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Tredici racconti stonati, ma non troppo... ai tempi del coronavirus. Annamaria Gargano racconta dieci "dissonanze", dieci "storie dolci e malinconiche, ma dentro amare come la vita"

Dieci persone attendono di essere ricevute dal medico e, una volta dentro, gli raccontano i propri problemi. Emergono storie amare, quasi assurde nella loro ironia, delle dissonanze appunto. Eppure – spesso – quanto è ancor più strana e anche feroce la nostra normalità
DAL BLOG
Di Nicola Zoller - 06 aprile 2021

Socialista dal 17° anno d'età, continua a dedicarsi allo studio del pensiero progressista e democratico

Tra le perle nascoste nella mia libreria, nei giorni del coronavirus 2020 riapparve quest’ esile libro, Dissonanze, di Annamaria Gargano (Alfredo Guida Editore, Napoli, 2000), con acclusa una recensione di Isabella Bossi Fedrigotti.

 

È uno di quei libri che mi piacciono, perché concisi, ma di una brevità intensa. Ne ho già parlato per altri autori. Vale notevolmente per questa ex insegnante di lettere e per quest’opera che racchiude «storie dolci e malinconiche ma dentro amare come la vita». Immagina che in un ambulatorio si trovino una decina di persone in attesa di essere ricevute dal medico. E poi ognuno racconta in breve il suo problema o quello di un congiunto.

 

C’è la storia – insieme esilarante e pietosa – della donna che vuole suicidarsi (questa voglia di morire ricorrerà in altre esperienze qui narrate). Di nascere e vivere non l’ha deciso lei, è venuta al mondo perché altri, o il caso, hanno voluto; le resta almeno la possibilità di «decidere» la propria morte. Così pianifica di gettarsi dal balcone e di schiantarsi sull’asfalto che le sta sotto «perpendicolare – dice – come la mia decisione, spazioso come la mia volontà». Ma interviene un imprevisto, un materasso messo ad asciugare sul davanzale del piano rialzato un attimo prima che lei cadesse. Non muore, ma resta con la schiena spezzata. Ora ha bisogno di essere aiutata, «nella testa» soprattutto: è la sorella che chiede soccorso al dottore, ma quale aiuto potrà esserle dato?

 

È una parabola applicabile alle nostre vite: quando cerchiamo di pianificarle – nel bene e nel male, come in questo caso – può capitare anche «una minima varietà» che può avere un grandissimo effetto. Quella possibile «varietà» è tratta da uno dei Ricordi di Francesco Guicciardini, che Gargano confronta con il pensiero di quell’altro grande, Niccolò Machiavelli, per il quale invece ciascuno è artefice della propria sorte. Qui va a finire che vince Guicciardini, anche se lei è andata vicina al proprio machiavellico progetto. C’è stata quella «varietà» del materasso che ha trasformato la morte in invalidità permanente, un esito diversissimo, forse peggiore!

 

Ironia e disperazione non mancano nelle altre 'confessioni' in ambulatorio. C’è la breve vita di Irene G., morta suicida a vent’anni, raccontata come fosse un sogno da una donna scossa dal male di vivere. Riferisce al medico le frasi della giovinetta, come lei se le immagina: «Non ho chiesto di nascere, io; non fatemi domande, non datemi risposte che non voglio, lasciatemi morire a modo mio». Ed era morta senza essere malata, senza poter essere curata; morta perché era nata, per caso; morta a vent’anni, di niente. «Capisce, dottore?».

 

C’è poi l’ansia di quella madre, che da anziana rimedita la propria vita quando il figlio se ne va lontano, in un altro continente. Non potrà più proteggerlo e lei teme per lui, per le malattie, il dolore, perfino la morte. Si sente quasi in colpa di averlo messo al mondo, di aver deciso quest’evento «noi per lui». I figli possono nascere anche da un atto d’amore o per una casualità. Ma «senza girarci tanto attorno» il problema «riguarda chi ha deciso per loro» di farli nascere, destinati a morire. Dobbiamo chiedere il loro perdono, per questo nostro «puro e semplice egoismo»? «Questo male di mente e di cuore mi passerà, dottore, certo, mi passerà» conclude angosciata la povera madre. Intanto le era bastato parlarne.

 

C’è anche il problema di stare bene col proprio corpo, che con gli anni decade e cede. Ci sono donne anziane che non vogliono assistere al proprio disfacimento. Due di loro hanno lo stesso progetto: suicidarsi. Ma gli esiti saranno diversi. La prima morirà davvero, però non vuole lasciare un brutto ricordo di sé: prima di uccidersi fa rifiorire il suo corpo con lunghe sedute in un istituto di bellezza. Immagina il titolo della cronaca: «Giovane signora trovata morta». E il sottotitolo «Non si conosce l’età». Già, lei si era premurata anche di far sparire i documenti d’identificazione.

 

L’altra signora invece all’ultimo momento rinvia il suo intento ad altra data. Si era ben preparata, immergendosi con il suo corpo ormai «senza carne» in una vasca da bagno coperta di schiuma. Poi si era truccata con cura, aveva fasciato il suo corpo con raffinati pantaloni neri e con un soprabito di seta marrone. Va verso il suo destino, ma lungo la strada un giovanotto le passa accanto in automobile, rallenta, poi dal finestrino le lancia una frase di ammirazione, non resistendo «alla luce del suo sguardo», dopo averla guardata a lungo. «Ma allora valgo ancora – si illumina la donna – posso essere ancora considerata, corteggiata, forse amata. Non posso morire in una giornata come questa!».

 

Come si vede sono storie di donne - poi troveremo anche qualche uomo – ma intanto qui proseguiamo con un’altra donna e un’altra storia, più lieve e quieta, se possibile. C’è ancora una vecchietta che preferisce aspettare la morte restandosene in un negozietto di frutta e verdura, angusto e poco illuminato, piuttosto che farsi ospitare nell’accogliente appartamento fornitole dal figlio: no, è meglio starsene in quello sgabuzzino vicino ad una piccola stufa che per lei è come il vecchio scaldino dell’infanzia lontana. «Dottore – implora – glielo dica a mio figlio che io non sono andata via di testa!». No, cara amica, stai bene, la tua decisione rasserena anche noi.

 

Ed ecco il dramma di un uomo, finalmente. Egli è restato vedovo ed è precipitato in depressione. Ma non per la perdita della consorte. No, signor dottore «… io mi sto lasciando morire, ma per il motivo contrario». Aveva avuto un tran tran coniugale senza alti e bassi, una rispettosa convivenza, insomma. Infine lei era morta «senza soffrire e senza far soffrire i suoi cari, e con tutti i sacramenti, da vera cristiana». Al ritorno dal funerale vuole starsene solitario, serrato in casa ma apre al suo amico farmacista che gli porta a casa il giornale con il necrologio: «Il marito affranto piange la sua fedele compagna…». Sì, fedele, innanzitutto fedele, aveva commentato il farmacista. Stava per riporre il foglio quando nota che proprio a fianco del necrologio della moglie c’è anche quello di un signore che in passato era stato loro vicino di casa per poi andarsene in altra regione: ora ne annuncia la morte anche la pagina dei necrologi della città in cui risiedeva in precedenza. Con quell’uomo lui aveva un rapporto di simpatia, mentre sua moglie gli riservava «antipatia ostinata e incomprensibile». Li ritagliò insieme, quei due annunci di morte, pensando che comunque era stato un conoscente che lui considerava «gentile, educato, sempre rispettoso, soprattutto con la moglie» tanto che ricordava ancora le parale d’encomio che una volta le rivolse: «Saluti la sua signora, così virtuosa e leggiadra», gli riferì proprio così, virtuosa e leggiadra. Rassegnato ma anche un po’ rasserenato andò a cercare la «grossa scatola di latta» dove la defunta riponeva le sue cosette più care – le  sue 'cianfrusaglie' diceva lui scherzando – per aggiungervi quel ritaglio di giornale. L’occhio però gli cadde in un angolo della scatola «su un pacchetto di lettere azzurrine, legate con un nastro dello stesso colore»: erano le «lettere ardenti e appassionate di due innamorati», sua moglie e il loro vicino, vicini anche nella morte loro due. «Capisce ora dottore, perche voglio farla finita?».

 

Scivoliamo ora verso prose più brevi, anche se non meno «implacabili», come annota Bossi Fedrigotti. C’è il tipo che si preparava alla morte approntando il suo necrologio «sobrio, elegante, incisivo». L’aveva lasciato sulla scrivania in bella evidenza ai suoi famigliari, per la pronta trasmissione ai giornali nel momento della dipartita. Peccato che quando venne quel giorno tutte le gazzette fossero sommerse di innumerevoli necrologi riservati alla morte del Re della pasta, Gran Uff., Comm., etc. Il suo annuncio era finito nell’angoletto «in basso a sinistra». Aveva atteso tutta la vita quell’evento finale che doveva ripagarlo della sua vita anonima, dandogli finalmente un po’ di notorietà. E invece… per quella malefica coincidenza finiva ancora nel dimenticatoio.

 

È l’ora del commiato con quattro 'casi umani'. 1) Con chi fa beneficienza in modo largo e senza fare domande. Altruismo? No, un modo per ridurre i beneficiati «nella schiavitù della riconoscenza». 2) Con il grande scrittore di bestseller; ma che cosa gli è servito il successo se risulta noioso, un cattivo marito, un pessimo amico, senza gioie né date, né ricevute? 3) Con quello «che non voleva morire», non perché amasse la vita ma perché odiava la prospettiva di essere ridotto ad un segmento compreso tra due date, quella di nascita e quella di morte. No, lui si sentiva una «retta nella geometria libera dell’universo». 4) Con quello che avrebbe preferito nascere sotto un cavolo, trovato lì per caso, senza dover render conto a nessun creatore, genitore, parentado, gerarchia… Vivere senza vincoli, insomma, dalla nascita alla morte, e forse anche senza amore. Era consapevole che «la libertà si paga».

 

Quante vite amare ci ha apparecchiato con ritmo ironico e disperato Annamaria Gargano! Sembrano fuori dai luoghi comuni che frequentiamo, stonature, 'dissonanze' appunto. Eppure – spesso – quanto è ancor più strana e anche feroce la nostra normalità.

 

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