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"Se è un'opera di Dio andrà avanti". Un ricordo di Elio Croce, il missionario in Uganda ucciso dal Covid

Ismaele Nones, scultore e artista trentino, ci offre un commosso ricordo di Elio Croce, il missionario comboniano moenese morto in Uganda dopo aver contratto il Coronavirus. Pilastro fondamentale della comunità di Gulu, fece dell'ospedale dove lavorava una "piccola zona di pace in tempi di guerra"

Di Ismaele Nones - 13 November 2020 - 09:45

TRENTO. Si è spento l’11 novembre a Kampala Elio Croce, missionario comboniano di Moena che da oltre quarant’anni lavorava a Gulu in Uganda. Il religioso trentino era ricoverato da alcune settimane per  Coronavirus, dopo le ultime notizie positive un’ulteriore ricaduta è stata fatale.

 

Elio Croce, per tutti Brother Elio, diplomato in Italia come perito metalmeccanico capo tecnico, è arrivato in Uganda nel 1971, anno in cui Idi Amin è stato eletto presidente. Nel 1986 arriva a Gulu, città situata a nord dell’Uganda, all’ospedale Lacor dove era responsabile dei servizi e della manutenzione. Sono anni difficili per l’Uganda che per più di vent’anni dovrà vivere una guerra civile, ed anche in quest’occasione Brother Elio era in prima linea ad aiutare chiunque ne avesse bisogno.

 

Di quegli anni raccontava come i ribelli arrivavano a saccheggiare l’ospedale, e che per difendersi aveva costruito le dispense dei medicinali a doppio fondo. Molti dei ribelli lui li conosceva, li aveva visti nascere e crescere e con il sorriso sul viso diceva che se anche li vedeva armati si permetteva ancora di sgridarli. Brother Elio era rispettato e amato da tutti, l’ospedale Lacor dove abitava, era considerato in tempi di guerra una piccola zona di pace, dove non esistevano schieramenti ma solo uomini che avevano bisogno di una mano. Durante le retate notturne dei ribelli nei villaggi l’unico porto sicuro era l’ospedale dove stava Brother Elio. A queste richieste d’aiuto lui rispondeva semplicemente aprendo le porte e ospitando chiunque avesse bisogno per la notte, arrivando ad ospitare anche più di 30.000 persone.

 

Da tempo diceva che cercava un sostituto perché sentiva che l’età avanzava e i primi acciacchi si facevano sempre più pesanti. Grazie a lui e al suo lavoro l’ospedale Lacor è uno dei più grandi ed efficaci dell’Uganda con più di 550 posti letti e 3 centri periferici. La struttura conta più di 7000 parti, 6000 operazioni e 200.000 visite annue. Il Lacor è un ospedale missionario accessibile a tutti anche ai più poveri. Oltre all’ospedale Elio Croce gestiva anche l’orfanatrofio St. Jude lasciatoli in “eredità” da Berdardetta, una benefattrice e maestra d’asilo autoctona deceduta nel 1992.

 

Elio Croce era un punto di riferimento per tutta la comunità africana, ogni mattina si formava davanti alla sua stanza/ufficio una lunga fila di persone che gli chiedevano i più disparati piaceri e lui uno a uno li ascoltava.

 

Una vita piena dedicata al prossimo, con i suoi modi diretti e a volte rudi ma buoni, giusti. Elio Croce era un uomo pratico che non perdeva tempo a sognare o a lamentarsi ma preferiva agire e concretizzare le idee e i progetti. Nel dicembre 2018 è uscito anche il documentario I wanna see, disponibile gratuitamente in streaming su vimeo, sulla sua storia.

 

Quando spiegava le problematiche che doveva affrontare ogni giorno era normale pensare che era un pazzo e che i suoi progetti non avrebbero mai visto la luce dell’indomani. Invece sono ancora vivi e pulsanti più che mai, e continueranno ad esserlo nonostante la sua scomparsa, perché come ripeteva spesso: “Se è un’opera di Dio andrà avanti”.

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