Coronavirus, le misure del Dpcm frenano i contagi: “Leggera flessione ma non ci si può rilassare. Le piste da sci? Aggiungere rischio al rischio è assolutamente sconsigliato”
Con l’introduzione delle nuove misure dei Dpcm gli esperti hanno rilevato una lieve riduzione del tasso di crescita dei contagi. La ricercatrice Unitn: “Abbiamo visto gli effetti del rilassamento estivo, quando messaggi sbagliati hanno convinto la popolazione che il peggio fosse passato”. Mentre sulle piste da sci: “Discutere se aprirle in un contesto del genere mi sembra fuori luogo”. Ecco perché ci sono delle buone notizie anche se non mancano le criticità

TRENTO. Lo scorso ottobre una squadra di esperti ha elaborato un modello matematico per cercare di anticipare l’evoluzione dell’epidemia, in particolare sono state realizzate delle previsioni per fotografare la situazione al 15 novembre, qualora le misure previste dal Dpcm (le zone rosse non erano ancora state istituite) non fossero bastate a frenare i contagi. Ormai siamo a ridosso della data presa in esame dagli esperti ed è possibile tracciare un primo bilancio che porta con sé anche delle buone notizie. “Sembra si incominci a vedere una leggera flessione nei contagi rispetto alle previsioni in assenza di misure – spiega Giulia Giordano ricercatrice dell’Università di Trento – a quanto pare dunque le misure introdotte sono state almeno parzialmente efficaci”.
Giordano infatti, fa parte della squadra composta da Giuseppe De Nicolao dell’Università di Pavia, Franco Blanchini (Università di Udine), Patrizio Colaneri e Paolo Bolzern (Politecnico di Milano), Marta Colaneri, Alessandro Di Filippo, Paolo Sacchi e Raffaele Bruno della Fondazione Irccs del Policlinico San Matteo di Pavia, che ha elaborato i modelli prendendo in esame le rilevazioni nazionali pubblicate sul sito della Protezione civile.
Secondo l’ipotesi formulata dagli esperti, qualora le misure introdotte dai Dpcm non avessero funzionato (alla data del 15 novembre) il totale dei positivi avrebbe raggiunto il milione, i ricoveri totali sarebbero stati 62mila (di cui 5.700 in terapia intensiva), mentre i decessi giornalieri sarebbero stati 660. Il modello elaborato dagli esperti si è dimostrato valido perché (alla data del 12 novembre) i casi totali hanno addirittura superato il milione (1.066.401) mentre i decessi sono stati 636. Solo i ricoverati con sintomi (29.873) e quelli in terapia intensiva (3.170) sono più bassi rispetto alle previsioni, ma sono proprio questi due dati che potrebbero rappresentare un indizio del fatto che le misure stanno funzionando.

“A meno che il rallentamento nei ricoveri non sia dovuto a una saturazione della capacità di accoglienza del sistema sanitario – commenta Giordano – l’ultimo aggiornamento nel nostro modello è di qualche giorno fa e inizia a mettere in luce una riduzione del tasso di crescita dei contagi. Invece, per vedere effetti sul numero di decessi occorre aspettare di più, perché c’è un ritardo intrinseco nel fenomeno. Nei ricoveri vediamo oggi l’effetto di contagi avvenuti settimane fa, e così via”. Con l’attuale ritmo di contagi il picco potrebbe essere raggiunto fra due o tre settimane, a inizio dicembre, dopodiché potremmo assistere anche a una decrescita dei decessi. Proprio per questo però, non è il momento di abbassare la guardia.
“Fare previsioni rimane complicato – osserva la ricercatrice di Unitn – soprattutto in una situazione che cambia continuamente, con misure che diventano più o meno restrittive. Il messaggio importante è che è fondamentale tenere duro e adottare comportamenti corretti e tutte le precauzioni necessarie”. Come sottolinea Giordano la lotta all’epidemia non è uno sprint, somiglia piuttosto a una maratona, “una maratona collettiva in cui siamo impegnati tutti. Abbiamo visto gli effetti del rilassamento estivo, quando messaggi sbagliati hanno convinto la popolazione che il peggio fosse passato e ci si potesse rilassare. Non è così, e sarà bene non ripetere l’errore e impegnarsi tutti per evitare una terza ondata”.
Il motivo è piuttosto semplice: “Se, senza interventi, i casi raddoppiano in una settimana, poi con le misure di contrasto servono mesi a dimezzarli, per questo penso sia opportuno mantenere la guardia alta. Non dovrebbe essere solo questione di leggi e decreti, ma anche di responsabilità individuale: con l’uso universale delle mascherine, con un’attenzione meticolosissima all’igiene, con la prudenza di evitare affollamenti e contatti non indispensabili, ciascuno di noi potrebbe fare moltissimo. Poi purtroppo bastano anche pochi comportamenti sbagliati per far esplodere nuovi focolai. Serve l'impegno di tutti in questa maratona”.
A proposito di restrizioni, in questi giorni in Trentino tiene banco la discussione circa la possibilità di aprire le piste da sci già dalla prima metà di dicembre e su quest’eventualità abbiamo chiesto un parere alla ricercatrice: “Discutere se aprire le piste di sci in un contesto del genere mi sembra fuori luogo, ma queste sono decisioni che spettano alla politica. Sicuramente una pista da sci non affollata non è un posto particolarmente rischioso, ma altrettanto sicuramente è un posto rischioso invece una cabina chiusa in un impianto di risalita che ospita più persone, sono rischiose le code all’accesso degli impianti, e c’è il rischio atteso di infortuni sulle piste da sci che andrebbero a caricare ulteriormente un sistema sanitario già in difficoltà per l’onda epidemica. Dal punto di vista strettamente sanitario aggiungere rischio al rischio è assolutamente sconsigliabile in un contesto del genere, ma capisco che la politica, a cui spettano le decisioni, le prenda tenendo in considerazione molteplici aspetti oltre alla salute. Detto questo, credo che sia doveroso fare tutto il possibile per minimizzare i rischi”.
Infine, fra le possibili criticità, rimane aperta quella che riguarda il mancato conteggio dei test antigenici rapidi (QUI articolo) all’interno del computo totale dei contagi: “I positivi accertati – ricorda Giordano – cioè le persone che hanno ricevuto un test sono già di per sé un numero sottostimato rispetto ai positivi effettivamente presenti perché ci sono molti casi di infezione mai diagnosticati, soprattutto in una fase espansiva dell’epidemia e questo porta a una immagine distorta dell’epidemia. Se poi nei dati i numeri sono ancora inferiori perché non tutti i casi di positività diagnosticati vengono correttamente riportati, allora la situazione è ancora più grave e drammatica di quel che sembra”.














