Trump e l'attentato alla democrazia: l'erosione di checks and balances e rule of law, come ti smantello secoli di civiltà in pochi giorni. Occorre resistere e reagire

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento
Luisa Antoniolli, docente della Scuola di studi internazionali e della Facoltà di Giurisprudenza, Università di Trento
L’inizio del 2025 ha visto uno sconvolgimento epocale delle basi su cui il mondo occidentale è stato costruito nell’epoca moderna, che sta demolendo le fondamenta del sistema multilaterale che con enorme sforzo era stato edificato dalle macerie delle due guerre mondiali del XX secolo. L’epicentro di questo terremoto è attualmente negli Stati Uniti, dove la seconda presidenza Trump sta abbattendo uno ad uno i pilastri della democrazia, su cui è stata fondata tutta l’esperienza politica occidentale moderna, e che ha variamente influenzato (non sempre in modo benefico) altre parti del mondo. Lo choc causato da questo tornado non deve però farci dimenticare che i fattori scatenanti dello sconvolgimento sono in azione da tempo. Se è comprensibile essere sorpresi dalla virulenza, dalla velocità e dall’ampiezza dell’attacco (e, verrebbe da dire, spesso anche dalla sua stupidità), non altrettanto comprensibile e giustificabile è la sorpresa riguardo allo stato di pericolo esistenziale che la democrazia sta vivendo negli Stati Uniti e non solo.
Da alcuni decenni in tutti i paesi occidentali si sta assistendo ad un crisi strutturale dei sistemi democratici: sul piano interno, vi è una crescente disaffezione degli elettori, una conseguente emorragia di partecipazione al voto nelle elezioni; un aumento della volatilità e polarizzazione delle formazioni politiche, sempre più caratterizzate da leadership personalistiche, piuttosto che da piattaforme politiche riconoscibili; l’incapacità dello Stato di rispondere efficacemente ai bisogni sociali, anche a causa delle pressioni generate dai fenomeni di globalizzazione e dalla conseguente riduzione dello Stato sociale; la messa in discussione di diritti fondamentali acquisiti. Sul piano internazionale, è evidente l’indebolimento delle organizzazioni multilaterali, tacciate di essere inefficaci e di far prevalere gli interessi dei paesi sviluppati (il cd. Nord globale) a scapito di quelli in via di sviluppo (il cd. Sud globale), con un conseguente ritorno a logiche bilaterali basate su rapporti di forza; la perdita di rilevanza delle regole internazionali, sostituite sempre più spesso da una logica di potere; l’indebolimento degli Stati, che a fronte di fenomeni sempre più spinti di globalizzazione non riescono a controllare efficacemente le proprie scelte politiche, economiche e sociali.
Paradossalmente, il rapido e generalizzato aumento del populismo e del nazionalismo è proprio la spia di questa debolezza: quanto più lo Stato, e a livello internazionale le organizzazioni internazionali (che degli Stati sono la proiezione internazionale), si dimostrano incapaci di rispondere alle principali sfide e paure dei cittadini, tanto più si fa sentire la spinta verso soluzioni isolazioniste e unilaterali, teoricamente capaci di fornire risposte rapide e sicure, ma che in realtà si rivelano acceleratori di quello stesso declino e di quei problemi che mirano ad arginare.
Da un punto di vista istituzionale, la nuova deriva negli Stati Uniti sta mostrando plasticamente al mondo lo smantellamento dei fondamenti della democrazia. In primo luogo, la divisione dei poteri, la più importante conquista della rivoluzione francese e di quella americana (checks and balances nella terminologia anglo-sassone, che ne evidenzia il ruolo di controllo e garanzia del sistema), secondo cui la democrazia si fonda su istituzioni aventi funzioni e composizione diverse, nessuna delle quali ha un potere illimitato e prevalente. In secondo luogo, lo stato di diritto (rule of law, nella terminologia anglo-sassone), che stabilisce la funzione del diritto come presupposto di funzionamento della democrazia, in base al quale tutti i poteri dello Stato sono sottoposti alle regole, prestabilite secondo procedure legali e soggette a controllo.
La presidenza Trump ha messo impietosamente in luce una deriva che in modo diverso e meno plateale è in atto già da tempo in molti paesi occidentali: l’espansione del potere esecutivo, con un accentramento personalistico nelle mani del Primo Ministro; la marginalizzazione del ruolo del Parlamento, che fatica a indirizzare le scelte politiche dell’esecutivo, anche a causa del cambiamento strutturale dei partiti politici; gli attacchi all’indipendenza della magistratura e al controllo giurisdizionale, nonché ai diritti individuali. Attorno alla metamorfosi istituzionale si collocano altri fenomeni strutturali, come la polverizzazione e polarizzazione della comunicazione politica e dell’informazione, ed il progressivo indebolimento dei cosiddetti corpi intermedi (come i sindacati), che in passato consentivano di canalizzare la pubblica opinione e la società civile verso soluzioni politiche argomentate e condivise. Sebbene questo processo di erosione democratica (democratic backsliding) abbia caratteristiche ed intensità molto variabili nei diversi contesti, e vi siano anche segnali in controtendenza, è innegabile che via sia un problema strutturale comune.
La frenetica attività di Trump dopo l’insediamento alla Casa Bianca ci fornisce un catalogo esemplare di azioni che vanno tutte in questa direzione: attraverso una raffica di decreti presidenziali (executive orders) il Presidente sta alterando e parzialmente smantellando la macchina amministrativa federale (attraverso licenziamenti in massa, chiusura di programmi federali, ecc.), con modalità chiaramente contrarie alle leggi in vigore. A fronte di una valanga di ricorsi giurisdizionali in riposta a questi provvedimenti, la Casa Bianca ha fatto sapere che valuterà la possibilità di disattendere le sentenze, una strategia eversiva per qualsiasi sistema democratico. Gli Stati Uniti stanno inoltre mettendo in atto una strategia di smantellamento complessivo delle istituzioni multilaterali: sono usciti dall’Organizzazione mondiale della sanità, propongono di uscire dalle Nazioni Unite, non riconoscono l’operato della Corte penale internazionale, hanno di fatto svuotato di significato la NATO, e lo stesso Trump ha formalmente sostenuto che l’Unione europea è stata creata solamente ‘per fregare gli Stati Uniti’.
E’ uno dei molti paradossi della nostra epoca che proprio il Paese che è stato a lungo il simbolo della democrazia nel panorama internazionale, sia il teatro di questa plateale distruzione, con una virulenza spesso compiaciuta e altamente teatrale. Anche questa è una novità dirompente, perché persino nelle autocrazie vi è sempre il tentativo di paludare le violazioni con un rispetto formale delle regole: si pensi all’eufemismo del termine ‘operazione militare speciale’ usato dal governo russo per definire l’invasione dell’Ucraina. Se è vero che la brutalità delle scelte politiche degli Stati Uniti certifica oltre ogni dubbio che ‘il Re è nudo’, cioè che l’idea di democrazia occidentale è in crisi profonda, è anche vero che la forma è sostanza: lo scempio istituzionale derivante da una retorica (e poi dalle azioni) usata come una clava ha un prezzo proibitivo in termini di credibilità del sistema. Se anche Trump sparisse domani, il danno rimane.
Quanto all’informazione e alla comunicazione, l’allineamento dei social media e delle big tech americane, incarnato nel ruolo di potentissimo (ed eversivo) spin doctor di Elon Musk nel governo Trump, e confermato dall’appoggio più discreto ma altrettanto incisivo di altri colossi come quelli controllati da Zuckerberg, Bezos, Altman e Thiel, è la spia di una deriva autocratica. La morsa e il controllo sui mezzi di informazione si sta sempre più rafforzando, con un’esplosione incontrollata di propaganda e disinformazione. In questi giorni convulsi quello che forse colpisce di più nell’uso spregiudicato e cinico del potere e della propaganda, è la sua aggressività simbolica, materializzata nel video distopico di Gaza trasformata in una Las Vegas post-moderna grazie al Dio-Trump (affiancato dai suoi sodali Musk e Netanyahu), che, come un novello Re Mida, trasforma in oro tutto quello che tocca.
In conclusione, se complessivamente l’azione del Governo Trump appare frenetica e caotica, la direzione appare chiara e univoca: smantellare ogni tipo di controllo, interno e internazionale, che si frappone all’uso illimitato e insindacabile del potere, economico, politico, militare e culturale. E lo fa in aperto disprezzo della legalità, delle regole e delle istituzioni, che vengono lasciate in piedi se e solo in quanto non ostacolano la sua marcia. E’ difficile non essere turbati da quello che vediamo e sentiamo in questi giorni, ma occorre razionalmente riconoscere che in questo caos ci sono elementi e problemi che conosciamo da tempo, e per i quali esistono strumenti ed azioni che possono essere e devono essere messi in campo a tutti i livelli, politico, economico e culturale, negli Stati e a livello internazionale. Occorre resistere e agire.












