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| 30 gennaio | 20:12

Il consigliere comunale trentino che aiuta i palestinesi (disarmati!) a resistere alla violenza dei coloni nei Paesi di "No Other Land"

DAL BLOG
Di Paolo Ghezzi - 30 gennaio 2026

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)

Nome in codice, Luciano. Un consigliere comunale trentino testimone in Palestina. Nella Cisgiordania dove i palestinesi disarmati resistono a un’occupazione-oppressione infinita e ingiusta.

 

Il colono israeliano armato che qualche ha minacciato due carabinieri italiani racconta la realtà quotidiana in un Paese-NonStato dove i coloni armati – fiancheggiati dall’esercito israeliano – ogni giorno cercano, in spregio a una serie di risoluzioni Onu sugli espropri illegali, di rubare terra e speranza ai palestinesi che resistono aggrappati alla loro terra di ulivi. Come si racconta nel bel film “No Other Land”. I palestinesi non hanno altra terra dove andare. Ma quella terra gliela stanno rubando un po’ alla volta, giorno dopo giorno.

 

“Il territorio occupato palestinese rappresenta l’unica area al mondo in cui milioni di civili sono soggetti a tribunali militari da oltre 50 anni: il tasso di condanne per i palestinesi in questi tribunali è pari al 99,74%” mentre “stando all’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din (“C’è giustizia”), la probabilità che una denuncia per danni arrecati a un palestinese da parte di un soldato si concluda con una condanna è pari allo 0,87%” (Lorenzo Kamel, “Israele-Palestina in trentasei risposte”, Einaudi 2025).

 

Proprio nella zona ormai iconica di “No Other Land”, in quei villaggi palestinesi, ha lavorato per un paio di settimane il pubblico amministratore locale trentino, che ci racconta un’esperienza e un punto di vista non usuali su un conflitto eterno e apparentemente irresolubile.

 

Luciano (nome fittizio di “campo” perché se rivelasse la sua identità avrebbe problemi a tornare in Israele) è un trentino di 46 anni, falegname, due figli, che da due decenni opera come attivista dell’Operazione Colomba, con esperienze svolte in Chiapas e in Caucaso. A Gaza e in Cisgiordania. Operazione Colomba è un corpo civile nonviolento della Comunità Giovanni XXIII, che si muove a livello internazionale, dall’Ucraina alla Palestina, in sostegno ai movimenti nonviolenti. Luciano fa parte dunque di quella componente del variegato movimento pro-Pal, che distingue bene tra il terrorismo di Hamas e la causa di Gaza, tra la resistenza palestinese nonviolenta e quella armata, tra il popolo senza Stato in Cisgiordania e la cattiva amministrazione dell’Anp, screditata istituzione dei successori di Arafat.

 

Luciano, nel 2002 a Khan Yunis (Caravanserraglio di Giona), vicino al valico di Rafah, ha lavorato con un gruppo che organizzava campi estivi per bambini, “per sottrarli alle grinfie di Hamas, che cerca sempre carne fresca da mandare in guerra”. Quel progetto a Gaza ha chiuso dopo la morte della ventitreenne americana Rachel Corrie (16 marzo 2003), dopo il rapimento e l’uccisione di Vittorio Arrigoni, attivista e giornalista di 36 anni (15 aprile 2011). Due testimoni nonviolenti che hanno pagato con la vita il loro impegno generoso.

 

Progetto chiuso nella Striscia, come tutti quelli delle organizzazioni diverse dall’Onu, e dunque in quegli anni Operazione Colomba ha aperto un nuovo progetto in Cisgiordania.

 

Racconta Luciano: “Hamas è un’organizzazione terroristica ma ha guadagnato consenso perché l’Anp è inefficiente e corrotta. Certo, fa impressione pensare che, poco prima che Hamas prendesse il potere, Ariel Sharon, proprio lui che aveva causato l’Intifada con la provocazione della passeggiata sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme, poco prima di morire avesse ordinato lo sgombero delle colonie ebraiche di Gaza. E invece in Cisgiordania oggi c’è un quotidiano espandersi delle colonie. Per questo ha senso continuare a portare sostegno ai gruppi nonviolenti della comunità palestinese. Dove militano i figli di quegli attivisti che da sempre portano avanti le stesse pratiche pacifiche. In At-Tuwani, il villaggio di “No Other Land”, ci siamo noi dell’Operazione Colomba, l’International Solidarity Movement e gli israeliani di Taayush”.

 

"No Other Land", vincitore del premio Oscar 2025 come miglior documentario, racconta la sistematica demolizione del villaggio palestinese a Masafer Yatta, in Cisgiordania. La resistenza disarmata di Basel Adra è stata raccontata da una regia collettiva israelo-palestinese (lo stesso Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal).

 

Dal 2004, su richiesta della comunità locale, Operazione Colomba è presente nel villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron. Dagli accordi di Oslo il villaggio si trova in "area C", cioè sotto controllo civile e militare israeliano.

 

A poche decine di metri dal villaggio si trovano l'insediamento di Ma'on e l'avamposto di Havat Ma'on, abitati da coloni nazional-religiosi. Questi insediamenti israeliani sono in continua espansione e annettono a sé le terre dei vicini villaggi palestinesi che sono così costretti a vivere sotto la costante minaccia di violenze (alle persone e alle proprietà).

 

I pastori delle colline a sud di Hebron hanno però scelto di lottare con metodi nonviolenti per tutelare la propria vita e i propri diritti, riunendosi nel Comitato Popolare delle Colline a sud di Hebron. (Per i dettagli, https://www.operazionecolomba.it/palestina/palestina-progetto.html)

 

Racconta Luciano: “Tra i 4 e i 10 siamo noi di Operazione Colomba, e in tutto una trentina di internazionali, a Masafer Yatta, le campagne dove vivono 3mila palestinesi sparpagliati in 25 villaggi, che ricordano più i nostri masi che paesi veri e propri. Un bel territorio collinare, coltivato a ulivo (i palestinesi) e viti (i coloni), come cantava De André nel Sogno di Maria, “Dove l’ulivo s’abbraccia alla vite…”.

 

Magari si abbracciassero, coloni e contadini.

 

“La quotidianità – prosegue Luciano – è l’espansione continua delle colonie, tutte illegali, che crescono mentre l’esercito occupa l’area stabilmente e la considera zona di addestramento militare. Perciò i militari producono uno dopo l’altro gli ordini di demolizione, e ogni qualche mese abbattono le case, come si vede nel film. Arrivano con carri armati e bulldozer. Radono al suolo. E ogni volta i palestinesi documentano tutto con le videocamere, fanno ricorsi in tribunale, spesso assistiti da avvocati israeliani. Fanno interposizione. L’esercito, quando e dove vuole, arriva, spaventa con granate stordenti e butta giù tutto. Anche noi internazionali diamo una mano, facciamo dei report e segnaliamo le violazioni agli avvocati. Siamo lì anche per dirgli che non sono soli”.

 

“Le colonie crescono come i funghi, in cima alle colline. La strategia è sempre quella: prima nascono gli outpost, un camioncino e qualche tenda. Poi i coloni cominciano a costruire, o su territorio occupato dall’esercito, in alcuni casi anche su terre comprate dai palestinesi esasperati. Non tutti i palestinesi, tra l’altro, hanno documenti che attestano la proprietà della terra”.

 

“Invece la famiglia che mi ha ospitato qualche settimana fa possiede documenti datati addirittura fine Ottocento che attestano il suo diritto di proprietà della terra. I coloni sono spesso armati individualmente, il ministro di estrema destra Smotrich ha dato carta bianca alla Settlers Security, la polizia privata dei settlers, dei coloni”.

 

“L’ho vista in azione anche io. Con un collega di Operazione Colomba stavamo presidiando un villaggio: un colono è entrato con un quad dentro una fattoria, stavamo documentando tutto con le telecamere, poi è arrivato un pickup anonimo con uomini armati, erano militari dell’esercito ma senza divisa, che ci hanno chiesto i documenti; poi è arrivata la polizia israeliana, poi la Settlers Security. Un attivista israeliano, avvocato, si è rifiutato di consegnare i suoi documenti. Al mio compagno, identificato con me, ora hanno rifiutato l’Eta, il visto d’ingresso. L’unica forma di tutela per loro è la presenza di noi internazionali… Naturalmente con visto turistico, altrimenti all’aeroporto di Tel Aviv non ci fanno passare… dobbiamo dire che andiamo lì a fare trekking!”. 

 

Luciano spiega che, tra i volontari, ciascuno conosce l’altro solo col nome da campo, nessuno sa i veri nomi e i cognomi degli altri, come ai tempi dei partigiani.

 

“Stavo intagliando un giochino di legno, vedo due pickup della polizia, cercavano un’attivista che aveva pubblicato sul suo profilo Instagram il reportage di un’attività svolta… Siamo tutti sotto tiro. I palestinesi fanno della nostra presenza un elemento di forza per resistere. Tutti sono stati arrestati diverse volte. Se prendono in mano lo schioppo del nonno, gli israeliani li massacrano. Sono nonviolenti per necessità, non perché sono tutti dei Gandhi. E adesso, tra intelligenza artificiale, satelliti, droni e riconoscimento facciale, come vuoi resistere se non con strumenti di resistenza civile nonviolenta? La sproporzione dei mezzi è troppo terrificante”.

 

Luciano è un falegname deandreiano, un pro-Pal poetico. E così continua il racconto.

 

“Loro si sentono palestinesi e sono legati moltissimo alla loro terra e alla loro comunità. Lì la terra è proprio bella: quando la luna è bassa conti le stelle, perché c’è poco inquinamento luminoso, vedi i monti della Giordania… Gli tirano giù la casa e loro la ricostruiscono, vanno a vivere nelle grotte, non si vogliono schiodare. Difficile che ti tocchi il cuore. È come quella grotta di duemila anni fa… La storia dei potenti che si ripete: Erode e il massacro degli innocenti. I territori delle parabole sono quelli. Mi ha colpito tanto Betlemme, a 10 chilometri da Gerusalemme: passi il famoso muro e il checkpoint, e ti trovi a pensare a quel bambino che nasce duemila anni fa, figlio di rifugiati, braccati come oggi. Io sono un laico e non credente (anche se ora, alla mia età, vacillo un po’) ma mi sono emozionato. Siamo ufficialmente in terra palestinese, ma lì le auto israeliane circolano senza restrizioni, i palestinesi invece sono sempre sotto controllo e sotto minaccia. I cancelli militari giù e giù, davanti ai villaggi lungo la Hebron Road. E poi arrivi all’hotel che guarda i graffiti di Banksy sul muro, e dentro c’è il Museo della storia della Palestina. Una storia impossibile. Volevamo vedere se si potevano portare in visita amministratori locali che hanno sostenuto la Palestina in questa fase. Ma la difficoltà è che l’Anp non è vista come un interlocutore sano…”.

 

Luciano ha collaborato con l’Associazione Youth of Sumud (la Gioventù della Resistenza), che alla Guest House di Tuwani (il luogo che ospita gli internazionali), ha progettato un graffito per portare avanti la campagna. Un collettivo di Cesena ha realizzato il murale di un loro artista. La proprietà del murale l’hanno venduta, suddividendola in una ventina di quote. Grazie alla legge italiana sul diritto d’autore, il murale ora è protetto. Finora ha funzionato, altrimenti avrebbero demolito anche la Guest House. E in questo modo si sono raccolti fondi per azioni legali, solidarietà e azioni di comunità civile. In Cisgiordania c’è più apertura mentale che a Gaza, dove, Hamas a parte, sono più chiusi anche dal punto di vista religioso. Ma in Cisgiordania la situazione sociale è precaria: le scuole, per esempio, sono aperte solo tre giorni in settimana perché gli insegnanti non prendono lo stipendio da mesi”.

 

Quali prospettive reali vedi, Luciano, per la Cisgiordania?

“Il grande rischio è la frammentazione del popolo palestinese. Nella seconda Intifada la Palestina era tutta terra e fuoco. Mentre oggi Gaza è un enclave semidistrutta, che non comunica con il resto della Palestina. E la Cisgiordania prova a sopravvivere, dimostrando una resilienza stupefacente. A lungo termine l’obiettivo di Israele è prenderne un pezzetto alla volta. Il sionismo sta mostrando laggiù il suo volto più aggressivo. È difficile immaginare una qualsiasi forma di convivenza. La soluzione dei due Stati è impossibile, ormai, per ragioni pratiche: come fai a mandare via tutti gli israeliani che vivono dentro la Cisgiordania in centinaia di colonie-fortini?”.

 

Sono le scene di vita quotidiana che il volontario trentino dell’Operazione Colomba si porta dietro come un bagaglio prezioso di conoscenza, una mappa per esplorare la complessità aggrovigliata di una coabitazione sempre sull’orlo dell’esplosione.

“Eravamo – racconta Luciano – sul treno Tel Aviv-Gerusalemme, alla prima fermata salgono una trentina di ragazzi, tra cui dieci soldati, vestiti come dei piccoli Rambo. Guardo una bella ragazza, di origini etiopi: mi sembra di veder mia figlia e immaginarla armata mi fa venire la pelle d’oca. E la militare israeliana lì nello scompartimento, con sulla spalla il suo fucilone d’assalto, che scrolla il suo smartphone e sorride. E sul bordo del finestrino il suo Kinder Duplo per merenda, come una bambina. Una ragazzina alla guerra. C’è da fare un lavoro culturale e politico enorme nella società israeliana”.

 

E qui, nell’incattivirsi della democrazia israeliana, chiediamo al volontario trentino, non c’è anche la responsabilità di Hamas, e del 7 ottobre che non è stata una sciagura meteorologica, anche se i pro-Pal ne parlano solo come data d’inizio di quella che è stata la feroce, sproporzionata reazione stragista del governo Netanyahu?

“Il 7 ottobre, in particolare il massacro dei giovani al rave party (mia figlia organizza rave!) è stata un’azione barbara: le facce dei ragazzi uccisi e rapiti hanno avuto un impatto enorme sulla società israeliana, ricompattando i cittadini intorno al governo.

Non puoi fare strage di civili disarmati, come ha fatto Hamas. Ma non puoi polverizzare le case di Gaza, non puoi bombardare gli ospedali e le ambulanze come continua a fare Israele”.

 

E non puoi pensare, come fa il Pazzo Pregiudicato di Washington, a una Gaza Beach sulle macerie!

“No, non si può – conferma Luciano. - Costruire un litorale di lusso sulle macerie ancora piene di morti e di proiettili! Per fortuna la Costituzione impedisce all’Italia di partecipare a queste buffonate… è una cosa inqualificabile. Dare incentivi finanziari per espellere il popolo dalla sua Striscia! L’appartenenza alla terra la sento io che vengo da un piccolo paese, ma per loro è questione di dignità e sopravvivenza. I palestinesi che lavorano clandestinamente in Israele usano dire: andiamo a lavorare nel ’48, perché lì comincia la loro sventura di rifugiati. Ci sono quelli del ’48, e poi ci sono quelli del ’68 e quelli del ’73, e i figli dei loro figli. Generazioni su generazioni di sradicati, di esiliati, di senzaterra prodotti da Israele. Allucinante. Le nostre nonne ci hanno raccontato la deportazione dei civili in Moravia durante la prima guerra mondiale, lì almeno spostavano i civili dalle zone di guerra, adesso li massacrano sul posto”.

 

Ma come fanno a resistere? Come fanno a sperare e a non sparare e a non spararsi, Luciano dell’Operazione Colomba?

“I palestinesi la resilienza ce l’hanno davvero, e non si rassegnano, hanno sviluppato un cinismo e anche un black humor che sono impressionanti. È stata una boccata d’ossigeno tornarci a 45 anni, vent’anni dopo. Il progetto Colomba è bello perché c’è molta attenzione ai delicati rapporti sociali, tra i referenti, i volontari, il sindaco. Si fa un confronto continuo, si condivide e si cresce tutti insieme. Questo dà un po’ di speranza, un filo di speranza rimane. Anche perché io ricordo sempre quella frase di Vasilij Grossman in “Stalingrado”: all’inizio del 1943, dal Portogallo a Stalingrado, tutto il continente europeo era tutto nero, tutto nazifascista. Due anni dopo l’Armata rossa ha conquistato Berlino e Hitler è bruciato nel suo bunker. Il processo storico può cambiare anche abbastanza velocemente… Questo mi dà un minimo di fiducia… e nonostante tutto credo ancora nell’Europa”.

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