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Fugatti, i teatri e cinema chiusi e quella frase di Judy Garland: “Sii la versione originale di te stesso, non la brutta copia di qualcun altro”

Il più recente guizzo di quel copiatore seriale che è il presidente della Provincia riguarda il distinguo autonomistico da Conte. Imitando a scoppio ritardato l’Arno che amministra in Alto Adige), Fugatti s’è perso la sacrosanta attenzione altoatesina per la cultura. La sensazione è che semplicemente a questo mondo (quello di Fugatti, Bisesti e i Legaboys) la cultura non interessi e intanto c'è chi (come Gabriele Biancardi) chiede asilo alle chiese: ''Cercasi parroci coraggiosi che vogliano proporre lo spettacolo “Diversi da chi”. Si parla di gay e di obesità. Noi lo faremo gratis''
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 27 ottobre 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Dubitiamo che Maurizio Fugatti - il presidente triste di una Provincia che l’improvvisazione al potere ha reso inquietante - conosca vita, morte e successi cinematografici di Judy Garland. Dubitiamo che sappia dell’attrice da Oscar di “È nata una stella”. Se da un amministratore non si può pretendere l’erudizione da cinefilo, è lecito aspettarsi che almeno capisca le metafore. L’indimenticata Garland ne coniò una che sembra calzare a pennello per Fugatti. Eccola: “Sii la versione originale di te stesso, non la brutta copia di qualcun altro”.

 

Il presidente della Provincia dovrebbe ficcarsi la metafora in testa a mo’ di mantra. Lui, il Fugatti, ha un’ingovernabile attitudine all’imitazione che si traduce – ahi noi – nello “sgoverno”. Scopiazza Fugatti. Scopiazza puntualmente quel che fanno amministratori per lui – (e la sua giunta) – inarrivabili quanto a carisma e in molti casi in capacità: Zaia ad est, Kompatscher a nord. Copiare non è una brutta malattia, né un’onta. Ma bisogna saper copiare. Copiando, probabilmente, anche quello che non si capisce. Se copi il buono con umiltà fai un’opera buona, considerato che per dirla alla napoletana “nessuno nasce imparato”. Il problema di Fugatti nasce nel momento in cui copiando si picca di metterci del suo. Ecco, quando Fugatti mette del suo nel copia incolla dalle scelte altrui interpreta sì una certa originalità, ma dell’insipienza.

 

Il più recente guizzo di quel copiatore seriale che è il presidente della Provincia riguarda il distinguo autonomistico da Conte e dal Governo in materia di provvedimenti anti Covid. Imitando a scoppio ritardato l’Arno che amministra dal Talvera in su, (ma anche in giù, fino a Salorno), Fugatti s’è perso la sacrosanta attenzione altoatesina per la cultura. Un’attenzione che a nord di Trento fa la differenza e che a Trento sembra invece causare fastidio. Nella sua ordinanza fotocopia, Fugatti ammorbidisce – forse a ragione, ma si vedrà - il trauma dell’orario e del portafoglio imposto a baristi, ristoratori ed avventori della satolla socialità serale. Ma a differenza dell’Alto Adige, Fugatti tiene sbarrate le porte dei cinema e dei teatri.

 

Quelle porte, le porte dei luoghi in cui la cultura è indubitabilmente salvezza sociale, che si erano riaperte da pochissimo. Un ritorno a base di improbe, onerose ma necessarie, condivise ed efficaci soluzioni di sicurezza anti virus. In quei luoghi – dal teatrino mignon agli spazi più ampi – la tutela della salute era il prologo e l’epilogo di ogni spettacolo: posti dimezzati, temperatura all’entrata, disinfettante come se piovesse, distanziamento metrico “senza se e senza ma”, silenzio nelle sale “mascherinate” dall’inizio alla fine e dunque vade retro rischio. A meno che qualche virologo da avanspettacolo non se ne uscisse con la tesi che anche l’applauso distanziato è un contagio sanitario anziché un contagio salvifico di soddisfazione e partecipazione emotiva. Bisogna pur comprenderlo Fugatti. Per copiare bisogna aver contezza minima di ciò che si copia. Lui non ce l’ha e il Trentino paga dazio: su tutto.

 

Avesse spiegato che non imita l’Arno sulla scelta culturale perché della cultura non gli frega un tubo, avrebbe almeno affermato quella “versione originale di sé stesso” di cui parlava la Garland. Un’originalità aliena da analisi e idee, arida più del deserto dei Gobi, ma capace di evidenziare se non altro una parvenza di personalità. Ma Fugatti non spiega. Ed è pure impersonale. Pur richiesto - quasi implorato ad un ripensamento dall’universo che in Trentino campa per far campare la cultura “sociale” arginando dai palchi l’arrembante incalzare dell’incultura da “social” - Fugatti tace. O tentenna. O divaga. È prigioniero del suo borbottio interiore da incompreso: tanto fastidioso quanto improduttivo. Di fronte ai dati, di fronte alla realtà, Fugatti se la dà a gambe concedendo al più qualche smorfia. I dati dicono che le file agli impianti di sci hanno riempito gli ospedali? Viva gli impianti di sci.

 

Fugatti inciampa nei suoi discorsi quasi sempre monchi. “Copio quel che mi pare” – pensa, ma non dice, il presidente della giunta. La sua è nulla più che un’impacciata esaltazione dell’inconsistenza. Che sia inconsapevolezza o, peggio, consapevolezza, poco conta. Conterebbero invece risposte credibili ai legittimi e accorati quesiti posti a Fugatti da chi si smazza per produrre cultura senza arricchirsi ma nobilitando una passione nel lavoro. Domande pronunciate senza strepitare e per questo ancor meno evadibili. Spieghi allora Fugatti se è a conoscenza del fatto incontrovertibile che nei teatri e nei cinema, alla ripresa dopo il lockdown, non ci sono stati contagi perché l’autodisciplina di chi non vuole rinunciare alla salute mentale dell’incontro e del confronto “protetto” – il pubblico - vale mille spruzzate di sanificante. È stata una lezione collettiva di igiene sociale a chi della cultura e del suo valore “se ne lava le mani” rimanendo piuttosto sporco.

 

Spieghi Fugatti se davvero si può avallare la tesi di una pericolosa mobilità legata allo spettacolo. Una media di 200 persone in teatri da 600 posti ma con tante situazioni da poche decine di spettatori per proposta perché di più non se ne facevano entrare. Dov’è la folla? Dov’è l’assembramento? E poi, vista la chiusura alle 20 concessa ai bar, dove andrebbe il pubblico se non a casa dopo la fine di uno spettacolo? Di che si ha paura? Di che hanno paura Fugatti e del mai pervenuto suo assessore alla cultura, “magic” Bisesti? Che la paura vera sia quella dei contenuti piuttosto che delle forme dell’aggregazione? Che si tema l’aggregazione del pubblico pensante che sceglie di frequentare la cultura in sicurezza per non negarsi né la gioia né l’imbarazzo di un rapporto collettivo con la realtà? Ma no, non c’è retro-pensiero. Semplicemente Fugatti, Bisesti e i Legaboys della Provincia alla cultura non pensano. Speriamo ci pensino i sindaci – Trento e provincia – con una pressione su Fugatti che fin qui non s’è vista.

 

Fortuna che la cultura pensa. E fa. La cultura in questi giorni sta inchiodando Fugatti alle proprie contraddizioni, usando spesso l’arma “letale” di un’ironia per quanto amarissima. Il mondo della cultura “pensa a loro”, (che non meritano), quando al pianto preferisce l’immaginazione, la fatica di cercare formule capaci di mantenere in vita il rapporto tra organizzatori culturali e pubblico. La cultura pensa a loro anche quando fa finta di buttarla in battuta ma invece è serissimamente provocatoria. Ad esempio Gabriele Biancardi, l’uomo microfono “spettacolare” di Radio Dolomiti. Oggi se n’è uscito così: “Cercasi parroci coraggiosi. Siamo alla ricerca di una chiesta o di un luogo di culto che voglia proporre lo spettacolo “Diversi da chi”. Si parla di gay e di obesità. Noi lo faremo gratis”. Eh sì. Perché se i teatri chiudono e le chiese no non è sacrilego portare in chiesa anche un po’ di spiritualità laica. Scommettiamo che se va gli va all’orecchio Bergoglio fa il miracolo?

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