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Coronavirus, contagio più forte nel Nord-Est. E' colpa della "variante inglese"? Bassi: "Sequenziare al più presto i virus a livello nazionale"

Mentre l'Europa si interroga sugli effetti della cosiddetta "variante inglese", una delle ipotesi che sorgono rispetto alla maggiore circolazione del virus in Veneto e nel Nord-Est si lega proprio alla mutazione proveniente da oltremanica. Ad avanzare questa ipotesi è anche l'ex rettore dell'Università di Trento Davide Bassi

Di Davide Leveghi - 25 December 2020 - 14:23

TRENTO. In un quadro complessivo della pandemia che registra un lieve aumento dell'indice Rt nelle ultime 2 settimane, a fronte però di una sostanziale stabilizzazione, a preoccupare maggiormente è il Nord-Est. Sono qui infatti che si continuano ad avere i numeri più alti, con il Veneto che “traina” il contagio anche a livello nazionale. Attualmente, secondo il monitoraggio settimanale effettuato dall'Istituto superiore di sanità, è proprio la regione di Venezia l'unico territorio con un indice Rt superiore all'1.

 

Mentre il grande punto interrogativo, in Italia come nel resto d'Europa, riguarda la cosiddetta “variante inglese”, su cui al momento, come ribadito dal direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute Giovanni Rezza, “non esistono evidenze di maggiore gravità clinica o effetti sull'efficacia dei vaccini”, si fa strada l'ipotesi che la forte circolazione del virus nelle sette province venete possa dipendere proprio dalla mutazione in questione.

 

Nel bollettino delle 8 di giovedì 24 dicembre, d'altronde, i numeri veneti non danno segno di volersi abbassare. Dalle 17 di mercoledì alle 8 del giorno successivo, infatti, sono stati registrati 2154 nuovi casi e 30 decessi. Da inizio epidemia i positivi al Covid-19 sono stati 229.782, di cui 104.122 solamente in questa seconda fase. I morti raggiungono invece la cifra di 5859 persone. Negli ospedali, la situazione continua nondimeno a essere critica, con 2630 pazienti nei normali reparti e 351 in terapia intensiva.

 

Rispetto alla suddetta “variante”, lo stesso presidente della Regione Luca Zaia aveva dato avvio tramite un'ordinanza alla ricerca della sua presenza in Veneto. Erano le immediate ore successive alle misure adottate dal governo e dal Ministero della Salute, quando il governatore veneto annunciava un piano per tamponare tutte le persone partite o transitate dalla Gran Bretagna e sequenziare i risultati dei test positivi di coloro che erano precedentemente stati nelle isole britanniche.

 

I dati per ora certi rispetto a questa mutazione riguardano la maggiore contagiosità, fino al 70% in più della sua versione non modificata. Secondo i primi studi effettuati in laboratori inglesi, il ceppo sarebbe inoltre più trasmissibile da giovani e bambini, con conseguenze sulla diffusione del virus tra la popolazione.

 

Riguardo alla sua presenza in Italia, dei primi dati dimostrerebbero che la mutazione ha già fatto capolino nel Paese, ben prima di dicembre. Ma c'entra qualcosa questa circolazione della versione modificata del virus con gli alti dati registrati in Veneto? L'ipotesi è tutt'altro che da scartare, e anche l'ex rettore dell'Università di Trento Davide Bassi, attento osservatore della situazione pandemica in Trentino e nell'intero Nord-Est, non lo esclude.

 

Nel blog di martedì 22 dicembre, infatti, l'accademico cerca di analizzare le possibili cause degli alti numeri registrati in questa zona del Paese, dove due dei 4 territori (tra regioni e province autonome) sono sempre stati “zone gialle”. “Il dato del Veneto è ben noto e è stato oggetto di interessanti analisi che sono apparse su diversi quotidiani nazionali – esordisce Bassi – il dato ufficiale dei contagi in Trentino è apparentemente migliore rispetto a quello veneto, ma sappiamo che si tratta di un'illusione ottica dovuta al fatto che in Trentino i dati ufficiali trascurano gran parte dei positivi antigenici”.

 

È il numero dei decessi, in particolare, a distinguere i dati dell'Italia nord-orientale rispetto al resto del Paese. “Se guardiamo la densità dei decessi, Friuli-Venezia Giulia, Trentino e Veneto occupano 3 delle 4 posizioni di questa triste classifica – continua – al terzo posto troviamo la piccola Valle d'Aosta, che sta scontando però degli strascichi di alcuni intensi focolai epidemici registrati durante lo scorso mese di novembre”.

 

Come si spiega, dunque, questa maggiore circolazione del virus nella zona? Bassi avanza tre ipotesi, ipotesi che “si accavallano” e che “senza prove solide” non si possono tuttavia ancora adottare come spiegazioni esaustive. La prima riguarda appunto la “colorazione” a cui Trentino e Veneto sono sempre state sottoposte – con misure in vigore che di conseguenza lasciavano maggiore libertà rispetto a altre parti d'Italia.

 

Veneto e Trentino sono sempre state tra le pochissime Regioni/Province autonome restate sempre zona gialla – esordisce Bassi – nel caso del Trentino sappiamo cosa è stato fatto per ottenere questo risultato. Il Veneto i suoi dati li ha sempre comunicati regolarmente, ma c'è da domandarsi se il 'barocco' sistema dei 21 indicatori ministeriali fosse effettivamente adeguato per cogliere le eventuali criticità. Personalmente ritengo che sia lacunoso e inconsistente, facilmente aggirabile con banali manipolazioni dei dati. La permanenza in zona gialla – aldilà della mancata attivazione di specifiche restrizioni – potrebbe aver fatto recepire ai cittadini un'idea falsata della pandemia. Poiché sappiamo che, oltre alle limitazioni imposte per decreto, la circolazione del virus dipende criticamente dalle scelte e dai comportamenti individuali, avere creduto che la situazione fosse tutto sommato discreta potrebbe aver indotto molte persone a comportamenti imprudenti”.

 

La seconda ipotesi riguarda invece l'uso dei test rapidi antigenici. Un uso che, secondo Bassi, si è trasformato ben presto in “abuso”. “Alla fine del mese di ottobre, Azienda Zero, braccio operativo della Regione Veneto, ha gestito un maxi appalto pari a 148 milioni di euro per l'acquisto di tamponi rapidi antigenici che, in parte sono andati anche a Friuli-Venezia Giulia, Trentino, Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Lazio. Come siano stati distribuiti i tamponi rapidi e quale uso ne sia stato fatto non sono in grado di dirvelo. Nel caso del Trentino e del Veneto sappiamo che sono diventati lo strumento di punta per la ricerca dei positivi, anche se il Veneto, a differenza del Trentino, ha continuato a confermare i positivi antigenici con il test molecolare”.

 

I tamponi rapidi antigenici funzionano bene per confermare la positività di persone sintomatiche, soprattutto quando c'è l'evidenza epidemiologia del contagio. Se i tamponi rapidi si usano per cercare 'alla cieca' positivi asintomatici la loro efficacia è senz'altro minore, con il rischio, in alcuni casi, di intasare i sistemi di rilevazione con falsi positivi – prosegue - in estrema sintesi, un uso inappropriato dei tamponi rapidi antigenici potrebbe lasciare in giro molti positivi con carica virale medio-bassa, magari solo perché al momento in cui avevano fatto il tampone erano nella fase iniziale dello stato virologicamente positivo. Tutte persone che possono contagiarne altre, illuse anche del fatto di essere risultate negative al test rapido. Mi risulta che in Veneto i tamponi rapidi siano stati usati anche per testare lo stato delle persone che lavorano negli ospedali. Francamente non mi sembra una grande idea". 

 

La terza ipotesi, infine, si lega appunto alla “variante inglese”. Esiste una connessione fra i dati veneti e quello che è accaduto nel Sud-Est dell'Inghilterra? La mutazione proveniente da oltremanica sarebbe già giunta e circolata nel Nord-Est italiano? L'ex rettore risponde così: “Qualcuno ha fatto vedere la curva dei contagi del Veneto mostrando la forte similitudine con l'andamento recente dei dati inglesi. Purtroppo il sistema sanitario italiano non è ben attrezzato come quello britannico per la mappatura dei genomi virali. Abbiamo ottime Università e Laboratori specializzati, ma - a differenza di quanto accaduto in Gran Bretagna - non è mai stato fatto un piano nazionale per coordinare (e finanziare) tali attività”.

 

“I sequenziamenti vengono fatti da diversi laboratori, ma sono il risultato di iniziative sporadiche, talvolta sottovalutate dalle stesse Autorità sanitarie che dovrebbero sostenerle – continua - forse qualche burocrate è convinto che sequenziare i genomi virali sia una attività di mero interesse accademico, utile solo per generare qualche pubblicazione scientifica. Non è così. I dati forniti dal sequenziamento sono fondamentali per seguire le possibili mutazioni del virus, ma anche per capire le dinamiche del contagio. La gestione dei focolai virali più pericolosi potrebbe trarre un grande giovamento dalla conoscenza di questi dati (ammesso e non concesso che gli addetti al tracciamento sappiano come fare ad utilizzarli). Ai nostri amici d'oltremanica va dato atto che senza il programma sostenuto dal Governo britannico, difficilmente sarebbe stato possibile conoscere i dettagli sulla comparsa della variante inglese di cui oggi disponiamo”.

 

Per risolvere l'enigma sui dati del Nord-Est, Bassi indica la via da seguire. “E' prioritario recuperare il tempo perduto nel sequenziamento dei virus che circolano a livello nazionale – conclude – sull'uso e l'abuso dei test antigenici rapidi, invece, bisognerebbe dar avvio a un lavoro di tracciamento accurato dei contagi andando a verificare se nella rete di relazioni dei nuovi contagiati ci siano soggetti risultati recentemente negativi a un tampone antigenico. Solo ricostruendo accuratamente un consistente numero di catene di contagio potremmo ottenere informazioni utili per capire se l'ipotesi sia valida oppure no”.

 

Rispetto all'ipotesi della permanenza in “zona gialla”, Bassi aggiunge: “Questa è l'ipotesi più difficile da provare, anche perché il miscuglio incredibile di regole giallo/arancio/rosse che si sono sovrapposte durante gli ultimi due mesi rende la situazione molto complessa e difficilmente decifrabile. Potrebbe essere interessante vedere l'andamento di contagi nelle Regioni che hanno fatto un cambio di 'colore', integrando questi dati  con i big data relativi alla mobilità delle persone (quelli che regaliamo a Google & Co. muovendoci con i nostri smartphone in tasca). In altre parole, l'idea sarebbe quella di verificare quanto il colore assegnato alle Regioni/Province autonome abbia influito sulla mobilità delle persone e sulla loro frequentazione di spazi pubblici chiusi ed affollati. Correlando questo dato con l'andamento dei contagi potremmo trarre indicazioni utili per capire l'efficacia dei vari interventi stabiliti dai decreti della Presidenza del Consiglio.

Soltanto disponendo di dati più completi potremmo azzardare qualche ipotesi conclusiva. Per il momento il problema è aperto”.

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