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| 23 apr 2025 | 17:58

Una campagna elettorale con scarso appeal, poca serietà e zero maturità. Ma se per la sicurezza Ianeselli, Geat e Bortolotti poi si dessero una mano?

DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 23 aprile 2025

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Ma un momento, anche uno solo, di maturità? Ma un momento, anche uno solo, che faccia prevalere l’onestà intellettuale (nonché un sano realismo) sulla vacua e improduttiva reciprocità delle accuse? Ma un momento, anche uno solo, nel quale finalmente un problema complesso non si affronti con la semplicità dei soli slogan? Gli slogan – un’abbuffata indigesta – che sono di opposto tenore ma comunemente inabili ad individuare soluzioni davvero realizzabili: nei tempi e nei modi.

 

Un momento, anche uno solo, di “tregua” elettorale per dare spazio alla serietà: questo servirebbe. Una tregua inedita e virtuosa per far prevalere gli elementi di una possibile condivisione di idee, proposte, interventi, sperimentazioni. Per far prevalere un poco di chiarezza e di coraggio. Per parlare chiaro – ma davvero chiaro – alla città. Utopia? Sì, ma le utopie a volte aiutano. Sul tema della sicurezza in città – il tema dei temi nella contesa a sei eleggere il sindaco di Trento – è un giorno perso ogni giorno speso nello sport masochistico di puntare l’uno il dito (e tutta la mano) contro l’altro. Giorni inutili di parole al vento. Parole e concetti troppo spesso pescati senza costrutto dal vocabolario dell’ipocrisia (quando va male) e dell’impotenza (quando va bene).

 

La politica delle semplificazioni, in bocca a politici troppo spesso miseramente semplicioni, non scandalizza più nessuno. Però annoia. Però irrita. Però genera un sentimento – allo stesso tempo crescente e silente - di allontanamento, disinteresse, fastidio. Un diluvio verbale del già sentito per una distanza che si fa sempre più siderale tra il dire, il promettere con faciloneria e solennità, ed un fare che è inevitabilmente complicato. È in questa pericolosa assenza di sostanza che si intrufolano i professionisti dell’esagerazione. Sono quelli che per un millesimo di consenso si venderebbero mamme, padri, figli e nipoti fino al più infinitesimo grado. È solo un “estremo” il truce cabaret di “Fuori dal coro”, il “criminalificio” dello stridulo che sui Rete 4 spaccia paure godendo più di sé stesso che della cronaca che ingigantisce e deforma. Certo, la Trento in tv che diventa Gomorra alpina è dismisura, eccesso, sproporzione, furbata, malevolenza. Ma la materia, purtroppo, c’è: negarlo con i grafici e con la barzelletta della “percezione” è roba da Tafazzi. Ed è di qui che – con onestà e coraggio – che occorre partire.

 

Sì, ma come si parte? Non certo opponendo al becero disegno di chi amplifica strumentalmente ogni preoccupazione lo stupido barricarsi dietro classifiche di “vita bella, sana e invidiabile”. Quelle classifiche dipingono Trento come un Bengodi sconosciuta a chi abita o frequenta i pochi (ma sempre troppi) luoghi problematici della città. Ma se minimizzare è da imbecilli, è altrettanto imbecille ululare alla militarizzazione della città, al repulisti, ad un “fuori di qui” generalizzato: confuso, sbrigativo, illusorio. La truffa, in questo caso, sta nel promettere quello che si sa perfettamente di non poter fare. Sì, perché quando un fenomeno – quello della microcriminalità – non ha una sola ma un risiko di spiegazioni non lo si può affrontare con una sola, insipida, ricetta.

 

Queste sottolineature perfino banali suoneranno – lo sappiamo – come una dichiarazione di disarmo per la destra dura, pura. Ma è una destra che se dovesse mai governare la città (e non accadrà) sarebbe a sua volta disarmata di fronte al labirinto delle competenze e delle responsabilità che non hanno mai un solo indirizzo. Chi assicura ordine e serenità da un giorno all’altro (…” votate noi e vedrete”) sa perfettamente di parlare con lingua biforcuta. È la lingua di chi fa di tutte le erbe un Fascio accomunando delinquenti e disperati nell’illusione che la durezza verbale possa tradursi davvero in interventi credibili e soprattutto “fattibili”. Ma gli altri, il centro-sinistra coalizzato dietro il sindaco uscente e i civici che sperano di fargli le scarpe marcando legittime differenze, cosa potrebbero fare per dare alla città quel segnale di credibilità che i cittadini si aspettano (aspettandoli al varco)?

 

Beh, è qui che arriva la proposta – la nostra - di tregua. Il passaggio dallo scontro all’incontro. Scorrendo i programmi di Ianeselli, Geat e Bortolotti emergono alcuni significativi elementi di sintonia: restano tali anche se Ianeselli, Geat e Bortolotti tendono a sfottersi su tutto, così come campagna elettorale impone. Tutti e tre accusano la Provincia di appiccare incendi e rimestare nel torbido quando sceglie di concentrare su Trento un’immigrazione scientemente privata di ogni possibilità di convivenza pacifica negandogli acquisizione della lingua, lavoro e accenni di dignità. Tutti e tre si dicono consci del ginepraio paralizzante delle competenze tra Comune (poche) e Stato (tante) e Provincia (abbastanza, vista la cassa). Tutti i tre sembrano analizzare i problemi con la stessa lente razionale anche se naturalmente le sfumature sono forti, così come lo sono i toni. Tuttavia le soluzioni non paiono troppo dissimili: la valorizzazione ed il presidio permanente ma non necessariamente “solo” militare dei luoghi più a rischio, il confronto, la collaborazione ed il coinvolgimento della popolazione. E poi la luce, il decoro, l’animazione degli spazi. E ancora la voce grossa verso la Provincia e verso le forze di un ordine troppo spesso tardivo, inadeguato, sconsolante per chi crede nella prevenzione e nella giustizia.

 

Insomma, pare esserci (almeno in ciò che è scritto) più comunanza di veduta di quel che le polemiche (anche feroci) lasciano intravvedere. Ed allora, per una volta, lo scontro elettorale potrebbe diventare, appunto, incontro. Ed allora vogliamo credere che tra queste tre realtà ci possa essere la novità di un patto chiaro e trasparente stipulato prima del voto e vincolante anche dopo il voto. Indipendentemente dagli esiti. Di mezzo c’è una città che si aspetta garanzie sul problema della sicurezza e su quello – parallelo e non archiviabile – delle convivenze. Di fronte a Ianeselli, Geat e Bortolotti c’è una città disinteressata alle recriminazioni e alle “primo geniture”. C’è una città che non è indifferente, però, alla serietà.

 

Nel concreto, proponiamo ai tre candidati suddetti di sedersi insieme, prima del voto: un tavolo della concretezza per confrontare analisi e soluzioni che sul tema divisivo della sicurezza sappiano concentrarsi sul possibile, sul realizzabile, sul credibile. Questa sì sarebbe una risposta ai semplificatori e ai mestatori, a chi soffia sul fuoco, a chi predicando l’ordine spera nel disordine come unica chance per conquistare un consenso che non saprebbe comunque usare. La tregua della concretezza dovrebbe lasciare fuori dalla porta sia le nostalgie anacronistiche di una Trento autoctona sia gli eccessi masochistici di tolleranza e giustificazionismo spicciolo. Di fronte ad un segnale di impegno trasversale, di un accordo trasparente sulle iniziative da intraprendere senza considerarsi depositari di verità, mediando “al rialzo” (cioè all’amore per la città e non per la propria parte) forse la città che non si fida potrebbe iniziare a fidarsi.

 

L’impresa è ardua ma non è impossibile. Servono umiltà e concessione di credito reciproco. Serve la volontà di liberarsi da ideologie, dogmatismi, presunzioni, onniscienze e soprattutto scemenze. Serve un comune impegno a distinguere tra malvivenza organizzata (che va combattuta senza tentennamenti) e manovalanza forzata della malvivenza (da sottrarre ai criminali). E serve dirlo assieme, con coraggio. Serve anche verità: lo spaccio si alimenta di clienti ed i clienti parlano anche trentino. Serve provarci davvero, considerando che l’inquietudine ed il disagio resteranno anche dopo l’esito delle urne di maggio. Non saranno un voto in più o un voto in meno a stabilire il grado di responsabilità, di generosità e di lungimiranza, della politica.

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