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Dal fermo casuale di un tir da Caserta alla scoperta della 'ndrangheta dietro il traffico di rifiuti che ha toccato anche il Trentino

C'è anche un capannone di Dro nel mirino dell'inchiesta "Feudo" che ieri ha portato a undici arresti. Il sequestro del capannone trentino è avvenuto alla fine di settembre 2018. L'indagine portata avanti dai carabinieri di Riva e dal Noe si è poi unita con quella portata avanti dalla direzione distrettuale antimafia di Milano 

Di Giuseppe Fin - 08 ottobre 2019 - 19:06

TRENTO. C'è anche un capannone in Trentino, per la precisione nella zona di Dro, tra le strutture poste sotto sequestro e prese di mira dall'imponente indagine ''Feudo'' portata avanti dai carabinieri forestali dei gruppi di Milano, Lodi, Pavia,Torino, Napoli, Reggio Calabria e Catanzaro. Un impegno di forze enormi che ha consentito lo smantellamento di un sodalizio criminoso dedito al traffico illecito di rifiuti che è si reso responsabile del riempimento di numerosi capannoni abbandonati nel Nord Italia e di tombamento di rifiuti in una cava dismessa in Calabria.

 

Gli approfondimenti hanno permesso di dimostrare come le mani dell'ndrangheta sui rifiuti siano arrivate fino in Trentino. Al centro dell’inchiesta c’è Angelo Romanello, figlio del boss di Siderno Antonio Francesco Romanello, detto compare Totò e condannato a 10 anni nell’ambito dell’inchiesta "Infinito".

 

Lo stesso Romanello è pregiudicato con diversi anni di carcere alle spalle, specializzato nell’acquisire aziende decotte con la promessa di rivitalizzarle ma per utilizzarle poi come lavatrici per ripulire i soldi illeciti. A Romanello fanno riferimento, nell’inchiesta, oltre alla Tecnometal di Trento passata poi alla Salcon di Como, anche altre aziende.

 

L'indagine che ieri ha portato all'arresto di diverse persone ha preso il via, per quanto riguarda il Trentino, nel settembre dello scorso anno quando i carabinieri di Riva del Garda hanno fermato un tir, proveniente da Caserta, per effettuare un normale controllo sul carico. Nel cassone erano presenti dei rifiuti di cui l'autista non era in grado di fornire le giustificazioni del trasporto. (QUI L'ARTICOLO)

 

Da qui è partita l'indagine, che i militari di Riva del Garda hanno condiviso con i loro colleghi del Noe, il Nucleo operativo ecologico con sede a Trento.La destinazione di questo mezzo era l'impianto di Ceniga, passato da poco alla proprietà della Salcon sas di Como. Il capannone e i 220 metri cubi di rifiuti erano stati posti sotto sequestro e l'indagine ha poi incrociato quella di Milano creando un unico filone.

 

L’attività, diretta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, lunedì mattina ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Milano nei confronti di 11 responsabili tutti italiani, alcuni dei quali operanti nel settore dei rifiuti. Sono state eseguite perquisizioni in 4 ditte e impianti di trattamento rifiuti nelle province di Como, Trento, Napoli, Catanzaro e sono stati sequestrati, ai fini della confisca 4 automezzi utilizzati per la realizzazione del traffico di rifiuti.

 

Quella avvenuta nella scorse ore è la prosecuzione dell’Operazione “Fire Starter” che aveva portato, nell’ottobre del 2018 all’arresto di 6 soggetti responsabili del traffico di rifiuti riferito al capannone di Corteolona in provincia di Pavia e del gravissimo rogo del 3 gennaio 2018. Le indagini avevano “acceso un faro” su dinamiche criminali di ancor più ampia portata che sono state oggetto degli accertamenti sia di carattere tradizionale che tecnico (intercettazioni telefoniche, telematiche, videoriprese) da parte dei Carabinieri Forestali di NIPAAF di Milano e Pavia. Da qui si è riusciti ad individuare una organizzazione criminale capeggiata da soggetti di origine calabrese, tutti con numerosi precedenti penali, i quali attraverso una complessa struttura fatta di impianti autorizzati complici e trasportatori compiacenti, società fittizie intestate a prestanome e documentazione falsa, gestiva un ingente traffico di rifiuti urbani e industriali provenienti da impianti campani (in perenne condizione di “sovraccarico”) i quali, attraverso una vorticosa serie di “passaggi” tra impianti a volte reali a volte fittizi, finivano in capannoni abbandonati in diverse aree industriali del Nord Italia che venivano riempiti e poi chiusi saldandone addirittura le porte.

 

Gli investigatori, tra l'altro, sono riusciti attraverso il monitoraggio gps dei camion e pedinamenti a distanza, a individuare l’interramento di un carico di 25 tonnellate di rifiuti presso una cava dismessa di Lamezia Terme, reato poi interrotto in flagranza.

 

I rifiuti provenienti da impianti dell’hinterland Napoletano erano intermediati da una società di Acerra la quale si occupava di individuare destini “apparentemente leciti” a rifiuti non trattati come dovuto. Ciò avveniva grazie alla disponibilità di trasportatori “di fiducia” ed al ruolo fondamentale svolto da un impianto di trattamento autorizzato in provincia di Como il quale fungeva da reale “snodo” del traffico, garantendo al sodalizio criminale un “destino formalmente corretto” dei vari trasporti. In realtà i rifiuti solo apparentemente venivano trattati presso l’impianto comasco, in realtà venivano destinati a riempire capannoni dismessi, ad essere abbandonati in ex aree industriali, ad essere interrati. Questa la funzione anche della struttura sequestrata in Trentino dove i carabinieri hanno trovato oltre 220 metri cubi di rifiuti.

 

A disposizione del sodalizio anche una professionista in campo ambientale di Como, la quale, dietro compenso, prestava la sua preziosa consulenza tecnica per la “creazione” del complesso sistema documentale utilizzato per “schermare” il traffico. Il tutto nella piena consapevole del profilo criminale dei suoi clienti.

Grazie all’opera di “raccordo” condotta dalla DDA di Milano, singoli e diversi fascicoli penali relativi ad episodi di abbandoni o discariche di rifiuti in tutto il nord Italia, tra le quali anche l'inchiesto avviata a Dro, sono stati analizzati in maniera unitaria e ne è stata individuata la riconducibilità al sodalizio criminale.

 

Oltre all’impianto SMR Ecologia di Como, vero snodo del traffico, sono stati individuati e sequestrati già nei mesi scorsi, come già detto, gli impianti Salcon Sas di Como, Tecnometal di Trento e Eco.Lo.Da. di Lamezia Terme quali siti illeciti di destino di rifiuti. Lo stesso sito della Eco.Lo.Da. sequestrato nel giugno del 2018 si era presentato come un semplice capannone privo di qualsivoglia dispositivo per il trattamento di rifiuti.

Il destino “calabrese” dei rifiuti, che ha interessato l’area del Lametino notoriamente caratterizzata da forte radicamento di cosche di ‘ndrangheta, ha riguardato anche una cava dismessa ove i rifiuti venivano interrati, cava in passato già oggetto di una sequestro perché utilizzata per l’occultamento in fusti di armi e droga.

 

Nel momento in cui i numerosi sequestri di siti di stoccaggio illeciti nel nord Italia hanno “allarmato” il sodalizio criminoso e reso più complesso il reperimento di siti abusivi al nord, si è assistito pertanto ad una “inversione di flusso” e, grazie a contatti con le cosche del territorio lametino, sono stati individuati i destini illeciti utili a proseguire la frenetica attività di smaltimento illecito di rifiuti ed i connessi profitti.
Ciò in virtù del fatto che, offrendo agli impianti in difficoltà, costi di smaltimento inferiori a quelli elevatissimi delle discariche o degli inceneritori, la domanda di mercato gestita dall’associazione criminale era praticamente inesauribile.

 

L’indagine che sin da subito ha visto coinvolti in ruoli chiave del sodalizio criminoso soggetti calabresi pluripregiudicati ed uno dei quali già coinvolto nelle operazioni contro la ndrangheta quali “Tenacia” e “Infinito Crimine”, ha evidenziato anche un caso di infiltrazione criminale nella stessa società SMR Ecologia di Como da parte dei calabresi i quali intercettati la definivano il loro “Feudo”.

 

Partendo da una forma di illecita collaborazione con l’impianto di trattamento rifiuti di Como per agevolare l’abnorme flusso di rifiuti gestiti, gli indagati calabresi hanno adottato atteggiamenti sempre più “invasivi” sulla società arrivando ad utilizzare personalmente gli uffici della ditta, i mezzi, il carburante e le autorizzazioni. Ciò ha determinato poi la proprietà della ditta, un imprenditore lombardo fiaccato anche da problemi economici e giudiziari, alla cessione della stessa al gruppo criminale attraverso l’intestazione ad un prestanome appositamente designato.
 

Emblematico della vicinanza agli ambienti di ‘ndrangheta anche la conversazione tra due pregiudicati calabresi i quali discutendo animatamente su una controversia legata a somme di denaro ne rimandano la definizione a quando “saranno a tavola con i cristiani di Platì e San Luca e si vedrà chi ha ragione e chi ha torto”.

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