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Il formaggio presidio Slow Food 'svenduto' al supermercato, l'associazione: “Così si svilisce il prodotto e si mortificano i produttori”

Il formaggio in questione, oggetto di un'offerta con sconto del 50%, è il Casolet a latte crudo della Val di Sole, il portavoce di Slow Food Tommaso Martini: “Dietro questo Casolet c'è la storia della civiltà alpina delle valli di Pejo, Sole e Rabbi, una tradizione che va promossa e valorizzata, non 'svenduta'”

Di Filippo Schwachtje - 04 August 2021 - 11:59

TRENTO. Il Casolet a latte crudo della Val di Sole 'svenduto' a metà prezzo da un'importante catena di supermercati locali, Slow Food: “Chi ci guadagna? A nostro avviso ci perde, e molto, tutta la filiera, non solo l'allevatore e il caseificio ma anche l'insegna che lo distribuisce e paradossalmente, anche il consumatore”. Il formaggio è una produzione tradizionale legata, dice Slow Food: “Alla civiltà alpina delle valli di Pejo, Sole e Rabbi, una tradizione importante del nostro trentino caseario che va mantenuta, promossa e soprattutto valorizzata”.

 

“E' evidente che una scelta commerciale di questo tipo è in contrasto con tutto questo – dice Tommaso Martini, portavoce di Slow Food Trentino – e non riusciamo a comprenderne il motivo da nessun punto di vista, nemmeno sul lato meramente commerciale. Non ci guadagna nessuno". 

 

Con un prezzo di 7 euro e 90 al chilo, in poche parole si svilisce il prodotto mortificando i produttori, precisa l'associazione nata per valorizzare le eccellenze gastronomiche. “L’insegna utilizza come leva commerciale – dice Martini – un prodotto che invece permetterebbe di dare valore aggiunto, azzera la marginalità su un prodotto il cui valore non va certamente ricercato nel prezzo ma che qualifica l’offerta di un punto di vendita e il suo assortimento. È una scelta sbagliata anche a livello di comunicazione: continuare a svilire i formaggi più prestigiosi del nostro territorio porta a farne percepire un valore sempre più basso anche confrontato con prodotti provenienti da fuori Provincia. In particolare in queste settimane in cui le valli del Trentino accolgono turisti ai quali andrebbe comunicata la nostra tradizione enogastronomica”.

 

Per far conoscere, e vendere, un prodotto come il Casolet a latte crudo, continua Martini: “Si può partire dal raccontare la sua storia, dal farlo assaggiare al cliente piuttosto che 'svenderlo'. Il Trentino dovrebbe lavorare sulla promozione dei propri prodotti, pensate che il Casolet (un prodotto difficilissimo e molto dispendioso da realizzare) si vende al dettaglio sui 16 euro al chilo mentre i formaggi lombardi, in particolare quelli di malga, possono arrivare anche a 40 o 50 euro al chilo. Sono ben altri i prodotti da mettere sottocosto, la Coca Cola per fare un esempio o altri brand internazionali prodotti a livello industriale, non certo le produzioni tradizionali di eccellenza del territorio”.

 

Le scelte commerciali possono essere legate alle motivazioni più varie, sottolinea Slow Food: “Ma sappiamo anche che la distribuzione moderna ha elaborato sistemi per incentivare le vendite in grado di cogliere il valore aggiunto di certi prodotti: azioni di co-marketing, vendite assistite, e molti altri sono strumenti efficaci attraverso i quali ottenere buoni risultati in termine di rotazione del prodotto senza ricorrere alla leva del prezzo. Il sottocosto è ormai uno strumento che appartiene a un vecchio modo di far commercio tanto che esistono proposte di legge volte a vietarlo. Ed è certamente lontanissimo dai valori di difesa della tradizione, dei sapori e delle pratiche di allevamento e trasformazione autentiche e dei valori solidaristici propri della Comunità di un Presidio Slow Food”.

 

In definitiva, anche i consumatori sono vittime di scelte di questo tipo. “L'apparente risparmio economico di pochi centesimi di euro all'etto – conclude Martini – in realtà pesano sulle tasche di tutti noi. Se non vengono valorizzati prodotti di questo tipo sono destinati a scomparire, portando con loro mondi interi fatti di biodiversità, paesaggio e microeconomie in cui sono coinvolti soggetti anche non direttamente legati al settore produttivo. L'accesso al cibo buono, pulito e giusto deve essere per tutti ma questo non vuol dire trasformarlo in merce da svendere. La transizione ecologia, di cui tanto si parla, non può prescindere dal ripensare il sistema di produzione, distribuzione e consumo del cibo. L’esempio che ci troviamo oggi a commentare è espressione di una direzione che, se non viene cambiata, ci porterà a schiantare”.

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