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Emergenza Gaza, il pediatra Nicolini in missione sulla nave-ospedale. “Negli occhi dei bambini, il terrore e la riconoscenza”

Una missione umanitaria del Ministero della Difesa e della Marina Militare che si è avvalsa della collaborazione della Fondazione Rava per reclutare medici volontari (pediatri e ginecologi). Per il dottor Nicolini, un'esperienza che si aggiunge alle due di Haiti e a quella a bordo della Mare Nostrum

Di Alissa Claire Collavo - 15 aprile 2024 - 20:37

BELLUNO. Il dottor Giangiacomo Nicolini, medico specializzato in malattie infettive tropicali, dal 2008 è pediatra all'Ospedale San Martino di Belluno.

 

Una professione totalizzante, “un po' diversa dalle altre, che dona umanità e capacità relazionale”, afferma, ricordando come il mestiere di medico sia prima di tutto una scelta e una vocazione.

 

Un servizio e una dedizione che in molti casi possono andare oltre i confini della provincia, fino ad arrivare a Gaza.

 

All'inizio di quest'anno, “per due settimane ho avuto l'opportunità di prestare servizio a bordo della Nave Vulcano – spiega – una nave rifornimento della Marina Militare italiana ormeggiata presso il porto egiziano di Al-Arish”, situato a circa 45 chilometri dal confine con Gaza.

 

Un vero e proprio “ospedale militare su due piani con sale operatorie, radiologia, Tac e dotazioni di ultima generazione, tra le quali ossigeno e gas medicali”, racconta, ricordando come la sua partecipazione alla missione sia stata possibile grazie alla Fondazione Francesca Rava di Milano.

 

La missione umanitaria ha infatti coinvolto numerosi professionisti sanitari “a partire da anestesisti, radiologi e ortopedici”, elenca il dottor Nicolini, spiegando come “la Marina Militare si rivolga alla Fondazione Rava per reclutare figure con determinate competenze come pediatri e ginecologi”.

 

Una pratica già adottata per la Mare Nostrum, missione alla quale ha preso parte nel 2013, dopo le esperienze come medico volontario ad Haiti nel 2010 (in seguito al terremoto) e nel 2011 durante l'epidemia di colera (il primo contatto con la Fondazione Rava, nel 2006 grazie al primario del reparto dove prestava servizio, direttore sanitario di Port-au-Prince).

 

A Gaza, il gruppo di professionisti, “nel mio caso, il team 5 – ricorda – con il compito di accogliere a bordo della nave i bambini feriti dalle esplosioni della guerra che avremmo poi dovuto portare in Italia per le cure”.

 

Due le fasi dell'operazione. “Nella prima, abbiamo imbarcato 30 bambini accompagnati dalle rispettive famiglie o perlomeno da alcuni parenti, per un totale di circa 70 persone”, spiega, ricordando come non solo le ferite ma anche “le problematiche ortopediche siano state causate dallo scoppio di ordigni o dal crollo delle abitazioni”.

 

Nella seconda fase, quella di navigazione, il dottor Nicolini, “unico pediatra a bordo”, aveva il compito di occuparsi della “safety dei pazienti fino allo sbarco al porto di La Spezia” da dove poi i bambini sono stati destinati astrutture ospedaliere specializzate come il Gaslini di Genova, il Meyer di Firenze, il Sant'Orsola di Napoli o ancora il Bambin Gesù a Roma”.

 

“I bambini sono saliti a bordo della nave con il terrore negli occhi – spiega – alcuni di loro erano anche stati rapiti dai soldati israeliani (e poi rilasciati, forse su riscatto o cauzione)”.

 

“Dalle ferite, alcune permanenti, ci siamo resi conto del disastro che sta succedendo”, aggiunge, ricordano la breve ma toccante “missione a terra” volta a “prelevare da Rafah, sul confine della Striscia di Gaza, una bambina con grave immunodeficit”.

 

Un'esperienza, questa di Gaza, nel complesso “estremamente arricchente, dalla forte carica emotiva”, afferma il dottor Nicolini, ricordando la preoccupazione del padre della bambina presa in carico a Rafah.

 

Momenti indelebili ma anche volti ed espressioni difficili da scordare, “come gli occhi dei bambini, prima spaventati poi, dopo qualche giorno, colmi di gioia e riconoscenza nei nostri confronti”.

 

Un racconto umano e appassionato, quello del dottor Nicolini, il quale ribadisce come siano proprio questo tipo di esperienze e il contatto con “persone che ti affidano la propria salute e la propria vita” a ricordare “le motivazioni che portano a svolgere questo mestiere”.

 

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