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| 13 lug 2022 | 09:38

Lo smart working come strumento contro l'abbandono montano? "Dopo la pandemia il 40% dei lavoratori si trasferirebbe in un luogo isolato a contatto con la natura"

I numeri sono forniti dalla 24 Ore Business School: “Secondo i dati dell’Istituto nazionale delle politiche pubbliche, quasi 9 milioni di occupati durante la pandemia hanno lavorato da remoto, molti per la prima volta. Per tanti è stata un’occasione per ripensare i luoghi di vita e di lavoro”. Boom l’anno scorso per la compravendita di seconde case

Lo smart working come strumento contro l'abbandono montano?

TRENTO. “La tecnologia ha reso possibile un nuovo nomadismo e lo smart working potrebbe essere lo strumento per ripopolare borghi afflitti dallo spopolamento nel corso del tempo. Riempire nuovamente le scuole dei paesini e le piccole comunità di montagna, generare servizi di valorizzazione del territorio per permettere ai ragazzi di vivere in un ambiente più armonico così anche da garantire alla comunità degli anziani la vita nei loro luoghi di origine”. Il lavoro a distanza insomma, dice Pier Maria Minuzzo, docente alla 24 Ore business school e Hr Consultant potrebbe in definitiva essere “un’occasione per riuscire a passare a un’interpretazione più agile del proprio ruolo, dove si creerebbe anche un buon equilibrio tra vita e lavoro”.

 

Quello dello spopolamento montano è un problema che nel corso degli anni si è fatto sentire in Trentino, dove sono diverse le iniziative messe in campo dalle autorità per cercare di invertire la tendenza nei comuni montani periferici. A Luserna e nel Primiero in particolare, sono addirittura stati offerti degli alloggi in comodato gratuito per diversi anni ad alcune famiglie che hanno scelto di costruire il loro futuro nei vari territori montani (Qui e Qui Articolo). Ora però, a quanto pare, le dinamiche lavorative determinate dall’arrivo del Covid potrebbero in qualche modo essere uno strumento ulteriore contro l’abbandono montano.

 

Le parole di Minuzzo arrivano infatti dopo oltre due anni di pandemia, che hanno inevitabilmente segnato la vita di molti italiani anche dal punto di vista lavorativo: secondo i dati dell’Istituto nazionale delle politiche pubbliche infatti, quasi 9 milioni di occupati hanno lavorato da remoto dopo l’arrivo del Covid, molti per la prima volta. “Nonostante questa ‘reclusione forzata’ – dicono però gli esperti di 24 Ore Business School, l’esperienza del lavoro da casa – è stata un’occasione per ripensare i luoghi di vita e di lavoro ed è stata positiva per il 54,7% dei lavoratori e negativa solo per il 9%. Sempre dall’indagine Inapp-Plus risulta che un terzo dei lavoratori italiani opterebbe per un trasferimento in un piccolo centro e 4 su 10 in un luogo isolato a contatto con la natura”.

 

A dimostrare l’interesse degli italiani verso un modo di lavorare più flessibile è il boom delle seconde case osservato lo scorso anno: nel 2021 infatti, la compravendita di seconde case (come riportato dai dati consuntivi pubblica dalla Federazione italiana agenti immobiliari) in Italia è stata di circa 180mila unità, +44% rispetto al 2020, anno in cui ne risultavano circa 125mila, e in rialzo anche del 30% rispetto al 2019, che si era chiuso a quota 140mila. Oggi, in Italia, sul totale dello stock di abitazioni, si contano almeno 5,5 milioni di case turistiche.

 

“Tutto questo – continuano da 24 Ore Business School – indica un forte interesse verso il ripopolamento delle zone montane, verso un ritorno alla vita semplice e tranquilla, immersi nella natura e nel silenzio delle valli”. Oltre allo smart working però, aggiunge Minuzzo: “Anche, e soprattutto, la formazione professionalizzante nelle sue forme streaming o on demand potrà contribuire a ripopolare luoghi e a non disperdere l’enorme patrimonio di usi, costumi e storie che caratterizzano il nostro Bel Paese. Questa visione, che ad alcuni potrà sembrare bucolica o sognatrice, in realtà sottende un nobile principio: la democratizzazione del sapere che le nuove tecnologie possono garantire anche a chi non ha i mezzi per trasferirsi nei grandi centri dove hanno sede le scuole di formazione”.

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