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''Non me lo meritavo, mi sono sentita in colpa per non poter rimanere a fianco dei miei colleghi'' la storia di Evelyn infermiera al Santa Chiara positiva al coronavirus

Evelyn  fa parte di quella sezione dell’ospedale dedicata alla cosiddetta «zona filtro». Qui gli infermieri e i medici di occupano dei pazienti che hanno effettuato il tampone, da poche ore, e hanno bisogno di supporto dei parametri vitali ovvero un monitoraggio multi parametrico in attesa del risultato del tampone stesso. Una mattina, però, è arrivato il 'macigno': positiva al coronavirus

Di G.Fin - 17 April 2020 - 19:13

TRENTO. ”Sapete la prima cosa che ho detto rivolta ai miei colleghi? Mi dispiace”. Evelyn è una infermiera dell'ospedale Santa Chiara, uno dei tanti eroi che da settimane sono in prima linea per combattere il coronavirus. Di quelli e quelle che iniziano alla mattina e finiscono alla sera con i segni sul viso lasciati dalla mascherina. Segni non solo di dolore, ma di grinta, di voglia di aiutare, di salvare vite, di andare avanti e stare a fianco di tanti altri colleghi in una battaglia difficile che si può vicere solo se fatta tutti assieme.

 

Poi una mattina mentre Evelyn si trovava al lavoro è arrivato quello che lei stessa ha definito un “macigno”: il tampone che aveva fatto era risultato positivo. Una doccia fredda. “Ero lì, sudata, con i segni degli occhiali appena tolti, avevo ancora il cerotto antidecubito in faccia. Mi ero appena svestita, dopo tre ore di assistenza ai miei pazienti. Non ci credevo” racconta .

 

La testimonianza è stata raccolta dall'Azienda sanitaria e dalle parole di questa infermiera traspare quello che difficilmente si riesce a far capire, la forza di volontà e la voglia di salvare le persone combattendo contro un virus sconosciuto ma anche e soprattutto quella di essere a fianco dei suoi colleghi.

Qui riportiamo la sua testimonianza

 

Sono un’infermiera della medicina alta intensità dell’ospedale Santa Chiara. Faccio parte, insieme ai miei colleghi, di quella sezione dell’ospedale dedicata alla cosiddetta «zona filtro». Ci occupiamo dei pazienti che hanno effettuato il tampone, da poche ore, e hanno bisogno di supporto dei parametri vitali ovvero un monitoraggio multi parametrico in attesa del risultato del tampone stesso.

Come si può immaginare, fin da subito, durante questa emergenza sanitaria il sentimento che mi ha attraversato è stata: la paura. La paura per me, la paura per i miei colleghi, la paura per la mia famiglia. È stato difficile anche esternare, a chi mi sta vicino, il turbine di sentimenti che in questo periodo mi sono trovata a gestire. Più che altro non volevo ulteriormente sovraccaricare loro con pensieri ancora più grandi. Mi sono trovata di fronte ad una cosa troppo grande per me, ma credo per chiunque. Non avevo il problema di essere annoiata a forza di stare in casa, avevo la responsabilità di recarmi al lavoro, dare il massimo e tornare a casa stando attenta a non portare nulla a casa. Nemmeno i miei sentimenti più bui e incerti.
 

Sì la paura c’è, c’è stata e ci sarà fino alla fine di questo incubo; ma poi ogni mattina mi alzavo con la grinta che mi contraddistingue da sempre pronta a dare il cento per cento, pronta a essere di supporto, pronta a dare il mio contributo. Descrivo il rapporto con il mio lavoro sempre con questa frase: è un rapporto di amore-odio. Ci sono delle volte, quando la stanchezza è tanta (e non solo in questo periodo di emergenza, perché fare l’infermiere è impegnativo sempre) che mi chiedo quella volta che cosa mi sia saltato in mente, ma poi sapete cosa? Non mi immaginerei in nessun altro posto.

Non che mi sentissi invincibile, non l’ho mai pensato: ma ho pensato che con tutto quello che uno ci mette, soprattutto in questo periodo, non lo meritavo.
 

Poi una mattina, mentre ero al lavoro è arrivato il macigno: il tampone che avevo fatto era risultato positivo. Una doccia fredda. Ero li, sudata, con i segni degli occhiali appena tolti, avevo ancora il cerotto antidecubito in faccia. Mi ero appena svestita, dopo tre ore di assistenza ai miei pazienti. Non ci credevo.

Sapete la prima cosa che ho detto rivolta ai miei colleghi? «Mi dispiace». Sì, mi dispiace che ora dovrò stare a casa, in quarantena e non potrò essere di supporto a loro. Mi sentivo tremendamente in colpa per una cosa che non avevo scelto io, non aveva scelto nessuno. Quindi ho ripreso le mie cose, sono andata a cambiarmi e sono tornata a casa. Che rabbia che ho provato. Non vi dico il ritorno a casa: ho ripetuto non sapete quante volte a me stessa che avevo fatto tutto quello che si poteva fare, che non avevo sbagliato niente,che non dipendeva da me. Stavo bene, per fortuna faccio parte di quelle persone quasi asintomatiche. Qualche disturbo qua e là, fortunatamente, ma nient’altro.

Difficile descrivere in questi giorni la quantità e la qualità di pensieri che mi attraversa. Pensieri pesanti, incerti, tristi, di speranza, di orgoglio per quel che ho dato e per quel che darò finita questa quarantena. Perché chi mi conosce sa, che ci vuole ben altro per abbattermi.

Ho voluto scrivere queste righe per chi come me, si trova o si troverà a fronteggiare questo nemico. Non colpevolizzatevi, avete dato tutto quello che potevate dare, questo è l’importante. Siete degli infermieri, che cosa può sconfiggervi?!
Certa di tornare presto, insieme alla mia grande squadra, a combattere questo mostro».
Con affetto,
Evelyn

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