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Convivenza uomo-orso, l'Appennino dimostra che si può. Il veterinario Liberatore: "Se questo è il modello trentino, non basteranno 10 Casteller"

Il veterinario molisano Antonio Liberatore si occupa da 30 anni di monitorare l'orso nel Parco nazionale d'Abruzzo. Grande esperto di questo animale, nelle immagini del Casteller vede tutte le contraddizioni del modello trentino. "In Italia centrale si è dimostrato che la convivenza è possibile"

Di Davide Leveghi - 14 febbraio 2021 - 14:48

TRENTO. “Non c'è bisogno di un veterinario per rendersi conto che quelle sono condizioni inadeguate, non solo per un orso”. Medico veterinario molisano, Antonio Liberatore ha una conoscenza approfondita dei plantigradi. Specializzato nell'individuare, prevenire e combattere le epizoozie (cioè le malattie infettive che colpiscono una stessa specie), si è occupato dal 2010 al 2013 all'Azione C2 del progetto Life Arctos, finalizzato alla conservazione dell'orso bruno marsicano, e dal 1991 ad ora al monitoraggio della presenza di questa specie nell'areale molisano e non solo.

 

Membro del tavolo tecnico del Patom, il Piano attuativo di tutela dell'orso marsicano, Liberatore si occupa anche di fare divulgazione su questo grande predatore, che dalla reintroduzione avvenuta in Trentino con il progetto Life Ursus tanti interrogativi ha sollevato, con polemiche crescenti in questi ultimi anni. L'aumento della presenza degli orsi sul territorio provinciale, infatti, ha portato ad un'inevitabile evoluzione nel loro rapporto con l'uomo, che sempre più spesso, in una montagna particolarmente antropizzata come quella trentina, si trova faccia a faccia con le persone, gli animali d'allevamento e così via.

 

Ad un professionista e grande appassionato come lui, dunque, non poteva certo sfuggire il video pubblicato dagli attivisti favorevoli alla liberazione dei 3 orsi rinchiusi al Casteller. Penetrati nel Centro faunistico, hanno documentato le condizioni di M49, M57 e Dj3, smentendo le dichiarazioni fatte dall'assessora Giulia Zanotelli in diretta nazionale sull'attuale entrata in letargo e avvalorando il rapporto del Cites, i carabinieri forestali, che avevano denunciato delle “condizioni di detenzione che non garantiscono il loro benessere”.

 

Le grate di ferro, la fossa, quella sorta di buco per l'ibernazione, sono una soluzione inaccettabile – spiega Liberatore – è una cattività del tipo 41bis di animali che hanno la sola colpa di aver fatto gli animali. È nella loro natura fare anche delle predazioni, per una specie che comunque è onnivora. Quando si trova in determinate circostanze, gli orsi possono anche consumare degli animali d'allevamento. Nel caso degli attacchi a persone, invece, mi pare che tutti gli episodi siano circondati dal mistero su come siano andate davvero le cose”.

 

A memoria in Appennino non ricordo alcun attacco all'uomo – continua – alcuni esemplari sviluppano dei comportamenti che li portano ad attaccare gli animali domestici, altri capita che vadano a nutrirsi negli orti. Ad ogni modo in Italia centrale, dove la convivenza è secolare, esistono e si utilizzano misure per proteggere gli animali dagli orsi, come ad esempio i proiettili di gomma che servono per dissuaderli da certe abitudini”.

 

Qual è invece la situazione tra le nostre di montagne? “Il modello del Trentino mi sembra l'opposto. Qui l'orso è una risorsa e un'entità da salvare ad ogni costo, un endemismo locale dal grande valore biologico. Diversa è la questione trentina, dove l'operazione di reintroduzione è stata fatta come manovra turistico-attrattiva, pensando che fosse un valore aggiunto. Lo è stato fino a quando gli esemplari non sono diventati un ostacolo. Ma ci si doveva pensare prima. Il progetto avrebbe dovuto prevedere questi scenari. Essendo un'operazione fatta con i soldi pubblici, quindi di noi tutti, tutti abbiamo il diritto di chiedere conto”.

 

Orso bruno e orso bruno marsicano, nondimeno, sono due specie diverse. Ma cosa comportano e quali sono queste differenze? La popolazione di orso marsicano si è evoluta in separazione totale – spiega Liberatore – il suo carattere tipico è una taglia un po' più ridotta dell'orso bruno che si trova in Trentino. È un animale che vive in un ambiente dove la presenza delle persone è diffusa e, se vogliamo, è più mite. L'unica vera differenza, però, riguarda l'aspetto genetico. Gli orsi marsicani sono infatti separati da secoli e grosso modo sono tutti imparentati tra loro. Questo ha delle ricadute”.

 

La popolazione trentina cresce velocemente, ha più diversità e prospera – continua – di conseguenza, in un territorio limitato, gli incontri con l'uomo aumentano. Anche in Slovenia, da cui provenivano i primi esemplari, c'è qualche aggressione ma parliamo di una popolazione che conta ormai un migliaio di esemplari. Qualcuno, necessariamente, esprime una deviazione comportamentale”.

 

Questo in Trentino non è stato probabilmente né calcolato né comunicato. Ma non parliamo di pecore o lama, sono orsi. Se le aggressioni avvengono con dei cani di mezzo, le orse per difendere i cuccioli non fanno distinzione tra il cane e l'uomo. Si tratta comunque sempre di 'attacchi bianchi' o 'finti', cioè non finalizzati ad uccidere. Se volesse un orso potrebbe abbattere un uomo. Invece dà questo avvertimento”.

 

Se gli attacchi agiscono sull'immaginario della popolazione, le predazioni alimentano invece la tensione tra pastori ed allevatori. La mancanza di informazione, la gestione lacunosa dei risarcimenti e delle misure preventive e l'equilibrismo della politica di certo non contribuiscono a migliorare la convivenza tra uomo e grandi carnivori. “Da animale opportunista e intelligente, l'orso approfitta di certe situazioni. Bisogna adottare delle misure preventive. Se succede in Italia centrale che un orso faccia delle predazioni nessuno grida allo scandalo. Ma si tratta di un fenomeno straordinario. Di contro, nel 2020 è accaduto che un'orsa abbia avuto 4 cuccioli al di fuori del territorio del Parco”.

 

“E' stata un'ambasciatrice straordinaria. Tantissime persone, fotografi, appassionati, sono venuti a vederla e dal Parco la cosa è stata gestita bene. È un fenomeno positivo e penso che in Trentino si possa fare altrettanto”.

 

Secondo Liberatore, le stesse predazioni si possono ricondurre solo in maniera minima all'orso. “Si tratta del 3-5% delle predazioni totali. Diversa è la questione del lupo. Il fatto è che in Italia centrale l'allevatore non vede nell'orso un nemico o un predatore. Nelle aree protette il Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise indennizza gli allevatori con cifre anche al di sopra della valutazione dell'animale. Fuori dal territorio protetto, invece, sono le Regioni a stabilire quanto e se ci sono. Ma esistono delle Onlus che entrano in soccorso se gli indennizzi pubblici non ci sono”.

 

Sul futuro degli orsi del Casteller e degli orsi in Trentino in generale, il veterinario molisano vede solo delle chiare e nette soluzioni. “La proposta di Brigitte Bardot, anche se in buona fede, comporterebbe grande stress per gli animali, che dovrebbero essere sedati e trasporti in Bulgaria. Piuttosto è più percorribile l'opzione di riportare i tre esemplari in Slovenia, ma anche in quel caso ci sarebbe la necessità di far fare loro un viaggio, che in questo periodo in particolare non è indicato. Da parte mia, io li liberei oggi stesso. Fanno pena. Sono orsi avviliti e sviliti in gabbia, specie per animali che rappresentano come loro il libero spirito della montagna”.

 

Se in Trentino l'atteggiamento continuerà a essere questo non basteranno 10 Casteller – conclude – a questa velocità di riproduzione, le difficoltà aumenteranno. Siamo solo all'inizio”.

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