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Coronavirus, l’ex rettore: “Le zone rosse? Andavano fatte già 2 settimane fa”. E sui dati raccolti dall’Iss: “Margini di errore troppo elevati per essere considerati affidabili”

L’ex rettore dell’Università di Trento mette in dubbio l’affidabilità dell’indice di trasmissibilità per valutare l’imposizione delle eventuali zone rosse: “Non ho mai risparmiato critiche ai decisori politici, ma se gli organi tecnico-scientifici ritardano a elaborare e pubblicare i dati sull’evoluzione dell’epidemia saranno altrettanto responsabili dei disastri che si sarebbero potuti evitare”

Di T.G. - 01 novembre 2020 - 18:15

TRENTO. Stando all’ultimo bollettino settimanale, redatto dall’Istituto superiore della sanità in collaborazione con il Ministero, in Italia l’indice che mostra la potenziale trasmissibilità del coronavirus ha raggiunto l’1,7 e secondo le stime è in crescita. Inoltre 11 Regioni sono considerate a rischio elevato di una trasmissione non controllata, tanto che il Governo sta pensando di introdurre delle nuove misure restrittive. Una decisione che sarà presa anche valutando gli indici Rt, che descrive il tasso di contagiosità dopo l’applicazione delle misure atte a contenere il diffondersi della malattia, e R0, che indica la trasmissibilità nella fase iniziale dell’epidemia.

 

Eppure, secondo l’ex rettore dell’Università di Trento Davide Bassi l’indice di contagio R non sarebbe un buon parametro per far scattare le zone rosse. “Oggi siamo alle prese con il secondo lockdown – spiega il professore – in Italia stiamo disperatamente cercando di prendere provvedimenti equivalenti a quelli ormai adottati da gran parte dei Paesi europei, ma non vogliamo chiamarli lockdown. Parliamo allora di ‘zone rosse localizzate’ che si sarebbero dovute fare già due settimane fa, ma meglio tardi che mai”. Come sottolinea l’ex rettore il problema principale nasce quando si cerca di stabilire quali siano i criteri da mettere in quarantena: “Ecco quindi rispuntare un dato tipicamente italiano – nessun altro paese in Europa lo usa, ricorda Bassi – quello dell’indice di trasmissione del contagio calcolato su base regionale. La ricetta è semplice: intervenire quando R supera il valore 1,5. La cosa avrebbe senso se conoscessimo con ragionevole accuratezza la stima di R, ma non è così”.

 

Secondo il professore infatti, i dati raccolti dall’Iss, nella maggior parte dei casi, presentano un margine di errore troppo elevato per essere considerati affidabili. Soprattutto se devono servire per decidere come e quando inserire un territorio fra le zone rosse. “Si tratta piuttosto di un’indicazione – prosegue Bassi – usare come criterio per una decisione solo il valore medio senza preoccuparci di capire quale sia l’accuratezza della stima è una bestialità statistica”. Come mostra il grafico dell’Iss ci sono alcune Regioni che hanno un margine d’errore molto basso, come il Veneto, e per questo anche l’Rt può essere considerato molto affidabile. In altri casi però lo stesso dato presenta una “barre di errore” molto ampia. La Valle d’Aosta per esempio ha un valore di Rt che va da poco sopra allo zero a oltre il 3 (la media è 1,89). Lo stesso Trentino ha un valore medio di 1,5 ma compreso in un intervallo che va da 1 a 2. Insomma la possibilità di sbagliare c’è.

 

Per questo l’ex rettore suggerisce dicopiare da chi è più bravo. Prima di tutto – argomenta Bassi – bisognerebbe adottare anche in Italia le tecniche di stima dell’indice nazionale di riproduzione dei contagi R basate sul nowcasting esattamente come fa la Germania. Le stime ritardate, mediate su due settimane e differenziate su base regionale servono forse per gli studi teorici degli epidemiologi, ma sono di scarsa utilità per i decisori politici. Anzi rischiano di fornire informazioni poco comprensibili che inducono a prendere decisioni sbagliate. Se vogliamo capire come vanno le cose dovremmo monitorare la progressione dei contagi su una base territoriale più ristretta rispetto a quella regionale”.

 

Questo almeno per i territori più grandi: perché come avviene nelle due Regioni che confinano con il Trentino ci sono situazioni opposte, con la Provincia di Bergamo che mostra un andamento sui contagi migliore rispetto al resto della Regione, mentre in Veneto, Belluno, preoccupa più rispetto al resto del territorio. “Analogo discorso andrebbe fatto rispetto all’utilizzo delle strutture sanitarie, altrimenti c’è il rischio di vedere che le terapie intensive sono ancora scarsamente occupate e illudersi che tutto vada bene. Soprattutto – sostiene l’ex rettore – dovremmo avere dati aggiornati quotidianamente così come avviene in Germania, sia pure mediati a 7 giorni. I rapporti dell’Iss arrivano troppo tardi e contengono dati non aggiornati. Poteva avere senso quando la pandemia era in fase calante, ma ora bisogna cambiare passo. Non ho mai risparmiato le critiche ai decisori politici per la loro incapacità di prendere decisioni al momento giusto – conclude Bassi – ma se gli organi tecnico-scientifici ritardano a elaborare e pubblicare i dati sull’evoluzione dell’epidemia saranno altrettanto responsabili dei disastri che si sarebbero potuti evitare”.

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