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Il Pd c'è ancora? Alle primarie in Lazio e Umbria vota molta più gente che ai tempi di Renzi. In Trentino che si fa?

Le primarie - per quanto siano uno strumento infido e a volte indigesto, soprattutto in Trentino - servono sì a scegliere il nuovo segretario del partito ma servono anche e soprattutto a creare dibattito, a dare slancio propositivo e a rilanciare la militanza. Nel silenzio generale il popolo del Pd chiamato a votare i suoi rappresentanti ha risposto presente. Qui si ha paura della gente?
DAL BLOG
Di Giulia Merlo - 19 dicembre 2018

Scrive di cronaca giudiziaria e politica per il quotidiano Il Dubbio

Nel totale silenzio dei media nazionali, sono iniziati in tutta Italia i congressi territoriali del Partito Democratico. Sabato di due settimane fa, in un caldo inusuale anche per il centro Italia, i gazebi sono comparsi in giro per Roma e in tutto il Lazio: ha vinto Bruno Astorre (per carità di geografia dem, un senatore di area franceschiniana) contro il dalemiano Claudio Mancini, ma questo in Trentino importa poco (come il fatto che il vincitore, con il suo 69,5%, ha superato di gran lena l’incubo del 51% che attanaglia i leader nazionali, ma nemmeno questo conta).

 

A far riflettere è un dato: nonostante una campagna sottotono ignorata dai giornali e un Pd nazionale che sfiora il 15% hanno votato 64mila elettori. Quattro anni fa, quando il Pd era un partito dato al 36%, votarono in 48mila. Lo stesso è successo ieri, in Umbria, dove hanno votato 20mila persone, contro le 12.500 di 4 anni fa ed è stato eletto Gianpiero Bocci, l'ex sottosegretario appoggiato dalla governatrice Catiuscia Marini.

 

Il Pd del Trentino, intanto, è ancora alle prese con l’insediamento in Provincia, sulle scomode sedie dell’opposizione. Di congresso si preferisce non parlare (anche se la richiesta è partita: si voti il 3 marzo, lo stesso giorno del congresso nazionale). Anzi si sceglie di non parlare, perché solleva problemi più grandi: sulla la forma partito e sul senso incompiuto di quella specificazione territoriale propria del Pd Trentino, che gode di regole particolari; e dilemmi tutti interni alla dirigenza nell’individuazione dei candidati, dopo che la segreteria uscente si è divisa sulla scelta del no a Rossi.

 

Contemporaneamente, il partito trentino tenta ancora di elaborare la sconfitta amara del 21 ottobre, il bruciante senso del rifiuto ricevuto da parte del proprio elettorato e il disfacimento dell’alleanza di centrosinistra autonomista. In una sintesi di massima, il congresso si caricherà del significato di fare da spartiacque tra il PdT di governo e il PdT di opposizione. Eppure, tutto tace.

 

E allora, forse, si è nella condizione giusta per ascoltare: ascoltino i dirigenti del Pd Trentino quel sussulto che viene da una regione più disgraziata e disgregata della nostra, com’è il Lazio. Il consenso nei confronti del partito è al minimo storico, l’apprezzamento della dirigenza per il meccanismo delle primarie è altrettanto basso, eppure 16mila elettori in più rispetto a quattro anni fa sono andati ai malandati gazebo con la bandiera del Pd.

 

Ho visto di sfuggita un po’ delle facce dei militanti che hanno passato il loro sabato mattina dentro quelle capannelle bianche, per le strade trafficate di Roma. Negli occhi c’era un po’ di timore (di solito molte di quelle strade sono presidiate dai gazebo dei 5 Stelle) ma anche malcelata meraviglia. Mi hanno ricordato quel “Piazza del Popolo c’è!”, con il punto esclamativo di stupore dell’ex segretario Maurizio Martina, all’indomani della manifestazione di Piazza del Popolo, e il suo “si aspettavano quattro gatti, siamo in 70mila”.

 

Pensino a questo, i dirigenti del Pd Trentino. Se la paura è che nessuno vada a votare, non abbiano timore della propria base: se c’è una cosa che questo tempo politico così teso e incerto ha prodotto, è voglia di partecipazione. Sia essa in piazza, nei gazebo malconci, nei cortei.

 

Se la paura, invece, è di non avere niente da dire, bisogna attrezzarsi. Le primarie - per quanto siano uno strumento infido e a volte indigesto, soprattutto in Trentino - servono sì a scegliere il nuovo segretario del partito ma servono anche e soprattutto a creare dibattito, a dare slancio propositivo e a rilanciare la militanza. In questo senso, allora, la nuova posizione di opposizione è forse la più vantaggiosa.

 

I temi all’ordine del giorno sui quali il PdT (o le sue anime, senza paura del cosiddetto “pluralismo interno”) deve prendere posizione non mancano: i vigilantes davanti alle chiese, la cacciata dei migranti dalla Residenza Fersina, le grandi opere come il Tunnel del Brennero o la Valdastico. Affrontare queste questioni durante le primarie, sottoponendole così al vaglio della propria base significa definire la linea politica del partito, ma anche fare opposizione. Due facce della stessa medaglia al netto del chi, per puntare al cosa.

 

Il Pd Trentino ha due disperati bisogni: sul fronte amministrativo, di trovare le armi con cui fare opposizione; sul fronte politico, di recuperare feeling con la base. E se le primarie provinciali potessero essere un inizio di risposta a entrambe le necessità?

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