N'drangheta in Trentino, condanne totali per 76 anni: "Sentenza storica, il territorio non è esente da fenomeni mafiosi: ora si istituisca l'osservatorio"
Sono stati condannati gli 8 imputati nel primo filone del processo Perfido. Le reazioni del Coordinamento lavoratori del porfido, dei sindacati, di Arci, di Alex Marini e del presidente della Provincia. L'avvocato degli accusati: "Aspettiamo di leggere le motivazioni e poi valuteremo il ricorso"

TRENTO. Le condanne ammontano a 76 anni totali per gli 8 imputati. Questa la sentenza del processo "Perfido" sulla presenza della 'Ndrangheta in Trentino (Qui articolo). I giudici hanno riconosciuto il reato di associazione mafiosa e voto di scambio. E' stata invece ridimensionata l'accusa di riduzione in schiavitù degli operai cinesi impiegati nelle cave di porfido in val di Cembra, si è passati al caporalato.
L'operazione Perfido condotta dai Carabinieri del Ros e che ha visto l'impegno anche della guardia di finanza con il sequestro di un patrimonio imponente, ha portato a galla la costituzione di una "locale" della 'ndrangheta, basata a Lona-Lases e infiltrata nelle attività di estrazione del porfido. Da qui avrebbe poi allacciato i rapporti con il mondo politico e istituzionale trentino (QUI L'ARTICOLO).
L'indagine è durata oltre due anni e tutto era partito da alcuni reati di tipo ambientale. Un po' alla volta si è fatto luce su una organizzazione autonoma e operativa in tutto il territorio radicata ormai da anni e legata dal punto di vista organizzativo alla potente cosca Serraino presente a Reggio Calabria e con collegamenti anche fuori dall'Italia. L'indagine è stata condotta in sinergia con la procura di Reggio Calabria.
Ora è il tempo delle reazioni delle varie parti in causa nel processo, una vicenda che è comunque destinata a proseguire nei vari gradi di giudizio. La Procura aveva chiesto 88 di carcere, mentre la sentenza ha comminato pene per un totale di 76 anni per gli 8 imputati che hanno scelto il rito abbreviato: 12 anni a Giuseppe Battaglia, ex assessore del Comune di Lona-Lases e imprenditore del porfido, l’accusa è di aver avuto un ruolo apicale nell'organizzazione legata alla cosca Serraino; 9 anni e 4 mesi per la moglie Giovanna Casagranda; 9 anni e 8 mesi per il fratello, Pietro Battaglia. Poi 11 anni e 8 mesi per Mario Giuseppe Nania, 10 anni per Demetrio Costantino, 8 anni e 8 mesi per Antonino Quattrone e Domenico Ambrogio, 6 anni e 8 mesi per Federico Cipolloni, commercialista romano di Domenico Morello (l’imprenditore condannato in primo grado a 10 anni).
"Adesso aspettiamo di leggere le motivazioni e poi presenteremo appello", le parole a Il Dolomiti dell'avvocato Filippo Fedrizzi, legale di Giuseppe Battaglia e Giovanna Casagranda. "La stessa Corte ha inciso profondamente sui capi di imputazione. Pur restando la tesi accusatoria del 416bis, sono cambiate diverse situazioni, in particolare per 14 su 17 imputati nei vari filoni. Il quadro è quindi molto diverso da quello iniziale e serve tempo per effettuare le valutazioni del caso e approfondire una questione complessa".
A intervenire il Coordinamento "Il dato è che finalmente è stata accertata la presenza della 'Ndrangheta", commenta Walter Ferrari del Coordinamento dei lavoratori del porfido. "Un po' di amarezza per la riduzione dell'accusa di schiavitù in caporalato, derubricando il reato anche gli indennizzi sono ridimensionati. Un contesto difficile da discriminare e dovuto a più fattori ma in questo caso l'atteggiamento sindacale che ha firmato accordi di conciliazione con le diverse aziende ha avuto un peso".
La richiesta è quella che le istituzioni mantengano alta l'attenzione. "Aspettiamo i rinvii a giudizio del secondo filone mentre pende la questione del Comune di Lona-Lases", aggiunge Ferrari. "E' ancora più urgente dare seguito alle richieste di una commissione d'inchiesta, che chiami in causa le scelte politiche degli ultimi decenni, e l'istituzione di un Osservatorio. Diventa necessario rispondere a quanto richiesto dai consiglieri provinciali Filippi Degasperi (Onda) nel primo caso e Alex Marini (Movimento 5 stelle) nel secondo caso. Non si può rifiutare conoscenza e trasparenza su questi fenomeni, anche in ottica preventiva, di difesa del lavoro e degli spazi di democrazia".
Concetti ribaditi anche da Arci, costituito in parte civile. "La sentenza del processo Perfido è un passaggio storico per il Trentino", dice il presidente Andrea La Malfa. "Da oggi non si potrà più dire che il territorio è esente dal fenomeno mafioso. Compito della comunità e delle istituzioni è prendere atto del problema, non sottovalutarlo e affrontarlo in maniera seria. Ringraziamo il lavoro d’inchiesta giornalistica di Questo Trentino, il Coordinamento dei Lavoratori del Porfido, gli organi ispettivi e giudiziari per il grande lavoro svolto, che ci porta un Trentino oggi più libero. Crediamo che sia necessario che la Provincia costituisca l’Osservatorio Trentino sul potere mafioso, come strumento utile a tenere alta la guardia ed a coordinare l’impegno di molti contro la mafia".
Anche Fillea e Cgil si erano costituite parte civile, "per difendere i diritti dei lavoratori che in un contesto criminale vengono comunque calpestati e per coerenza con il nostro statuto. Resta chiaramente l'amaro in bocca per dover prendere atto consapevolezza ancora una volta che il malaffare riesce a permeare il tessuto economico in maniera subdola e rende alcuni contesti lavorativi difficilmente gestibili sia dal punto di vista sindacale sia dal punto di aziendale perché anche le normali regole di concorrenza vengono disattese a svantaggio delle imprese oneste", spiega Giampaolo Mastrogiuseppe. "La nuova sentenza per il reato di associazione mafiosa in Trentino non è motivo per il quale esultare. Siamo soddisfatti della condanna, ma abbiamo la conferma che la presenza della 'Ndrangheta in Trentino è una realtà. Il nostro territorio purtroppo non è impermeabile alle infiltrazioni della malavita organizzata e ciò impone massima attenzione da parte di tutti. Dobbiamo essere vigili, tenere alta la guardia, non solo sul porfido ma sull'intero territorio. Anche a questo scopo verranno utilizzati i soldi del risarcimento. Promuovere la cultura della legalità a tutti i livelli nei luoghi di lavoro e in particolare in quelli più esposti".
La sentenza del processo “Perfido” ha dimostrato "la bontà dell’impianto accusatorio mosso nei confronti degli imputati e confermato la presenza della ndrangheta in Trentino, infiltrata nei gangli dell’economia locale ma anche della società e della politica", prosegue Alex Marini. "Ritengo che oggi sia stato fatto un pezzettino di giustizia verso le vittime di questi criminali, sia coloro che sono stati picchiati e minacciati, sia, in senso lato, tutti i trentini. Voglio ringraziare il Coordinamento lavoratori porfido e il mensile “QuestoTrentino” per l’impegno che hanno messo nel far venire a galla il malaffare che attanagliava la Val di Cembra. Penso che un ringraziamento lo meriti anche l’ex ministro Riccardo Fraccaro per il ruolo che ha giocato nell’allertare le istituzioni, giudiziarie e non, su quanto stava accadendo nel cuore del Trentino. Ora le chiacchiere, le bugie e anche le intimidazioni messe in atto da quelli (magari potenti ex politici) che dicevano “In Trentino la mafia non c’è” stanno davvero a zero. Mi aspetto che la politica trentina la smetta di tenere la testa sotto la sabbia e riconosca il problema prendendo misure energiche per combatterlo estirpando la presenza ndranghetista dal nostro territorio".
Le condanne agli imputati al processo Perfido registrano anche il commento del presidente della Provincia di Trento che, a nome della Giunta, rinnova la fiducia nell'operato della magistratura e delle forze dell'ordine. "Il loro lavoro è importantissimo per garantire la 'salute' del tessuto economico e sociale del Trentino. Nessuno può considerarsi immune, a maggior ragione in un mondo globalizzato e per una terra "prospera" come la nostra gli appetiti finiscono con l'accrescere i rischi di infiltrazioni sempre più sofisticate e subdole, ma va da sé che è l'intera nostra comunità che è chiamata a non abbassare mai la guardia e a coltivare i valori dell'onestà e della correttezza che hanno contraddistinto la nostra storia”, conclude Maurizio Fugatti.













