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Fugatti e quel gesto di voltare le spalle all'aula della Corte d'Assise

Quello giudiziario è un potere dello Stato, pariordinato rispetto all’esecutivo rappresentato da Fugatti. Non inferiore, non superiore. Non solo, quello giudiziario è un potere che non tutela alcun interesse di parte se non il diritto dei cittadini di ottenere una giustizia che sia equa, celere ed efficace. In una parola, è un potere svincolato dal consenso.
Dal blog di Giulia Merlo - 28 gennaio 2019 - 11:46

Chissà se intendeva proprio questo. Eppure, le spalle che il presidente Maurizio Fugatti ha voltato all’aula della Corte d’Assise in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario sono la plastica rappresentazione dell’attitudine dimostrata dal governo nazionale e da quello provinciale: voltare le spalle alla giustizia.

 

La giurisdizione, infatti, è come una bilancia: su un braccio posa la magistratura, sull’altro il suo complementare bilanciamento, l’avvocatura. Entrambi i bracci concorrono al buon andamento della giustizia, indispensabili in uno stato che possa definirsi di diritto. Per questo le spalle di Fugatti, ieri, dopo gli interventi del presidente dell’ordine degli avvocati di Trento, Andrea de Bertolini, e del presidente dell’ordine degli avvocati di Rovereto, Mauro Bondi, sono state date a tutta la giustizia trentina.

 

Un imbarazzato presidente della Regione, Arno Kompatcher, ha provato a rimediare alla caduta di stile adducendo impegni istituzionali precedenti. Tuttavia, mai nella storia politica locale si è assistito ad uno sgarbo di questa portata.  L’inaugurazione dell’anno giudiziario, infatti, è il momento più solenne del mondo della giustizia: tutti i soggetti della giurisdizione - avvocatura, magistratura requirente e magistratura giudicante - si riuniscono davanti alle autorità locali e ai loro colleghi per fare il bilancio di un anno di amministrazione della giustizia sul territorio in cui operano, evidenziandone pregi e criticità in ottica di un miglioramento futuro. Questo, inevitabilmente e per fortuna, si intreccia con la gestione della cosa pubblica (anche quella immateriale, come i diritti costituzionali) da parte della politica.

 

Quello giudiziario è un potere dello Stato, pariordinato rispetto all’esecutivo rappresentato da Fugatti. Non inferiore, non superiore. E, in quanto potere autonomo e indipendente, non ha alcun vincolo di subordinazione nei confronti della politica eletta, ma con essa ha il dovere di dialogare. Non solo, quello giudiziario è un potere che non tutela alcun interesse di parte se non il diritto dei cittadini di ottenere una giustizia che sia equa, celere ed efficace. In una parola, è un potere svincolato dal consenso.

 

Probabilmente, secondo il presidente Fugatti l’avvocatura avrebbe dovuto limitarsi a rendicontare i successi di un’amministrazione locale della giustizia che funziona, magnificando la macchina oliata che non conosce lunghe attese prima dei giudizi, né reati caduti in prescrizione. Probabilmente, si aspettava di sentir ribadire l’importanza del rapporto di collaborazione tra avvocatura e magistratura, nell’ottica di proseguire sui binari già segnati.

 

Evidentemente, non immaginava di sentir parlare di diritti negati.

 

In particolare, l’avvocatura trentina ha lanciato l’allarme su come, progressivamente, si stia diffondendo un clima sociale che pretende come necessaria la compressione di alcuni diritti fondamentali: l’identità, la sessualità, la genitorialità, la libera manifestazione del pensiero, la protezione dello straniero, la dignità del detenuto. Tutti tasselli contenuti nell’impianto dei diritti garantiti dalla Costituzione, che qualificano il grado di civiltà di uno Stato e che - denuncia l’avvocatura - stanno lasciando invece il passo “all’affermazione di diritti diseguali, con pregiudizio dell’equità sociale”.

 

Parole dure, che oggi sono anche impopolari. E, proprio per questo, l'unico a poterle pronunciare è proprio chi svolge il ruolo di difensore tecnico dei diritti, senza alcuna necessità di riscuotere consenso. Andandosene, Fugatti ha testimoniato come l’istituzione che rappresenta non sia disposta non tanto a condividere, ma nemmeno ad ascoltare un allarme lanciato da chi opera dentro la patologia sociale di cui lo Stato si fa carico per antonomasia: il processo.

 

Al netto del merito, tuttavia, stupisce un dato: la Lega nazionale e Matteo Salvini ma anche la Lega trentina con Maurizio Fugatti in questi mesi si sono fatti forti della loro linea della fermezza e del loro governo del cambiamento, godendo di un consenso che oggi come oggi sembra inintaccabile. Anche quando questo cambiamento mette in discussione - come denunciato dagli avvocati - diritti fondamentali costituzionalmente garantiti. Ma perché, allora, andarsene? Forse perché a Fugatti manca un tratto che Salvini ha in abbondanza: la temerarietà al limite della sbruffoneria nel sostenere le proprie posizioni. Per questo, forse, il leghista trentino ha preferito andare via invece che rappresentare, con la sua presenza, come la maggioranza dei trentini gli abbia legittimamente dato fiducia nel sostenere proprio alcune delle posizioni criticate in aula dagli avvocati.

 

Eppure, fare politica significa ascoltare, dissentire, interloquire. Voltare le spalle, più che da maleducati e più ancora che da non conoscitori del ruolo delle istituzioni, fa spuntare una sospetta coda di paglia.

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