Dopo mesi di colpevole inazione l'opinione pubblica occidentale finalmente si è indignata. Se non ora, quando? Riconoscere la Palestina prima che sia troppo tardi

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento
di Marco Pertile, professore di diritto internazionale presso la Scuola di Studi Internazionali e la Facoltà di Giurisprudenza
Dopo mesi di colpevole inazione, nell’opinione pubblica occidentale si va diffondendo la consapevolezza che a Gaza è in corso qualcosa di inaccettabile. Le testimonianze concordanti sui soldati israeliani che aprono il fuoco sui civili in fila per il cibo stanno scuotendo la coscienza dell’umanità. Purtroppo, è tardi: i tempi di reazione sono stati indecentemente lunghi e i numeri della tragedia suscitano vergogna.
Secondo dati probabilmente sottostimati, dall’inizio dell’operazione militare, nell’ottobre 2023, sono stati uccisi a Gaza oltre 58.000 palestinesi, dei quali circa un terzo bambini. Il collasso dell’assistenza umanitaria ha dimensioni drammatiche: oltre mille palestinesi sarebbero stati uccisi mentre cercavano di procurarsi cibo dall’inizio di giugno, attirati in quelle che il commissario generale di Unrwa (l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), Philippe Lazzarini, ha definito "trappole mortali".
In seguito all’estromissione delle agenzie Onu e delle Ong internazionali, la distribuzione alimentare è stata privatizzata e affidata a un’organizzazione di facciata, la Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), controllata da Stati Uniti e Israele. Questo sistema – con solo quattro punti di distribuzione concentrati nel sud della Striscia, aperti pochi minuti al giorno in zone militarizzate – non può che condurre alla catastrofe umanitaria. Appare chiaro che ci troviamo dinanzi a una logica crudele: spingere la popolazione di Gaza verso il sud e poi colpirla anche nei momenti di distribuzione del cibo, trasformando la fame in un’arma. Il risultato – bambini scheletrici, famiglie trucidate attorno ai sacchi di farina, gli stessi medici allo stremo per denutrizione – ha finalmente innescato un'ondata di indignazione globale. Ma mentre l’opinione pubblica mondiale si risveglia, le istituzioni occidentali continuano a non cogliere la straordinaria gravità di questa situazione.
Colpisce in particolare l’incapacità dell’Unione Europea di adottare misure che inducano Israele a consentire quantomeno la consegna dell’assistenza umanitaria. Occorre ricordare che il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici rappresenta un elemento essenziale dell’Accordo di associazione Ue–Israele, come sancito dall’articolo 2. In caso di violazione grave di questi principi, l’Ue ha il diritto di sospendere l’accordo. Ebbene, di fronte alle palesi violazioni dei diritti umani a Gaza, alcuni Stati membri, come Spagna e Irlanda, da tempo chiedono di ricorrere a questa clausola sospendendo i privilegi accordati a Israele.
Peraltro, a differenza di quanto normalmente si sostiene nel dibattito pubblico, è discutibile che la sospensione piena dell’accordo richieda una decisione del Consiglio all’unanimità. È plausibile inoltre sostenere che la sospensione di alcuni aspetti specifici dell’accordo possa essere decisa anche a maggioranza qualificata (ad esempio nel campo del commercio o della cooperazione nella ricerca).
La volontà politica, tuttavia, è ciò che continua a mancare: Paesi come Austria, Germania e Ungheria si oppongono a qualunque misura. Lo stesso Ministro degli Esteri tedesco ha escluso una sospensione, ribadendo che per Berlino "la sicurezza di Israele è prioritaria". Malgrado il Rappresentante speciale dell’Ue per i diritti umani abbia riconosciuto in due rapporti che Israele è venuto meno ai propri obblighi a norma dell’accordo, manca il consenso politico per trarne le conseguenze.
In questo quadro, tra le poche iniziative di segno opposto si registra una rinnovata spinta verso il riconoscimento dello Stato di Palestina. Nei giorni scorsi il presidente Macron ha annunciato che la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina in occasione della sessione dell’Assemblea Generale Onu di settembre. Si tratta di una svolta significativa: la Francia sarà il Paese più grande d’Europa a intraprendere questo passo, dopo che di recente Spagna, Norvegia, Slovenia e Irlanda hanno già deciso in tal senso.
Il cambio di posizione della Francia ha messo pressione ad altri governi occidentali. Nel Regno Unito il Primo Ministro Starmer ha mantenuto però un approccio cauto dichiarando che un cessate-il-fuoco a Gaza è la priorità per il suo Paese e che il riconoscimento è parte di un processo più ampio per una soluzione che garantisca pace e sicurezza.
Il governo del Cancelliere tedesco Merz continua a opporsi sostenendo che la priorità è far avanzare i colloqui di pace e che – di nuovo – "la sicurezza di Israele è fondamentale” per la Germania. Quanto all’Italia, la presidente Meloni sostiene che “i tempi non sono maturi”, secondo la linea per cui il riconoscimento dovrebbe avvenire solo come esito finale del processo di pace. Molto netta, invece, all’opposto, è la posizione della Santa Sede, nel senso dell’opportunità di riconoscere immediatamente la Palestina per favorire il negoziato.
Dal punto di vista del diritto internazionale, il riconoscimento di uno Stato è un atto politico che ha natura dichiarativa. Si riconosce che un determinato ente possiede già, di fatto, i requisiti della statualità. Nel caso della Palestina l’integrazione dei requisiti della statualità è controversa, mancando quasi del tutto un controllo territoriale effettivo dell’autorità di governo. Ciò non ha però impedito a gran parte della comunità internazionale di procedere comunque al riconoscimento. A oggi oltre 140 Stati (circa tre quarti dei membri dell’Onu) riconoscono lo Stato di Palestina. Tra questi la quasi totalità dei Paesi arabi, musulmani, africani e asiatici (comprese grandi potenze come Cina, India, Russia), molti Paesi latino-americani e anche diversi Paesi europei.
Tali riconoscimenti hanno chiaramente carattere promozionale: sono atti dal forte contenuto simbolico volti a chiarire che non si può arretrare dalla prospettiva dei due Stati, neppure di fronte all’occupazione e alla colonizzazione strisciante realizzata dal governo israeliano. L’aumento incessante delle colonie israeliane (in Cisgiordania e a Gerusalemme est ormai risiedono oltre 700.000 coloni in decine di insediamenti illegali) ha infatti frantumato il territorio palestinese compromettendo le prospettive di uno Stato sovrano. Non a caso, ben 15 ministri dell’attuale governo israeliano hanno chiesto di annettere la Cisgiordania occupata, sostenendo che la creazione di uno Stato palestinese rappresenterebbe una “minaccia esistenziale” per Israele. Il Ministro della Difesa ha ipotizzato inoltre l’annessione di parti della Striscia di Gaza.
In questo contesto, il riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina ha innanzitutto un valore politico: serve a cristallizzare il consenso globale sul diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e sulla legittimità di uno Stato indipendente che viva in pace accanto a Israele, unica soluzione conforme alle risoluzioni Onu. Non sono però trascurabili anche gli effetti giuridici del riconoscimento. Proprio grazie ad esso l’Autorità Nazionale Palestinese si è vista attribuire dall’Assemblea Generale dell’Onu lo status di Stato osservatore non membro (dal 2012) e ha potuto aderire a trattati internazionali cruciali per la tutela dei diritti dei palestinesi – si pensi agli strumenti giuridici del diritto umanitario come le Convenzioni di Ginevra, alla Convenzione Onu sul diritto del mare, all’Unesco o allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (di cui la Palestina è parte dal 2015). Tali adesioni hanno aperto la strada a meccanismi di responsabilità internazionale prima preclusi: emblematico il caso della Corte penale, presso cui la Palestina ha potuto denunciare i crimini internazionali commessi sul proprio territorio.
Tra le iniziative in corso per il riconoscimento, emerge per autorevolezza l’appello lanciato nei giorni scorsi da un gruppo di ex diplomatici italiani. Quaranta ex diplomatici, che hanno ricoperto incarichi di primissimo piano, hanno scritto una lettera aperta alla Presidente del Consiglio con una richiesta esplicita: riconoscere subito lo Stato di Palestina. La lettera, firmata tra gli altri da figure di spicco come Pasquale Ferrara (già Direttore generale degli Affari politici e di sicurezza della Farnesina), Ferdinando Nelli Feroci (già Commissario europeo) e il decano Antonio Armellini (già portavoce di Altiero Spinelli a Bruxelles), chiede al nostro governo di adottare misure concrete a tutela dei civili palestinesi. Ad esempio, l’appello propone di interrompere ogni collaborazione militare con Israele, data la gravità della situazione.
Si tratta di una presa di posizione di grande lucidità che a mio avviso indica la strada giusta. Ma occorre fare in fretta. Il rischio, altrimenti, è che presto non vi sia più nulla da riconoscere – e ci si trovi invece a confrontarsi con l’esodo dei palestinesi dalla loro terra e con l’annessione formale di ampie porzioni dei territori destinati al loro Stato. Basti pensare che, rispetto alla Palestina sotto mandato britannico, già al tempo degli Accordi di Oslo i palestinesi negoziavano solo sul 22% del territorio complessivo; e oggi perfino quel 22% residuo appare irrimediabilmente frammentato e colonizzato, al punto da rendere sempre più precaria ogni prospettiva di statualità.
Riconoscere lo Stato di Palestina significa dunque provare a salvare la soluzione dei due Stati prima che sia troppo tardi, affermando il principio che la pace potrà essere raggiunta attraverso il reciproco riconoscimento e la coesistenza di due Stati sovrani nei “confini” del 1967. Come dice l’appello, “l’immediato riconoscimento nazionale dello Stato di Palestina [...] confermerebbe che da parte italiana la prospettiva di 'due popoli, due Stati' non è solo uno slogan privo di senso compiuto e di qualunque credibilità, ma che si tratta di un percorso negoziale da riprendere immediatamente”.












