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| 18 mar 2025 | 09:35

Tra sparate grossolane e violente contro l'Ue e il riarmo continentale, quale futuro per l’alleanza atlantica tra Usa e Europa?

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 18 marzo 2025

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Umberto Tulli – docente di storia contemporanea presso la Scuola di Studi Internazionali ed il Dipartimento di Lettere e Filosofia, Università di Trento

 

"L'Unione Europea è stata creata per fregare gli Stati Uniti, questo è il suo obiettivo, e ci sono riusciti alla grande" ha dichiarato a fine febbraio il presidente Trump. Commentando i suoi piani per imporre dazi del 25% su automobili e altri beni, Trump ha attaccato il surplus commerciale dell'Ue nei confronti degli Usa, definendolo un vero e proprio sfruttamento. In altre occasioni, il Presidente americano è tornato più volte sulla necessità di ridefinire il bilancio interno alla Nato, chiedendo agli alleati europei di aumentare il loro contributo economico e minacciando un progressivo disimpegno americano all’interno dell’organizzazione del Patto atlantico.

 

Non è certo il primo momento di frizione all’interno della Comunità atlantica. Sin dalla sua nascita, la Nato è stata accompagnata dalla frequente richiesta americana di ridefinirne il burden sharing. Già negli anni Cinquanta, il Segretario di Stato John Foster Dulles era arrivato a minacciare una “angosciosa revisione” della partnership con l’Europa qualora fosse naufragato il programma della Comunità europea di difesa e quello per il riarmo della Germania occidentale. Così come non sono mancate critiche verso il funzionamento del mercato comune, le politiche di sviluppo della Cee/Ue, la nascita dell’euro. In anni più recenti, dopo la grande solidarietà mostrata dai Paesi europei verso gli attacchi dell’undici settembre, l’amministrazione Bush ha sprezzantemente contrapposto la vecchia Europa a guida francotedesca alla “nuova Europa” centro-orientale.

 

Assieme alle frizioni dei decenni precedenti, restano valide ancora oggi le tante interdipendenze che legano l’Europa e gli Stati Uniti. I volumi commerciali o quelli degli investimenti diretti che attraversano l’Atlantico continuano a dominare l’economia mondiale. L’integrazione securitaria che si è creata tra Europa e Stati Uniti non è comparabile con nessuna altra alleanza militare presente o passata. Le università, i centri di ricerca, i think tanks su una sponda o sull’altra dell’Atlantico sono talmente integrati che, spesso, ha poco senso parlare di istituzioni europee o americane. Vi è poi una relazione ideologica profonda che accomuna ed unisce Europa ed Usa.

 

Tutto ciò potrebbe far pensare che l’impatto di Trump sulle relazioni transatlantiche possa non essere poi così diverso da altri momenti di crisi. Eppure, quella che sta emergendo nelle ultime settimane non è una crisi come le altre. Sono almeno tre gli elementi la rendono nuova.

 

Innanzitutto, l’elemento Trump. Le critiche e gli attacchi all’Unione europea sono portate avanti con un linguaggio grossolano e violento. È, quella di Trump, una visione semplicistica e, in ultimo errata, delle relazioni internazionali come un gioco a somma zero. Dando sfogo ad una certa tradizione di antieuropeismo che ha accompagnato gli Usa sin dalla loro nascita, l’Europa immaginata da Trump è un’anti-America che, come ha detto il Presidente, esiste solo per danneggiare l’economia americana e che deve essere riportata ad un ruolo subordinato. Sulla stessa linea, seppur con un linguaggio meno rozzo, si è espresso il vicepresidente J.D. Vance che, parlando a Monaco, ha ritratto l’Ue come un nemico per gli Usa.

 

A questa visione apertamente ostile all’Ue si sommano poi le distanze che esistono su tanti dossier specifici, dall’Ucraina per la regolamentazione e la tassazione dei colossi di internet, passando per la Cina. Su quest’ultimo punto, già prima di Trump, il governo americano aveva avviato politiche di decoupling dall’economia cinese; una strada che i Paesi dell’Unione Europea non hanno voluto seguire fino in fondo. La lontananza tra le sponde dell’Atlantico sembra crescere se si guarda a democrazia e diritti umani. La torsione democratica degli Stati Uniti – con corti federali che stanno cancellando numerosi Executive Orders del Presidente e l’amministrazione determinata ad ignorare le decisioni delle varie corti – apre lo scenario di crisi costituzionale ed istituzionale che potrebbe rendere gli Stati Uniti un partner non più affidabile o, peggio ancora, far precipitare l’intero spazio atlantico in una dinamica segnata da forme nuove e vecchie di populismo transatlantico. D’altronde, la rielezione di Trump ha galvanizzato formazioni populiste, sovraniste ed anti-Ue di mezzo continente.

 

È difficile preconizzare quale sarà il futuro delle relazioni transatlantiche. Difficilmente Atlantica – intesa tanto come lo spazio immaginario che unisce le due sponde settentrionali dell’Atlantico quanto come lo spazio altamente istituzionalizzato incarnato dalla NATO – soccomberà a Trump. Certo, l’indebolimento del legame atlantico potrebbe innescare una serie di dinamiche che potrebbero portare anche all’implosione del progetto europeo che, soprattutto nei primi decenni, ha beneficiato dall’appoggio e della protezione americana. Oppure, la sfida posta da Trump potrebbe diventare un ulteriore incentivo per rafforzare l’integrazione europea. Nell’ultima settimana, si sono infatti inseriti tanti leader europei per sottolineare come l’Ue non possa più fare affidamento sugli Usa per la propria sicurezza. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha messo da parte la questione Brexit per assumere la guida di una “coalizione dei volenterosi” a sostegno di Kiev, mentre il Presidente francese Emmanuel Macron ha avanzato l’idea di estendere la protezione nucleare della Francia all’intero continente europeo.

 

Nel frattempo, la Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha ottenuto l’approvazione del Parlamento europeo per il piano Rearm Europe, e il Cancelliere tedesco in pactore, Friedrich Merz, ha deciso di superare i vincoli di bilancio imposti dalla Costituzione, annunciando un piano di investimenti nella difesa da 500 miliardi di euro. “Donald Trump non vincerà mai il premio Nobel per la pace – ha osserva Gideon Rachman sul Financial Times ma dovrebbe essere un concorrente forte per il premio Carlo Magno, che viene assegnato ogni anno alla persona che ha dato il più grande contributo all’unità europea”.

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