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Treni rumorosi, negata la “scappatoia” dell’oblazione: sette dirigenti di Rfi a processo per “disturbo alle occupazioni e al riposo delle persone”

La giudice ha respinto la richiesta della difesa che puntava all’estinzione del reato attraverso il pagamento allo Stato di una somma di denaro. I comitati di parte civile cantano vittoria: “Rfi non ha fatto nulla per evitare i disturbi causati dai treni”

Di Tiziano Grottolo - 20 novembre 2019 - 13:42

TRENTO. Un altro punto segnato dai Comitati di parte civile, questo in estrema sintesi l’esito dell’udienza del processo andato in scena ieri pomeriggio a Trento, che vede imputati 7 dirigenti di società ferroviarie, chiamati in causa da una cinquantina di cittadini raggruppati in due comitati. Per la cronaca la prima vittoria era arrivata dopo l’ammissione delle parti civili al processo.

 

L’accusa è quella di non essersi adoperati per mettere freno ai rumori provocati dal passaggio notturno dei treni, cagionando disturbo del sonno e problemi agli abitanti degli edifici che si trovano accanto alla ferrovia, reato previsto dall’articolo 659 del codice penale che prevede appunto una fattispecie di reato per chi cagiona “disturbo alle occupazioni e al riposo delle persone”. Alcuni residenti, pur di riposare, sarebbero stati costretti ad assumere dei farmaci induttori del sonno. Proprio da due esposti, presentati da altrettanti comitati, nel 2015 era stata avviata un’inchiesta che quest’anno è arrivata in tribunale (QUI articolo).  

 

La battaglia in questione si protrae da molto tempo e ha visto in prima linea anche il Movimento 5 Stelle, in particolare con i suoi esponenti Filippo Degasperi e Andrea Maschio che hanno affiancato i residenti in via Lavisotto, via Canestrini e corso Buonarroti “assediati dal rumore dei treni”.

 

 

 

 

Ad ogni modo nell’udienza di ieri gli avvocati della difesa hanno tentato la strada della così detta oblazione: un rito alternativo al giudizio penale mediante il quale, attraverso il pagamento allo Stato di una somma di denaro prestabilita, si estingue un particolare reato contravvenzionale, insomma una sorta di depenalizzazione negoziata. Questa richiesta però è stata respinta dalla giudice Greta Mancini che ha accolto le argomentazioni del pubblico ministero Carmine Russo e degli avvocati di parte civile, Mario Giuliano e Sara Graziadei.

 

La difesa dei dirigenti delle ferrovie ha provato, senza successo a far togliere dagli atti anche alcune misurazioni effettuate dalla polizia giudiziaria in sede d’indagine. Secondo i rilevamenti, nell'orario notturno, da Trento sarebbero passati da un minimo di 33 treni ad un massimo di 54. In più l'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente, alla fine del 2015 presentò le rilevazioni effettuate in due punti: via Canestrini e via Lavisotto. In entrambi i casi è stato osservato “che i livelli di rumore rilevati nei due punti di misura analizzati offrono valori medi superiori ai limiti di 5,2 (±1,2) dB(A) durante il periodo diurno (06-22) e di 16,7 (±1,5) dB(A) durante quello notturno (22-06) per il punto di misura n. 1 di Via Giuseppe Canestrini n. 21; mentre, nel punto di misura n. 2 di Via Lavisotto n. 7, i superamenti sono risultati rispettivamente di 9,3 (±1,2) dB(A) e di 20,2 (±1,6) dB(A), rispetto ai valori limite previsti per le infrastrutture esistenti e di nuova realizzazione con velocità di progetto non superiore a 200 km/h”.

 

Stabiliti i “confini del campo” il processo potrà continuare, la prossima udienza è fissata in febbraio, e gli imputati dovranno difendersi dall’accusa di “disturbo alle occupazioni e al riposo delle persone”, fattispecie di reato più grave che potrebbe comportare fino a 3 mesi di detenzione, inoltre i residenti vorrebbero vedersi riconosciuto un risarcimento, che complessivamente supera i 2 milioni di euro.

 

L’esito dell’udienza è stato accolto con favore dagli avvocati di parte civile e dagli stessi comitati “antirumore” che cantano vittoria: “Rfi non ha fatto nulla per evitare i disturbi causati dai treni”. Soddisfatto di questo risultato anche il consigliere del M5s Degasperi, presente ieri in tribunale e che in passato aveva fondato un comitato, oltre ad occuparsi della questione attraverso alcune interrogazioni (QUI articolo).

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