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Il difficile sentiero della politica economica nel Regno Unito

Quello che sta accadendo in ambito macroeconomico nel Regno Unito in questi giorni ha dello straordinario. Da un lato, la natura delle recenti proposte di politica economica e i problemi esistenti riportano le lancette indietro di diversi decenni. Dall’altro la situazione è così complessa da rendere difficile prevede come possa evolvere in futuro.
DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 29 settembre 2022

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

Il nuovo governo inglese ha, molto recentemente, dichiarato di voler ridurre (o rinunciare agli aumenti già previsti) la tassazione su imprese, lavoro e redditi più elevati attraverso un’operazione eccezionale (la più grande degli ultimi 50 anni) che costerà allo Stato inglese almeno 45 miliardi di sterline a regime. Il governo non ha specificato come questi mancati introiti verranno finanziati, facendo vagamente riferimento ai benefici che potrebbero derivare dalla maggiore crescita causata dal taglio delle imposte.

 

Questa manovra di politica economica è stata tentata altre volte in passato sia in Inghilterra (quando, tuttavia, la riduzione delle aliquote sul reddito era stata accompagnata dall’aumento di altre forme di tassazione), sia negli Stati Uniti. Essa ha sempre avuto risultati molto modesti in termini di crescita economica anche perché la riduzione delle tasse per i redditi più elevati non sembra essere mai associata a modifiche sostanziali dell’andamento economico generale. Essa favorisce quasi esclusivamente i percettori dei redditi più alti, contribuendo alla crescita della disuguaglianza del reddito disponibile, già molto elevata in Inghilterra.

 

In assenza di precise rassicurazioni in senso contrario, la sostenibilità delle finanze pubbliche è divenuta più incerta dopo l’annuncio di un taglio delle tasse di questa entità. Il rischio di una voragine nei conti pubblici ha comportato una rapida fuga di capitali dai titoli di stato e un ampio deprezzamento della sterlina, che ha raggiunto i minimi trentennali sul (forte) dollaro. E dato l’effetto che il deprezzamento della valuta ha sul costo dei beni importati, la proposta rischia di spingere l’inflazione interna, già molto elevata, al rialzo. Questo, a sua volta, dovrebbe spingere la Banca centrale inglese ad aumentare i tassi di interesse in modo più marcato, riducendo così gli investimenti interni e annullando l’effetto espansivo del taglio delle tasse sulla crescita.

 

Le critiche piovute da ogni dove su questa mossa di politica economica non sono legate soltanto alla dubbia efficacia della misura per rilanciare la crescita e agli effetti redistributivi di natura regressiva. In questo momento storico, caratterizzato da inflazione elevata e tassi di interesse destinati ad aumentare, la decisione rischia infatti di avere effetti perversi.

 

In primo luogo, l’unico modo per limitare la crescita dell’indebitamento pubblico causata da questa misura sarebbe realizzare una pesante riduzione della spesa pubblica. Questa potrebbe avvenire attraverso una forte contrazione degli investimenti pubblici (come avvenuto in passato in Italia) con gravi effetti negativi sulla crescita oppure attraverso il taglio delle spese sociali con pensati ricadute sociali. L’attuale quota di spesa destinata al sociale in Inghilterra non è infatti elevata e ciò rende difficile che una ulteriore riduzione della spesa possa avvenire senza compromettere il sistema di welfare britannico. La cosa si fa ancora più complessa a causa del contestuale impegno del governo di ridurre l’impatto sui privati dell’aumento dei costi energetici, un impegno che spinge la crescita di nuove voci di spesa diverse dal welfare. Lo stesso avverrà con l’aumento dei tassi di interesse legato all’inflazione che farà crescere il costo del servizio del debito pubblico. Un insieme di circostanze che porta a dubitare della sostenibilità sociale del pacchetto economico proposto (o della non sostenibilità del debito in caso di mancata copertura).

 

Il secondo aspetto critico da considerare è che l’economia inglese è già caratterizzata da qualche tensione sul mercato del lavoro visto che il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 3,4% - la più bassa cifra dal 1974 - anche a causa di un basso tasso di partecipazione dei senza lavoro. Anche nel fortunato caso in cui la manovra possa avere l’effetto espansivo sperato dal governo, essa potrebbe finire per accrescere le spinte inflazionistiche contro cui dovrebbe indirizzarsi la Banca centrale inglese.

 

Dal punto di vista istituzionale, questa manovra apre un fronte tra governo e banca centrale. Il mancato coordinamento tra le due autorità è evidente. La prima prova a spingere la domanda con una politica di bilancio espansiva mentre la seconda cerca di limitare la domanda per ridurre l’inflazione. La tentazione per il governo potrebbe essere quella di “chiedere” alla Banca di non alzare i tassi per aiutarla a finanziarsi sul mercato, anche a costo di una inflazione elevata. Questa eventualità ricorda la conflittualità tra istituzioni del passato, superata con l’attribuzione dell’indipendenza dei banchieri centrali dalla politica. Quasi un salto indietro di decenni.

 

La Banca centrale inglese ha per ora risposto rivendicando la sua autonomia e assicurando di voler alzare i tassi di interesse per contenere l’inflazione. Tuttavia la Banca è stata costretta ad intervenire massicciamente sul mercato per ridurre i rendimenti dei titoli di stato attraverso acquisti sulle scadenze lunghe della curva dei rendimenti. Questo intervento non è un cedimento alle richieste della politica, ma una risposta ai rischi di instabilità finanziaria determinati dal repentino crollo del valore dei titoli di stato. Quest’ultimo, infatti, avrebbe costretto i fondi pensione e altri operatori finanziari a fornire garanzie aggiuntive sulle posizioni (di natura speculativa) che gli stessi hanno adottato al fine di garantire un maggior ritorno ai risparmi investiti in epoca di bassi rendimenti. Anche in questo caso gli osservatori si dividono nel giudizio. L’intervento appare infatti necessario per tamponare l’ennesima stortura derivante da comportamenti rischiosi in ambito finanziario. Al contempo, lecito è pensare che la Banca centrale possa essere vincolata nella propria azione di contrasto all’inflazione se costretta a intervenire ripetutamente sul mercato per controllare gli “eccessi” sui mercati (a prescindere dal problema di identificare cosa sia un eccesso). Il rischio di messaggi contradditori dalla Banca ai mercati è quindi elevato.

 

Non ci si annoia mai, da un po’ di anni a questa parte, Oltremanica. Anche dove non circola e non è mai circolato l’euro. Un pensiero che i nostalgici della lira farebbero bene a tenere a mente.

 

Di Andrea Fracasso

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