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La guerra in Ucraina vista dalla Cina

A distanza di più di due mesi dall’invasione dell’Ucraina ci si è più volte chiesti quali fossero il ruolo e la posizione della Cina. C’è chi ha parlato della Cina come di un possibile mediatore, chi l’ha criticata per la sua ambiguità non all’altezza di una “grande potenza responsabile”, e chi, infine, ha parlato di un possibile sostegno militare di Pechino alla Russia. Ma qual è la posizione del governo cinese e la sua visione della crisi e degli equilibri mondiali?
DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 29 aprile 2022

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Sofia Graziani, docente presso la Scuola di Studi Internazionali e il Dipartimento di Lettere e Filosofia e Giulia Sciorati, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia, Università di Trento

 

Sullo sfondo dei XXIV Giochi Olimpici invernali tenutisi a Pechino, il 4 febbraio scorso Cina e Russia hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui si legge che le relazioni tra i due paesi “trascendono il modello delle alleanze politiche e militari della Guerra Fredda” e sono caratterizzate da “un’amicizia che non ha limiti [cfr. enfasi delle autrici] né aree ‘proibite’ di cooperazione, […] non è rivolta contro paesi terzi, e non è influenzata da paesi terzi né da cambiamenti nella situazione internazionale”. Diversi analisti hanno visto in questo documento il momento culminante di una partnership strategica che si è rafforzata soprattutto nell’ultimo decennio e le cui radici affondano nell’opposizione all’egemonia americana e nella visione condivisa di un ordine mondiale multipolare.

 

Nonostante il consolidamento della partnership con Mosca, la Cina non ha espresso un voto contrario alla risoluzione Onu di condanna dell’invasione russa, preferendo astenersi in linea con un approccio adottato anche in altri momenti della sua storia recente. Tale decisione riflette sì la volontà di non contraddire i propri principi di politica estera, in primis il rispetto della sovranità e integrità territoriale e la non aggressione (due dei “cinque principi della coesistenza pacifica” tradizionalmente alla base della politica estera della Rpc), ma anche la necessità di non essere associata con le azioni di Putin che minerebbero l’immagine di “potenza responsabile” che Pechino ha faticosamente cercato di costruirsi negli anni.

 

D’altra parte l’invasione dell’Ucraina ha costretto il governo cinese a far fronte a una crescente pressione tanto sul piano internazionale, quanto a livello domestico. Non sono mancate, ad esempio, posizioni fortemente critiche rispetto alla Russia all’interno della Rpc, a partire dall’appello (subito censurato) di alcuni famosi storici cinesi che il 27 febbraio hanno condannato l’“invasione su larga scala dell’Ucraina”, parlando di “aggressione violenta ai danni di un paese fratello tanto più debole condotta dalla Russia, una potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu”. Anche sul piano del dibattito accademico sono emerse riflessioni critiche da parte di studiosi cinesi rispetto alla partnership sino-russa e alle sue implicazioni per il futuro della posizione della Cina nel mondo.

 

La risposta di Pechino alla crisi deve essere compresa tenendo presente la necessità di bilanciare i propri interessi nazionali con l’aspirazione del paese ad essere riconosciuto dalla comunità internazionale come una “grande potenza responsabile” (fuzeren daguo 负责任大国). Come è stato osservato da diversi analisti Pechino si è posta essenzialmente tre obiettivi apparentemente inconciliabili: preservare i buoni rapporti con Mosca, aderire ai principi alla base della propria dottrina di politica estera ed evitare, nello stesso tempo, un ulteriore deterioramento dei suoi già tesi rapporti con l’Occidente (Usa, Europa). Pechino, infatti, riconosce che al di là delle differenze, la cooperazione con gli Stati Uniti rimane fondamentale per affrontare le sfide globali, mentre l’ordine e la stabilità mondiale sono ritenute cruciali per la crescita economica del Paese e per la realizzazione degli ambiziosi progetti alla base del “sogno cinese della grande rinascita nazionale” (Zhonghua minzu weida fuxing de Zhongguo meng 中华民族伟大复兴的中国梦).

 

Annunciata il 25 febbraio dal Ministro degli Esteri Wang Yi, la posizione ufficiale cinese sulla “questione ucraina” si articola in cinque punti (wu dian jiben lichang 五点基本立场). Il primo ribadisce l’impegno della Cina a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di ogni Paese. Il secondo invita a considerare la reciprocità del concetto di sicurezza nazionale (implicitamente riferendosi anche all’argomentazione russa sulla presenza della Nato in Ucraina come una minaccia alla propria sicurezza nazionale), proponendo una “visione di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile” e l’abbandono di una “mentalità da guerra fredda”. Se il terzo punto è dedicato a questioni umanitarie, il quarto sottolinea l’approccio della Cina a favore della via diplomatica e di una soluzione pacifica della crisi, nonché del futuro dell’Ucraina come un ponte (qiaoliang桥梁) tra est e ovest e non la frontline di un confronto fra grandi potenze. L’ultimo punto si rivolge al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che dovrebbe svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione della questione ucraina, mettendo al primo posto la stabilità e la pace nell’area, nonché la sicurezza di ogni paese e cercando strade alternative a quella delle sanzioni.

 

Nei giorni successivi, come riportato dalla stampa di Partito (si veda la sintesi sulla posizione cinese proposta dalla rivista teorica del Pcc Qiushi 求是), le autorità cinesi hanno articolato ulteriormente la posizione di Pechino, sottolineando l’importanza della stabilità e della pace mondiale e riaffermando come la Cina sia un paese che non cerca sfere di influenza e persegue una via di sviluppo pacifica. Al centro delle dichiarazioni di Wang Yi e dei suoi portavoce nel primo mese di conflitto troviamo richiami frequenti alla necessità di evitare una crisi umanitaria di enormi dimensioni e di tutelare la popolazione civile, e all’importanza del dialogo e dei negoziati per una risoluzione politica della crisi. Il 29 marzo Wang Yi affermava che “la posizione cinese è chiara: tra la guerra e la pace la Cina pende verso la pace, tra le sanzioni unilaterali e il dialogo, noi pendiamo verso il dialogo”. Un ulteriore richiamo, quindi, alla Cina come potenza pacifica e responsabile che suggerisce una posizione anti-revisionista da parte del paese anche con i partner dello spazio post-sovietico che, con l’invasione, temono oggi ancora di più per la propria sovranità nazionale.

 

Così, se da un lato, la Russia non è mai stata criticata apertamente dal governo cinese per l’invasione militare – lo stesso termine “invasione” è assente nel discorso ufficiale cinese –, dall’altro Pechino non ha esitato a esprimere serie preoccupazioni circa la crisi, facendo appello alla calma e alla razionalità ed evidenziando la complessità della situazione, le cui ragioni storiche sono peraltro rintracciate nella strategia di espansione a est della Nato con al centro gli Usa e nella mancata considerazione delle preoccupazioni russe relative alla sicurezza.

 

La crisi è infatti vista come una “partita a scacchi tra grandi potenze” (daguo boyi 大国博弈) dietro la quale si cela il disegno egemonico statunitense; una critica quella agli Stati Uniti che è stata confermata di recente dai media di stato, in particolare dal Renmin ribao 人民日报, organo ufficiale del Pcc. Una serie di articoli apparsi tra marzo e aprile sotto lo pseudonimo ufficiale di Zhong Sheng (uno stratagemma con il quale la leadership veicola la propria visione su temi chiave degli affari internazionali) ha parlato di una precisa responsabilità americana nella crisi in corso, individuando nell’espansione a est della Nato la causa principale della crisi e il più grande errore degli Usa dalla fine della Guerra fredda. Nell’articolo del 29 marzo si afferma che di fronte alla crisi “le grandi potenze devono svolgere un ruolo costruttivo. Tuttavia, gli Usa non hanno adottato azioni tese ad allentare la tensione e a disinnescare la crisi. […] costruiscono la narrativa politica incentrata sulla contrapposizione ‘democrazia vs. autoritarismo’ e ‘bene contro il male’, […] incitando un conflitto ideologico al fine di spostare l’attenzione verso altri paesi […] e contenerne lo sviluppo. La crisi ucraina consente alla popolazione mondiale di vedere chiaramente l’influenza distruttiva della mentalità da guerra fredda associata all’egemonismo americano”.

 

Se il discorso propagandistico cinese si è gradualmente sviluppato in chiave anti-americana (e più in generale anti-occidentale), al contempo si difendono i rapporti stretti con la Russia, e si assiste al tentativo di costruire una narrazione dominante tesa a “unificare il pensiero” e a promuovere una “corretta visione della situazione ucraina”, in un momento di fragilità in cui il Pcc è concentrato soprattutto sul fronte interno, sulla lotta alla pandemia e sui temi dello sviluppo, anche in vista del delicato ventesimo Congresso del Pcc che si terrà nel prossimo autunno.

 

Parallelamente, la crisi non sembra aver ridimensionato i rapporti con la Russia la cui convergenza di vedute contro un ordine mondiale americanocentrico appare rafforzata. L’incontro tra i rispettivi Ministri degli Esteri Sergey Lavrov e Wang Yi dello scorso 30 marzo a Tunxi – un distretto storico della città di Huangshan nella Cina sud-orientale – è stata la prima occasione di incontro diretto tra i rappresentanti istituzionali russi e cinesi dall’invasione dell’Ucraina. Un incontro che è stato seguito con particolare attenzione da parte di tutta la comunità internazionale (e, soprattutto, le potenze occidentali) poiché percepito come un momento cruciale attraverso cui tentare di trovare nuove evidenze per interpretare la posizione della Cina nei confronti del conflitto dopo i risultati limitati ottenuti dall’incontro bilaterale con gli Stati Uniti di metà marzo.

 

Tuttavia, le dichiarazioni che hanno seguito l’incontro tra Lavrov e Wang Yi hanno enfatizzato la resilienza della relazione bilaterale tra Pechino e Mosca agli sconvolgimenti del sistema internazionale e una volontà, da parte cinese, di non isolarsi dalla Russia. Pechino non è infatti disposta a esprimere apertamente il proprio dissenso nei confronti di Mosca, perlomeno di fronte ad una comunità internazionale che continua a raccogliersi intorno al ruolo securitario degli Stati Uniti. Sono infatti soprattutto considerazioni di tipo sistemico ad aver determinato la decisione cinese di non ridimensionare la partnership con la Russia. Una partnership che, nonostante i possibili costi politici e reputazionali, Pechino continua a tutelare quale importante fonte di sostegno nelle istituzioni internazionali contro i toni ideologici assunti dal confronto con gli Stati Uniti.

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