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In Comune tutti compatti per far ripartire la città e con 15 milioni da spendere ''bloccati'' dalla Pat: serve una sveglia

Il sindaco Andreatta ha certamente “fatto fretta” agli interlocutori. Ma è troppo chiedere al primo cittadino di non usare né fioretto né preghiere di fronte al pericolo di scaricabarile tra istituzioni? Metterla giù finalmente dura, pretendere anziché chiedere? E in questa battaglia delle urgenze maggioranza e minoranza potrebbero giocare un ruolo altrettanto utile. La minoranza in Comune parlino con Fugatti, i Merler e le Giuliani. Se non lo faranno, la loro “disponibilità” è un bluff
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Di Carmine Ragozzino - 16 aprile 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Metà aprile. È già Natale: quasi. Un Natale che va e che viene tra gracchiamenti, afonie e immagini intermittenti. È lo streaming. È l’inedito assoluto, inevitabilmente complicato, di un consiglio comunale – quello del capoluogo – che vede, (quando si vedono), i consiglieri collegati da casa. Consiglieri dal libero look e dalla libera scapigliatura: più tute che cravatte. Se non si è preso un abbaglio, questo Natale di primavera pare rendere tutti se non più buoni – mica si può esagerare - almeno un po’ più maturi. Tutti maggioranza e minoranza, appaiono consapevoli che in un momento tanto drammatico e dalla prospettiva incerta e cupa, diventa ridicolmente fastidiosa la ritualità delle divisioni politiche, dei distinguo per partito preso, delle perorazioni sul nulla, della prigionia del parlar lungo per dire poco più di niente.

 

Fosse davvero vero, sarebbero prodomi di rivoluzione. Fosse sempre così il consiglio comunale metafisico – a distanza insomma – andrebbe mantenuto anche in tempi di normalità. Quell’infrequente, sorprendente, scelta di sintesi che per qualcuno dei consiglieri è certamente violenta autolimitazione, rende la politica finalmente un po’ più concreta. Meno evanescente. Al centro della seduta – (ieri, ma si continua anche oggi, si spera per “quagliare”) – il Covid 19. Al centro del confronto che Salvatore Panetta ha gestito con il piglio di un istruttore della mitica “scuola radioelettra''), il “che fare” del Comune da qui in avanti. Dall’emergenza in avanti. E l’avanti durerà tanto, tanto dopo la fine della fase più cruda e luttuosa dell’emergenza.

 

Se il Comune saprà davvero essere comunità piuttosto che sola istituzione, dovrà dar fondo ad ogni sostanza possibile (e impossibile), per lenire ferite che giorno dopo giorno si fanno sempre più dolorose nell’economia cittadina. La sfida è quella di un radicale cambio di paradigma: in una situazione straordinaria tutti i parametri dell’ordinarietà amministrativa devono saltare. Se così non fosse, ogni misura diventerebbe un pannicello, ogni promessa una beffa. L’economia della città capoluogo, si badi, non è fatta di soli numeri, di sola, (già oggi terribile), contabilità. L’economia di una città va calcolata anche nella sua tenuta sociale e nella sua capacità di proporsi come volano di riscossa per l’intera provincia. La tenuta sociale obbliga ad una vicinanza tra Comune e abitanti da praticare anche nel coraggio, nel buonsenso e nella sfida di un’intelligente e innovativa creatività amministrativa. Ora più che mai occorre considerare la burocrazia come un rischio letale: meno burocrazia uguale più successo dell’irrinunciabile iniziativa di sostegno pubblico.

 

Oggi più che mai ogni ostacolo all’operatività possibile del Comune in soccorso dei suoi abitanti va considerato un atto di guerra. Sia che l’ostacolo venga dalla Provincia, sia che venga dallo Stato. Il consiglio metafisico questi concetti non li ha ancora espressi in maniera chiara, ma ha dato almeno una confortante idea di averne abbastanza contezza. Il che non pare poco. Nelle undici mozioni presentate c’è l’attenzione al generale e c’è l’attenzione al particolare della crisi: dalle mascherine alla Cosap, dagli affitti alle ramaglie, per dire. Ma c’è anche, per fortuna, un filo conduttore che con ogni probabilità oggi porterà ad un’unica, trasversale, proposta articolata. Un impegno vincolante per sindaco e giunta. Un impegno ad attivare tutto ciò che finanziariamente si può attivare per abbassare, (e non solo posticipare, così come è stato fatto dal Comune, con merito), le imposte dovute dalle categorie massacrate dallo stop alle attività ma anche quelle dovute da famiglie colpite da disoccupazione, cassa integrazione, figli a casa da accudire, affitti non onorabili, portafogli in rapido dimagrimento.

 

Per arrivarci il percorso è in salita. Una pendenza ardua è lo snodo delle competenze tra Comune, Provincia, Stato. Se diventerà scaricabarile, se diventerà “vorrei ma non posso”, siamo fritti. Per agire sulle tariffe il Comune ha bisogno di una modifica di legge provinciale, che però la Provincia fugattiana dirotta verso lo Stato. Il sindaco Andreatta ha certamente “fatto fretta” agli interlocutori. Lo ribadirà oggi nelle sue repliche alle mozioni. Le elogerà tutte a mani, come sempre, giunte. Ma è troppo chiedere al primo cittadino di non usare né fioretto né preghiere di fronte al pericolo di scaricabarile tra istituzioni? Metterla giù finalmente dura, pretendere anziché chiedere - e farlo se serve, incatenandosi con tutta la giunta - sarà magari inelegante e poco ecumenico. Ma farebbe capire agli abitanti di Trento che il Comune non si farà impantanare nelle attese, nei rimandi, nelle promesse alla Pinocchio.

 

In questa battaglia delle urgenze maggioranza e minoranza potrebbero giocare un ruolo altrettanto utile. La minoranza in Comune a Trento è maggioranza in Provincia: che parlino con Fugatti allora anche i Merler e le Giuliani. Se non lo faranno, la loro “disponibilità” è un bluff. Gli diano una sveglia alla “loro” Provincia, visto che serve anche a concretizzare le loro proposte di sostegno alla comunità cittadina. La maggioranza in Comune è oggi maggioranza anche al Governo. Che i segretari di partito smuovano ministri e sottosegretari, visto che serve a concretizzare le loro proposte di sostegno alla comunità cittadina. Abbassare le imposte, varare un piano articolato, straordinario e ambizioso per l’emergenza e il dopo emergenza vuol dire far di conto in modo certamente diverso rispetto ad una fase di normalità. Vuol dire anche “agire” in modo irrituale e meno impastoiato.

 

In ballo c’è l’avanzo nel bilancio del Comune. Sono parecchi milioni: un tesoretto che andrà giocoforza speso badando all’equilibrio finanziario futuro ma senza badarci al punto da perdere troppo tempo o peggio paralizzarsi nei “se” e nei “ma”.

In ballo c’è – occorre davvero ripeterlo – prima di tutto un atteggiamento mentale che in una fase straordinaria deve far fare a tutti – sindaco, giunta e consiglio – un salto di qualità. Di coraggioso. Allora – sarà un argomento ineludibile nei prossimi giorni - ci vorranno intelligenza e responsabilità ad ogni latitudine politica per capire se tutto quello che di straordinario e di oneroso si era messo nell’ultimo bilancio comunale deve essere per forza confermato. Per capire come e dove è possibile recuperare soldi, prevedendo anche come muterà la vita in città in ogni settore e quanto vadano adeguate ai cambiamenti le scelte fatte appena pochi mesi fa.

 

Ridiscutere un lido da 15 milioni di euro quando decine di piccole società sportive, decine di realtà culturali, decine di esercenti rischiano di sparire è un’eresia oppure è una domanda legittima? E altre domande eretiche si porranno per altre opere pubbliche che forse non sono più così scontate, urgenti, irrinunciabili. Dovranno rispondere alle domande – con trasparenza - un sindaco, una giunta, il consiglio “tutto”. Le mozioni presentate in Comune hanno dato i titoli – buoni titoli- al lavoro, immenso, da fare: nell’economia come nel sociale, per le fasce deboli e per non rendere deboli quelle forti. Ma i titoli hanno bisogno di svolgimento e lo svolgimento obbliga l’amministrazione a stabilire subito quanti soldi serviranno, quanti ce ne sono e quanti occorrerà procurarsi per gettare le basi di una Trento che non potrà più essere quella di soli pochi mesi fa.

 

Se nel consiglio metafisico si è vissuto un accenno di Natale fuori stagione, speriamo che sia Natale anche oggi, domani e dopodomani. La responsabilità che ogni gruppo politico ha detto di volersi assumere sarebbe un regalone alla città che può sopportare tutto meno che il masochismo delle beghe e delle bandierine piantate su questo o quel provvedimento. E il sindaco? E la giunta? Pedalare. Non fare domani quello che si può fare oggi. Anche nei piccoli segni importanti. Imporre da subito ai vigili, convincere il questore, di non stangare chi vuol far spesa al discount vicino per spendere meno quando si ha la paga dimezzata è un segno: fa capire “che si è capito” cosa chiede chi non sa più come chiedere. Di questi e altri segni da dare alla comunità c’è solo l’imbarazzo della scelta. I tempi delle scelte? Ieri.

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