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Coronavirus, cala l'incremento percentuale dei casi ma i numeri no. Gimbe: "Allentamento misure per Natale rischia di avere effetti drammatici"

Nel monitoraggio svolto settimanalmente dalla Fondazione Gimbe emergono dati che lasciano intravedere un lume di speranza sull'efficacia delle misure adottate per frenare il contagio. Se infatti i numeri continuano a registrare entità decisamente drammatiche, l'incremento percentuale dei casi segna una prima frenata. E per chi immagina già allentamenti del lockdown in vista del Natale: "Si rischia di avere conseguenze molti gravi su salute persone e vite umane"

Di Davide Leveghi - 19 novembre 2020 - 19:20

TRENTO. In una settimana caratterizzata a livello di comunicazione da un “rallentamento” o “raffreddamento” dei casi di contagio da Coronavirus, uno sguardo ai numeri in comparazione alla settimana precedente potrebbe aumentare ulteriormente lo spaesamento della popolazione. Com’è possibile infatti che la situazione appaia (seppur in ogni caso allarmante) più incoraggiante se tutti i dati, dai decessi alle terapie intensive, dai ricoverati ai nuovi casi, segnano un più rispetto alle giornate precedenti?

 

A dare una risposta è la Fondazione Gimbe, organizzazione il cui scopo è “favorire la diffusione e l’applicazione delle migliori evidenze scientifiche con attività indipendenti di ricerca, formazione e informazione scientifica”,  e autrice ogni settimana di un monitoraggio svolto appunto sull’arco di 7 giorni.

 

“Per interpretare correttamente i termini ‘rallentamento’, ‘raffreddamento’, ‘frenata’ che nell’ultima settimana hanno invaso anche la comunicazione istituzionale – ha spiegato il presidente Nino Cartabellotta – è indispensabile sottolineare la netta differenza tra l’incremento percentuale dei nuovi casi ed il loro aumento in termini assoluti. Altrimenti si finisce per ‘torturare i numeri sino a farli confessare’, enfatizzando timidi miglioramenti per limitare restrizioni e legittimare riaperture”.

 

Ma quali sono i dati emersi dal monitoraggio e comparati con quelli della scorsa settimana? Secondo lo studio di Gimbe, nel periodo tra l’11 e il 17 novembre, si sarebbe verificata una stabilizzazione dei casi, passati dai 235.634 della scorsa settimana ai 242.609 di questa; il tutto a fronte di un lieve calo delle persone testate, passate in questo caso dalle 872.026 della scorsa settimana alle 854.626 di questa, e di un lieve aumento del rapporto contagi/tamponi, passato dal 27% al 28,4%.

 

I casi positivi nel periodo che va dall’11 al 17 novembre sono cresciuti del 24,4%, salendo rispetto ai 590.110 della settimana passata ai 733.810 di questa. Sul fronte ospedali, infine, i numeri hanno registrato un incremento sia nei ricoveri (+15,5%, pari a 4441 persone), sia nelle terapie intensive (+21,6%, pari a 641 pazienti), che nei decessi (+41,7%, pari a 4134).

 

Per mostrare la differenza tra l’incremento percentuale dei nuovi casi e il loro aumento in termini assoluti, Gimbe ha quindi offerto dei grafici in grado di rendere visuale questa situazione. Come si può vedere ad esempio in questa prima tabella, se nell’ultima settimana si è registrata una riduzione dell’incremento dei nuovi casi, passati dal 31% al 24,4%, questi sono comunque aumentati di 242.609 unità. Con la sola eccezione della Puglia (dove i casi sono aumentati anche percentualmente), tutte le regioni italiane hanno quindi segnato un calo. O meglio, un incremento minore rispetto alla settimana precedente (la provincia di Trento ha registrato ad esempio un 14,4%, mentre Bolzano un 28,5%).

 

 

Tale riduzione percentuale si riscontra nel numero di pazienti ricoverati con sintomi e, in una misura minore, anche in quello dei pazienti ricoverati in terapia intensiva. “Le misure di contenimento – ha proseguito Cartabellotta – non hanno affatto ‘appiattito’ la curva dei contagi che continua a salire, seppure con velocità ridotta. Il contagio, in sostanza, è come un’automobile che, dopo aver accelerato la corsa per settimane (si veda l’incremento percentuale dei casi), ora viaggia ad una velocità molto elevata ma costante (si veda il numero di casi settimanali), nonostante l’accelerazione sia stata ridotta”.

 

“Tuttavia – puntualizza il presidente della Fondazione – non conoscendo i flussi dei pazienti in entrata e in uscita, non si può escludere che questo dato sia influenzato dall’effetto saturazione dei posti letto che nelle terapie intensive purtroppo causano un incremento della letalità”. Uno sguardo a quest’altro grafico permette così di vedere come le soglie di occupazione fissate dal Ministero della Salute per i reparti ospedalieri di area non critica (40%) e critica (30%) siano state superate in ben 15 regioni per quanto riguarda i primi, in 17 per i secondi.

 

Se ne deduce, con delle medie nazionali rispettivamente del 51% e del 42%, che i posti letto dedicati a pazienti non Covid si stiano progressivamente polverizzando, ridotti sempre più al lumicino, così come la possibilità di seguirli. In questo caso, con l’Alto Adige che ha deciso di ricorrere all’extrema ratio di uno screening di massa, anche il Trentino non se la passa meglio (QUI e QUI gli articoli). Eppure, a fronte dei dati comunicati a Roma (e ai trentini), che non comprendono i tantissimi positivi all'antigene (con cui il totale triplicherebbe), Trento rimane saldamente nella “fascia a minor rischio”, quella gialla – sempre più sola, visto che alla spicciolata quasi tutte le regioni hanno fatto il “salto” verso le fasce “più scure”.

 

 

Sul fronte decessi, la situazione continua nondimeno a essere drammatica. “L’incremento dei decessi – ha spiegato la responsabile Ricerca sui servizi sanitari della Fondazione Renata Gilimantiene un trend esponenziale, facendo registrare un +41,7% rispetto alla settimana precedente. Tale incremento è destinato ad aumentare nelle prossime settimane, perché l’effetto delle misure restrittive riduce prima gli indici di contagio (Rt, incremento percentuale dei casi), poi i ricoveri e le terapie intensive, e solo da ultimo i decessi”.

 

Con un dato così drammatico, dunque, è possibile comunque trovare un lume di speranza? Sì, sostiene Gimbe, ma a patto che gli italiani si preparino ad una dolorosa rinuncia, quella del Natale. “Se da un alto i rallentamenti dell’ultima settimane rappresentano indubbiamente un segnale positivo – prosegue Cartabellotta – dall’altro è fondamentale rilevare che le curve dei casi attualmente positivi, di ricoveri, terapie intensive e, soprattutto, dei decessi continuano a salire”.

 

In questo scenario, tenendo conto dell’attuale livello di sovraccarico di ospedali e terapia intensive e della crescita esponenziale dei decessi, ipotizzare un allentamento delle misure con l’obiettivo di salvare il Natale rischia di avere conseguenze molto gravi, sia in termini di salute delle persone che di vite umane”, conclude.

 

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