storia del soggetto e studiare i suoi eventuali precedenti comportamenti anomali (QUI articolo). Il caso in questione potrebbe rientrare nel grado di problematicità 15 (su un totale di 18) “orso attacca per difendere i propri piccoli” per il quale sono previste azioni di contenimento che vanno dalla semplice intensificazione del monitoraggio all’abbattimento, passando per la cattura con rilascio in altro luogo e/o la captivazione permanente. Considerando però che Jj4 non si è mai resa responsabile di altri episodi e per moltissimi anni si erano addirittura perse le sue tracce, forse non è poi così balzana l’idea suggerita dall’ex veterinario Alessandro De Guelmi, che per anni ha seguito i plantigradi trentini, di offrire all’orsa una seconda possibilità.

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