“Abbattimenti orsi in Trentino? Facile prendere decisioni quando sono gli altri ad eseguire: io sto coi forestali, non lasciamoli soli. Esempio di professionalità e umanità”
A parlare è Giuseppe Pallante, medico veterinario specialista in Diritto e legislazione veterinaria, che dopo l'abbattimento dell'orso M91 (e la discussione che ne è seguita) spezza una lancia a favore dei forestali: “Ci siamo fermati a interrogarci sul gravoso compito di questi uomini che non hanno scelto ma si trovano ad eseguire comandi altrui?”

TRENTO. “E io sto con i forestali”. È questo il titolo del contributo che il dottor Giuseppe Pallante, medico veterinario specialista in Diritto e legislazione veterinaria e membro della sezione Trentino dell'Istituto italiano di Bioetica, ha condiviso con il Dolomiti, per spezzare di fatto una lancia a favore dei forestali dopo l'abbattimento dell'orso M91 (e la discussione che ne è seguita, Qui per esempio la posizione dello zoologo Apollonio).
Tra chi si dice a favore dell'abbattimento e chi invece si schiera senza se e senza ma tra i contrari, il riferimento di Pallante è proprio ai forestali, a chi deve compiere il “lavoro sporco”. “Forse – conclude la sua lettera – come società è necessario partire da questi modelli professionali e di umanità e prenderli ad esempio garantendo loro dignità e rispetto delle loro scelte. Questa è la loro sicurezza e la loro pace, la loro coscienza e la loro gioia. Non lasciamoli soli”. Ecco il suo contributo integrale.
Nel confronto tra i difensori del “sempre e solo con l’orso” e chi confida nel suprematismo umano di specie, non mi è capitato di leggere nulla in merito a coloro che “su comando” eseguono l’abbattimento. Abbattimento e non eutanasia, come veniva sventolato in modo disinvolto dai vertici politici prima che l’Ordine dei Veterinari di Trento ne correggesse l’uso e nel contempo proteggesse la categoria professionale da abusi di potere. Da allora la parola eutanasia, infatti, non è più comparsa nel lessico politico anche se questo non ha modificato l’esito della volontà di uccidere. Il termine eutanasia, probabilmente nella volontà di chi ne faceva uso in modo deliberato, rendeva il messaggio meno violento e più “professionale”, fumo negli occhi. Di fatto sempre di uccisione si tratta, ma in qualche modo la “delega”, tanto più se esercitata da un professionista, sollevava il mandatario da alcune responsabilità essendo il giudizio vincolato al parere sanitario. Un modo indiretto di scaricabarile, una costruzione di matrioske giuridiche in cui si perdono, nel “ridimensionamento” della bambolina, i contorni, ossia le responsabilità.
Perché poi alla fine di questo si tratta: di responsabilità, responsabilità di scelte di vita e di morte. Responsabilità di chi comanda l’azione, e di chi la esegue. Ai giorni nostri vi è una cesura tra chi comanda l’azione e chi la rende operativa così come ben evidenziato dal filosofo, allievo di Heidegger, Hans Jonas in “Tecnica medicina ed etica. Passi del principio di responsabilità”. Vi è un’incapacità di essere sequenziali: ci si limita a comandare, lasciando agli altri il “lavoro sporco”. È facile prendere decisioni quando sono gli altri ad eseguirli. Non mi reputo un esperto d’orsi, pur essendo un medico veterinario, né voglio nascondermi dietro a qualifiche e titoli in possesso, troppo vecchi oramai come i miei anni, e ancor meno celarmi dietro a sigle di associazioni. Ma sono un uomo, e in quanto appartenente a questa specie, rivendico il diritto di parlare dei miei consimili.
Ho conosciuto oltre 40 anni fa il dott. Osvaldo Zecchini capo forestale in quel di Rabbi, nel Parco dello Stelvio, mentre io ero un giovane neolaureato applicato alla ricerca degli ungulati selvatici. Una persona squisita e piena di buon senso oltre che di passione per il proprio lavoro. E poi ancora come non ricordare la sensibilità dell’ispettore Tabarelli conosciuto per via di un cavallo sotto sequestro e affidato momentaneamente presso il Centro Antidroga a Camparta Alta? E da ultimo, storia recente ancora di questa estate, ho avuto l’occasione di incontrare una squadra del Corpo Forestale presente per indagare sull’incursione di alcuni famelici lupi a scapito di un asino di un privato sul Monte Bondone. Tutte persone competenti e di grande sensibilità e passione.
Un modello di vera vita vissuta a contatto con la Natura. Non solo passione ma conoscenza, professionalità e orgoglio del proprio lavoro. Come non ricordare, noi umani, compresi tutti i movimenti pro o contro orso, queste persone e quante ancora che “su comando” eseguiranno compiti non scelti e magari non condivisi? Ci siamo fermati a interrogarci sul gravoso compito di questi uomini che non hanno scelto ma si trovano ad eseguire comandi altrui? Non è forse in sintesi questo che ci indica Hannah Arendt nella “Banalità del male”? Non è forse giunto il momento di avviare una dolorosa riflessione sul rapporto “vita”, “morte” e “pratica”, che poi sono i cardini delle nostre scelte quotidiane?
È possibile creare un movimento d’opinione attorno al “diritto d’obiezione”? Altro non chiedono e vogliono: continuare così come hanno scelto di essere. Da ultimo è circolato, con ampia partecipazione e dibattito pubblico, un docufilm nelle sale del Trentino dal titolo Pericolosamente vicini. Da allora mi chiedo se non fosse il caso di spendere due parole per costoro. I momenti più intensi, più sofferti del filmato erano dedicati alle riprese di queste figure, dei forestali intervistati. La passione, il credere nel proprio lavoro e l’umanità hanno superato qualunque messaggio di protesta urlata. Una lezione civile di etica del vivere quotidiano che si stacca di gran lunga dalle grida di protesta, superando il dissidio di rappresentazione di chi esprime “ morte e dolore” da una parte, e “gioia e libertà” dall’altra.
Forse come società è necessario partire da questi modelli professionali e di umanità e prenderli ad esempio garantendo loro dignità e rispetto delle loro scelte. Questa è la loro sicurezza e la loro pace, la loro coscienza e la loro gioia. Non lasciamoli soli!
dott. Giuseppe Pallante














