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Scattano da oggi i dieci anni di residenza per l'ottenimento degli alloggi pubblici. I sindacati insorgono: “E' una norma anticostituzionale”

Da oggi ottenere un alloggio pubblico richiederà il requisito di aver risieduto in Italia almeno dieci anni. I sindacati protestano contro una misura considerata discriminatoria, incostituzionale e confezionata ad arte per celare dietro la propaganda un risparmio non irrilevante per le casse provinciali

Di Davide Leveghi - 16 settembre 2019 - 16:31

TRENTO. Scatta oggi una delle misure più discusse della giunta provinciale leghista. Ottenere un alloggio pubblico richiederà un nuovo criterio: aver risieduto in Italia da almeno dieci anni, di cui gli ultimi continuativi e almeno tre in Trentino. Una norma volta chiaramente a mettere in pratica il principio tanto decantato del “Prima i trentini”, che ha lasciato non poco perplessi i sindacati, visti i numeri piuttosto risicati.

 

Gli stranieri sono infatti appena l'8,6% degli assegnatari, a fronte di un 91,4% di cittadini italiani. “E' una misura incostituzionale e discriminatoria”, protestano i sindacati, che per bocca dei segretari confederali Andrea Grosselli, Lorenzo Pomini e Walter Alotti hanno espresso la loro contrarietà. “Il vincolo dei dieci anni è solo una misura propagandistica, che non dà alcuna soluzione al problema della casa, a cominciare dai trentini. Quel che serve è un nuovo piano di edilizia pubblica, servono nuovi alloggi”.

 

La conferma di questa situazione, sostengono i sindacati, arriva dai numeri: in 9 anni, dal 2009 al 2018, a fronte di una crescita della popolazione di 25mila persone, a disposizione dei potenziali inquilini ci sarebbero solo 25 alloggi in più. “Non è certo impedendo l'accesso alle graduatorie per i cittadini stranieri che si risolve il problema – hanno proseguito i sindacalisti – anche perché sono appena l'8,6% dei beneficiari Itea, di questi meno del 6% sono extracomunitari”. Una percentuale risultato tra l'altro, come evidenziato, dai vincoli di residenza già previsti da tempo in Trentino.

 

Le ragioni della delibera, a giudizio delle sigle sindacali, non risiedono però esclusivamente nella sua portata propagandistica. Come al solito, dietro c'è un problema di soldi. Chi ha diritto ad una casa popolare ma non può beneficiarne per la mancanza di alloggi, oggi, riceve infatti dalla Provincia un contributo economico ad integrazione del canone d'affitto che paga sul libera mercato. Questa misura costa a Piazza Dante 6 milioni di euro all'anno. Limitando l'accesso alle domande di alloggio degli stranieri, ne risulterebbe un vantaggio economico.

 

“Queste risorse negli anni sono rimaste costanti, mentre è cresciuto il numero di chi fa richiesta per questo contributo – fanno notare i sindacati - Itea ha risorse da investire su questo fronte: negli ultimi quattro anni la spa pubblica ha accumulato utili, tante tasse, per 20 milioni di euro. Cifre che potrebbero essere investite nella realizzazione di poco meno di cento nuove abitazioni. Sarebbe un primo importante segnale. La giunta, allora, faccia ripartire una vera politica della casa pubblica, pensando di dare risposte ai problemi, non ad alimentare consenso dividendo la comunità”.

 

A riguardo, mentre sul territorio partono intanto le richieste di alloggio presso gli uffici pubblici (qui l'articolo), Cgil, Cisl e Uil sollecitano la creazione di un Osservatorio provinciale del sistema abitativo per monitorare i bisogni e confrontarsi sulle politiche per la casa”.

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