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Israele nel Golfo Persico: l’inizio di  un nuovo equilibrio nella regione?

Una nuova fase, visibile non solo nel passo verso la pace in Medio Oriente, appena compiuto tra Abu Thabi, Manama e Tel-Aviv, ma già rinvenibile, con segni evidenti, nelle manifestazioni di piazza, degli ultimi due anni, dei libanesi e degli iracheni. La Repubblica Islamica, sia sul piano economico sia sotto il profilo geopolitico, non è mai stata in tanta grave difficoltà come nel momento attuale. Pertanto, non vi è da stupirsi se il governo iraniano auspichi che la vittoria alle prossime elezioni americane vada al candidato dei democratici, Joe Biden
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Di Orizzonti Internazionali - 06 ottobre 2020

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Pejman Abdolmohammadi, docente di storia dei paesi islamici, della Scuola di Studi Internazionali, Università di Trento

 

Il "secolo ideologico", improntato all’Islam politico e a una certa inflessibilità israeliana, sembra ormai volgere al tramonto, con la "storica" pace, da poco siglata, tra Israele, Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a segnare un momento cruciale per la storia degli equilibri politici mediorientali.

Una nuova fase, visibile non solo nel passo verso la pace in Medio Oriente, appena compiuto tra Abu Dhabi, Manama e Tel-Aviv, ma già rinvenibile, con segni evidenti, nelle manifestazioni di piazza, degli ultimi due anni, dei libanesi e degli iracheni. Manifestazioni che, lungi dall'essere improntate all'ideologismo e al settarismo che le contraddistingueva sino a non molto tempo fa, sono sembrate sempre più animate da un sincero impeto collettivo a chiedere la fine della corruzione dilagante e il bando dell’uso della religione islamica in chiave di ideologia politica. La tendenza attuale in Medio Oriente corrisponde a una richiesta di normalità, scevra dalla schiavitù del quotidiano terrore di esplosioni e attentati per le strade di ogni giorno.

Tuttavia, tale via è ancora irta di ostacoli e l'approdo di Israele nel Golfo Persico lancia un guanto di sfida frontale alla Repubblica Islamica dell’Iran e un avvertimento indiretto alla Turchia di Rajb Tayyip Erdogan, due cruciali baluardi  dell’Islam Politico nel Medio Oriente: il primo, rappresentante di una coalizione a maggioranza sciita e il secondo, detentore di un'eredità Ottomana, improntata all’uso dell’Islam politico in salsa sunnita. La Repubblica Islamica dell’Iran, oramai dal 2017, si trova schiacciata dalla dottrina imposta da Donald Trump, incentrata sulle sanzioni economiche e sulla strategia della pressione massima esercitata su Teheran, al fine di indebolire strutturalmente il regime iraniano. 

Infatti, nei suoi 41 anni di vita, la Repubblica Islamica, sia sul piano economico sia sotto il profilo geopolitico, non è mai stata in tanta grave difficoltà come nel momento attuale. Pertanto, non vi è da stupirsi se il governo iraniano auspichi che la vittoria alle prossime elezioni presidenziali americane vada al candidato dei democratici, Joe Biden. Ciò potrebbe, infatti, ridurre significativamente la pressione di Washington verso Teheran e, soprattutto, ridare linfa vitale al regime iraniano, rilanciandolo all’interno dello scacchiere geopolitico mediorientale. La Repubblica Islamica, sebbene si trovi in seria difficoltà, cercherà, in ogni modo, di dare qualche risposta al patto di pace, recentemente siglato, tra Eau e Bahrein con Israele, tanto che le reazioni potrebbero presto vedersi in Dubai o nello stesso Bahrein, come anche in altre zone del mondo, ove Teheran esercita una certa influenza.

 

Una delle possibili risposte di Teheran all'avanzata israeliana, sostenuta fortemente dagli Stati Uniti di Trump e Pompeo, potrebbe essere quella di incrementare l’alleanza con Pechino; in altri termini, la Repubblica Islamica potrebbe concedere pezzi importanti del suo interesse nazionale alla Cina, in cambio di una protezione totale - una sorta di assicurazione - contro ogni tentativo di cambio di regime, sia questo scaturisca dalla popolazione, in buona parte critica o oppositrice del sistema islamico, sia provenga dagli Stati Uniti, o da entrambi i soggetti in modo congiunto.

 

La Turchia di Erdogan, d'altro canto, guarda con dissapore e una certa preoccupazione all’avanzata israeliana in Medio Oriente e cercherà, in risposta, di intensificare l'avanzata nel Mediterraneo orientale. Lo stesso Erdogan, del resto, non potendo più contare sull'enorme popolarità di una volta e temendo di perdere la legittimità e il consenso politico interno, proverà a direzionare all'esterno il conflitto, in modo di suscitare una maggiore unità interna a stampo islamo-nazionalista. Sul fronte dell'attualità, saranno quindi tutte da seguire le prossime settimane, poiché è in divenire il formarsi di un nuovo equilibrio mediorientale, indotto anche dal confronto globale tra Stati Uniti e Cina, sullo sfondo di un'Europa sostanzialmente assente e di una Russia in posizione attendista, in attesa di scoprire, prima di decidere la strategia delle prossime alleanze, chi vincerà il trono alla Casa Bianca il 4 Novembre prossimo.

In tutto questo, il governo italiano non sembra essere molto attivo, sebbene il Paese, godendo, specie in Medio Oriente e diversamente da altre nazioni europee, come la Gran Bretagna, la Francia o il Belgio, di un certo credito dal punto di vista reputazionale, giovandosi di questo, agevolmente potrebbe ricoprire un prestigioso ruolo da mediatore o facilitatore politico, anche allo scopo di guadagnarsi, nel prossimo futuro, notevoli spazi nei mercati economici globali che si apriranno.

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