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La scuola ai tempi del coronavirus: i genitori dei bimbi delle elementari fanno gli insegnanti a tempo pieno e il diritto allo studio diventa arbitrario

Dopo il post reazionario dell'assessore all'istruzione in tanti ci hanno scritto e contattato chiedendosi perché, invece, non si pensa ad aiutare le famiglie in difficoltà visto che, soprattutto i genitori dei figli più piccoli, sono costretti a improvvisarsi insegnanti. Ma non tutti ci riescono, ogni materia è trasmessa dai maestri e dalle maestre in maniera diversa (c'è chi manda solo i compiti, chi riesce a fare dei video) e cambia tutto da istituto a istituto. Poi ci sono i genitori che non hanno gli strumenti tecnici e quelli culturali e così ogni cosa è affidata al caso e all'iniziativa personale

Di Luca Pianesi - 28 marzo 2020 - 05:01

TRENTO. C'è addirittura chi è pronto a far ripetere l'anno ai propri figli ''perché non capisco nulla di quello che devono fare - scrive -. Mi sono fatta i miei piantini, non ci ho dormito la notte sentendomi un'emerita imbecille, impreparata. Ma ora ho deciso di mantenere un sorriso con i miei figli e non pensare alla didattica. Gli ultimi resteranno sempre tali, virus o non virus''. C'è chi non ha gli strumenti tecnici per permettere ai propri bambini di seguire le lezioni online, famiglie che magari hanno solo un pc in casa e quello se lo dividono i genitori per lavorare, oppure hanno connessioni poco potenti anche perché abitano in zone non coperte a sufficienza dalla rete. 

 

Ci sono tantissime famiglie che stanno scoprendo di non avere le competenze culturali, la pazienza o il tempo per sostituirsi a maestre e maestri in questi giorni di isolamento casalingo e non stanno riuscendo ad accompagnare la crescita didattica dei propri figli. E poi ci sono molti genitori stranieri che non parlando sufficientemente bene l'italiano non possono che mettere in stand-by la formazione dei loro giovani in attesa che l'istruzione pubblica torni a fare quello che per costituzione sarebbe previsto facesse: garantire il diritto allo studio per tutti. Ma in questi giorni, con il coronavirus che ha stravolto le abitudini di tutti noi e ci costringe in casa per evitare che si diffonda il contagio non è così, anche in Trentino nonostante le enormi possibilità che deriverebbero dall'autonomia.

 

Dopo che l'assessore all'istruzione e cultura della Provincia di Trento Mirko Biesesti ha trovato il tempo per pubblicare quel post reazionario dove per mera propaganda si mettevano in contrapposizione addirittura alpini e partigiani (QUI ARTICOLO) e ha lanciato anche alcune ricette per la scuola trentina ai limiti dell'assurdo (come quello di non dare il sei politico ma piuttosto fermare l'anno scolastico a marzo QUI L'ANALISI) abbiamo ricevuto tantissimi messaggi di genitori e insegnanti in grande difficoltà e fortemente preoccupati per il destino della scuola trentina. La situazione al momento è totalmente affidata al buon cuore e alla preparazione dei singoli e il diritto ad avere una formazione omogenea in ogni territorio e per ogni fascia di età è una chimera. 

 

I maggiori problemi li abbiamo rivelati a livello di scuola primaria di primo grado (le elementari per intenderci). Se, infatti, alle superiori i ragazzi e le ragazze sono più autonomi e autonome quindi capaci di ''arrangiarsi'' (anche se non è vero per tutti e i supporti tecnici possono restare un problema: non in tutte le case ci sono diversi pc o tablet e anche la connessione internet non per tutti è all'altezza di lezioni in streaming o di file pesanti da scaricare) alle elementari i bambini e le bambine necessitano di essere accompagnati passo dopo passo nel loro percorso di apprendimento e scoperta. Abbiamo parlato con un papà della Valsugana e una mamma di Trento e le problematiche emerse sono le stesse. In entrambi i nuclei familiari, con i bambini in casa che devono seguire il percorso scolastico, ci è stato riferito che è praticamente impossibile per i genitori, contemporaneamente, lavorare ricorrendo allo smart working.

 

La ''didattica online'', infatti, in molti casi si riduce a delle mail inviate a casa con compiti e obiettivi da raggiungere giornalmente o, addirittura, settimanalmente rimessi totalmente all'autonomia degli studenti e quindi, per bambini così piccoli, all'impegno dei genitori (che in molti casi si stanno scoprendo non in grado di sostituirsi a professionisti con decenni di esperienza). Ci sono, poi, scuole più attrezzate descritte quasi fossero un sogno, oggi, dai genitori: c'è Mezzolombardo, per esempio, che da sempre ha spinto sulla didattica online e quindi oggi è preparatissima. Ma ce ne sono moltissime che non sono in queste condizioni.

 

''Nel nostro caso non c'è possibilità di fare videochiamate - ci spiega la mamma di Trento - ed è il genitore a dover gestire i tempi per l'apprendimento e di fatto a fare il maestro o la maestra. Via mail riceviamo i compiti per i nostri figli e solo qualche insegnante ha realizzato dei piccoli video, dei tutorial per alcune materie. E così anche nella stessa classe si crea una differenza enorme tra le materie: ci sono quelle che riescono a stare al passo e quelle che invece dobbiamo gestire totalmente noi. Anche solo sentire la voce della maestra o vederla in un video cambia l'atteggiamento e la modalità di approccio a quel compito per i nostri figli. Sarebbe importante avere più video, più audio e almeno che gli insegnanti facessero qualche telefonata ai loro studenti per aggiornarsi e farsi aggiornare. E poi c'è il problema degli strumenti. Abbiamo fatto qualche chiamata collettiva ma, per esempio, non ho più visto i figli di un genitore straniero. E una mamma si è fatta prestare il pc da un vicino perché in casa non ne avevano''.

 

Insomma la qualità dello studio è rimessa tutta a condizione esterne allo studente: se si hanno gli strumenti o meno, se si ha la connessione, se si hanno maestre tecnologiche oppure no, se si hanno genitori che sono in grado di insegnare ai loro figli, che hanno il tempo per seguirli e le capacità per farlo. Insomma il diritto allo studio è tutto fuorché garantito in questo momento. ''Come genitore di due bimbi piccoli il mio smart working inizia la notte, quando i miei figli vanno a dormire e mia moglie, che lavora in ospedale, o entra in turno o torna e poi va a dormire - ci spiega il papà della Valsugana -. Durante il giorno giocoforza tutta l'attenzione è sui piccoli. E noi siamo fortunati perché abbiamo un tablet e un pc ma nella nostra stessa classe ci sono genitori che non hanno questi strumenti. Noi abbiamo visto che alcune famiglie non ci sono nei vari Google for Education, Drive, Calendar che utilizziamo per condividere materiali. E poi ci sono i genitori extracomunitari che hanno problemi con la lingua. Chi li aiuta? Chi aiuta i loro bambini? E chi aiuta i genitori non tecnologici?''.

 

Tante domande e al momento, dopo un mese di ''scuola a casa'' pochissime risposte se non dei ''faremo'' e ''vedremo'' che non fanno ben sperare.  

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