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“A Spini serve più personale interno, difficile immaginare un percorso alternativo per gli stranieri (65% del totale)”. La garante dei detenuti del Trentino da Cartabia

Il primo tassello del percorso rieducativo per i carcerati, ha detto Antonia Meneghini alla Ministra della Giustizia, sono i funzionari giuridici pedagogici ma il numero di queste figure in Trentino è insufficiente. A Spini il 65% dei carcerati è di origine straniera

Di F.S. - 18 settembre 2021 - 10:07

TRENTO. “Al carcere di Spini serve soprattutto più personale”. E' questo in sintesi quanto comunicato dalla Garante dei diritti dei detenuti in Trentino Antonia Meneghini nell'incontro istituzionale avvenuto nel pomeriggio di giovedì 16 settembre insieme alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia.

 

Nel suo intervento, la Garante della Pat ha riportato alcune tra le principali criticità che affliggono la realtà della casa circondariale di Spini di Gardolo. Secondo Meneghini, in primo luogo, la tutela dei diritti delle persone detenute non può prescindere anche dalla necessità di sostenere un investimento importante di risorse sul personale, senza il quale è materialmente impossibile qualsiasi percorso rieducativo. A Spini, come nel resto del Paese, mancano innanzitutto i direttori: dal 2019 la direttrice della casa circondariale trentina, la dottoressa Nuzzaci, ha riassunto infatti la direzione anche della casa circondariale di Bolzano, senza contare il numero rilevante di avvicendamenti alla Direzione che hanno caratterizzato i primi dieci anni di vita dell’istituto di Spini dove di fatto è sempre mancata, salvo che per brevi periodi, una direzione in grado di garantire una progettualità di lungo periodo.

 

Altrettando deficitari, ha riportato Meneghini, risultano essere i ruoli dei funzionari giuridici pedagogici, senza i quali non è pensabile programmare qualsiasi percorso rieducativo. A Trento gli educatori sono, anche a causa di alcuni distaccamenti, meno di quanti dovrebbero essere (4 invece di 6), rispetto ad una pianta organica già sottostimata perché rapportata a numeri di presenze largamente inferiori alle attuali. Anche la polizia penitenziaria poi, sottolinea la garante dei diritti dei detenuti in Trentino, è in sofferenza soprattutto per quanto riguarda le figure chiave di Ispettori e Sovraintendenti che a Trento dovrebbero essere, da pianta organica, circa 90 unità e che invece risultano essere non più di 10 unità complessive.

 

Un altro dei temi affrontati da Meneghini è stato quello relativo all'importanza della peculiarità della composizione della popolazione carceraria: il principio rieducativa si basa infatti anche sull'individualizzazione del trattamento, che a sua volta non può prescindere da un'attenta valutazione delle esigenze del singolo detenuto. Nel carcere di Spini di Gardolo ad esempio, dice la Garante, il 65% delle persone detenute è straniera (in passato si sono raggiunte punte pari anche al 72%) e rispetto a queste persone, sprovviste il più delle volte di collegamenti sul territorio, risulta molto difficile immaginare un percorso alternativo al carcere. Ecco quindi che, a maggior ragione, risulta centrale l'investimento sulla formazione professionale e sul lavoro interno al carcere, per fornire a chiunque una concreta possibilità di reinserimento sociale.

 

Da ultimo, la garante della Pat ha dedicato una riflessione anche al tema dei trasferimenti delle persone detenute, che l'arrivo della pandemia ha sostanzialmente congelato. Il più delle volte le richieste sono fondate sulla legittima aspettativa di un avvicinamento ai famigliari (e dunque alla massima valorizzazione del diritto all'affettività) ma con il Covid i trasferimenti sono stati sospesi e solo recentemente, a metà agosto, sono stati finalmente sbloccati.

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