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Tra preoccupazione per gli incassi e voglia di ripartire, un ristoratore rilancia in vista dell'autunno. "Modifichiamo marchio, menu e servizio. Che Dio ce la mandi buona"

Alessandro Dietre è proprietario di tre noti locali del centro. Invece che riaprire il 18 maggio come tanti altri, ha deciso di attendere per capire meglio il da farsi, evitare di aprire con le sale vuote e ripensare il servizio in vista di un futuro che si spera più roseo. "Se dovesse esserci una nuova ondata a settembre, chiudiamo le serrande"

Di Davide Leveghi - 08 giugno 2020 - 16:38

TRENTO. “La verità la sanno tutti, in giro non c'è movimento. Il mercato del pranzo è sparito, ormai quasi tutti fanno il telelavoro. Speriamo che a settembre le cose cambino, o saremo costretti a chiudere le serrande”. È amara la considerazione dell'attuale situazione da parte di Alessandro Dietre, ristoratore e proprietario di tre noti locali del centro, la pizzeria Loto, accanto all'ospedale, e i centralissimi ristorante Tipico e bar Plan.

 

Differentemente da altri, infatti, la sua scelta è stata di attendere prima di riaprire, nonostante la Provincia avesse fissato il 18 maggio come data di riapertura per bar e ristoranti. A quasi un mese di distanza, dunque, i suoi locali hanno cominciato alla spicciolata a rialzare le serrande, accogliendo i pochi clienti che in questo momento decidono di “avventurarsi” negli esercizi commerciali. Paura e tasche vuote, di certo, non aiutano.

 

Non c'era nessuna fretta di riaprire – spiega Dietre – e quindi per questo abbiamo deciso di attendere. Così il Plan ha aperto due settimane fa, con incassi piuttosto limitati viste le restrizioni sugli assembramenti, la pizzeria Loto il giovedì passato, con incassi a metà o anche meno, e il Tipico riaprirà mercoledì prossimo. La sensazione è che la gente abbia paura ad andare a mangiare nei locali. Il mercato del pranzo è sparito, le persone lavorano ormai molto da casa. Per questo si impongono alcuni temi su cui bisognerebbe riflettere, come appunto modificare le aziende alla luce dei cambi imposti dal virus”.

 

Per questo, il ristoratore trentino ha deciso di rimboccarsi le maniche, puntando a costruire un futuro più roseo, investendo in una nuova veste e in un servizio rinnovato. “In questo momento siamo aperti con un menu ridotto, con un'operatività ridotta – continua – d'altronde come può lavorare un cuoco sopra una griglia con la mascherina in faccia? L'idea è per ora di mantenere aperto dimostrando che non siamo morti, poi da settembre speriamo che le persone ricomincino a venire, che i ragazzi abbiano qualche soldo in tasca, incrociando le dita che una nuova ondata non arrivi, se no è finita per tutti e chiudiamo le serrande”.

 

“Se per intanto siamo nel 'marketing del speriamo', però, noi stiamo cercando di rinnovarci. Senza aspettare che arrivino aiuti da fuori abbiamo fatto finta di essere una start-up che parte da 0. Abbiamo assunto dei consulenti che ci stanno aiutando alla riorganizzazione del servizio. Stiamo rifacendo il marchio e il menu. Fingiamo che i locali abbiano preso fuoco, che si debba ripartire dal principio. Il mercato futuro non sarà certo quello pre-Covid, su questo non c'è da discutere, ma noi ripartiremo più forti di prima, puntando in alto, non facendo semplici ritocchini”.

 

La scelta di tenere chiuso per più tempo rispetto ad altri, pertanto, non è altro che un modo di assimilare meglio i limiti e le difficoltà del presente, per ripartire al massimo non appena le circostanze lo permettano. “Il nostro ritardo nell'apertura è stato voluto, a che pro infatti avrei dovuto tenere aperto se le sale rimangono vuote? Abbiamo dato formazione ai ragazzi, studiato i protocolli. Alcuni lavoratori sono ancora in cassa integrazione e perderli sarebbe un danno. Non è facile trovare dei ragazzi bravi e preparati – conclude – l'investimento che facciamo ora, dunque, speriamo serva anche a espanderci e ad assumere nuovo personale. Che dio ce la mandi buona”.

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