ChatGpt usato come psicologo: ''Fenomeno frutto di un tempo che trasforma relazioni in prestazioni: può dare 'consigli' ma non è esperienza di ascolto e comprensione"
Sempre più persone, soprattutto giovani, si rivolgono a ChatGpt per chiedere supporto psicologico arrivando addirittura a considerare l'intelligenza artificiale un sostituto della terapia: ad analizzare il fenomeno, valutando rischi e opportunità, è lo psicologo e psicoterapeuta Andrea Squerzanti, tra i referenti di "Navigare a Vista" e attivo da anni in progetti di educazione digitale nelle scuole

TRENTO. Qualcuno si rivolge a lui per chiedere un semplice consiglio, qualcuno per una chiacchierata serale al termine di una giornata complicata, altri addirittura per non sentirsi soli e, magari, parlare delle proprie fragilità. Non parliamo di un amico o di un famigliare, ne tanto meno di qualcuno che può fornire assistenza psicologica professionalmente: parliamo di ChatGpt che, secondo le recenti stime, viene interpellato sempre di più, soprattutto dai giovani, come se fosse un vero psicologo o psicoterapeuta.
Ma quali sono i tratti fondamentali di questo fenomeno e, soprattutto, i suoi impatti sull'ambiti dell'assistenza psicologica? A cercare di cifrare la questione, intervistato da il Dolomiti, è lo psicologo e psicoterapeuta Andrea Squerzanti: attivo da anni in progetti di educazione digitale nelle scuole, è inoltre referente per la scuola primaria del progetto "Navigare a Vista" che si occupa di ricerca, formazione e pratica clinica, con particolare interesse verso le problematiche Internet-correlate.
"L'utilizzo di Chat Gpt per la ricerca di supporto psicologico - inizia a spiegare Squerzanti - credo sia un fenomeno per certi versi figlio del nostro tempo che tende a trasformare le relazioni in prestazioni, quasi come se l'altro diventasse un giudice: ChatGpt invece apre scenari che si conciliano con il paradigma della comodità, questo per le sue risposte immediate, ottenibili quando si vuole, gratuitamente e comodamente da casa".
Secondo stime recenti almeno un giovane su cinque della Generazione Z ha utilizzato almeno una volta l’IA come sostituto della terapia. Fatto che, osserva Squerzanti, implica alcune criticità. "I chatbot possono rivelarsi degli ottimi strumenti di ricerca o approfondimento - osserva - e possono suggerirci tecniche per fronteggiare ansia o stress, ma questo è ben diverso dal chiedere di produrre un'esperienza di ascolto, comprensione e rispecchiamento".
Dottor Squerzanti, molti giovani si confidano sempre più con ChatGpt per parlare di ansia, stress o difficoltà psicologiche in generale. Da psicologo, come interpreta questo fenomeno?
Ritengo che l'utilizzo di ChatGpt come confidente e/o come psicologo sia un fenomeno per molti aspetti figlio del nostro tempo. Dal mio punto di vista, il fatto che un numero crescente di persone scelga di non condividere con un'altra persona quello che sente o pensa è lo specchio della cornice culturale contemporanea, che tende a trasformare anche le relazioni in prestazioni: se l'altro, ai miei occhi, prende le sembianze di giudice, qualcuno che ha il potere di decidere in merito al mio valore e alla mia adeguatezza, difficilmente vivrò le relazioni come un'esperienza positiva e arricchente, e la relazione terapeutica non fa eccezioni. Allo stesso tempo, l'intelligenza artificiale apre scenari che ben si conciliano con il “paradigma della comodità” che sempre più pervade la nostra epoca, per cui la possibilità di ricevere risposte immediate, quando lo si desidera, gratuitamente o quasi e comodamente da casa, ritengo sia un aspetto da non sottovalutare.
ChatGPT viene percepito come sempre disponibile, non giudicante e “amico” appunto: un impianto di pensiero che, verrebbe da dire, mette in crisi il piano delle relazioni reali.
Ritengo che le relazioni umane siano inevitabilmente frustranti, dal momento che ci mettono davanti al fatto che l'altro non è a nostra disposizione e che può avere un punto di vista anche molto diverso rispetto al nostro. Viceversa, un'esperienza relazionale con una “persona” seppur artificiale sempre disponibile, non giudicante e “amica” sembrerebbe ridurre l'esperienza di frustrazione al minimo. Un altro aspetto importante della nostra epoca consiste, a mio avviso, nella difficoltà a stare nella frustrazione: dal cibo ai vestiti, dalla musica alle informazioni, cerchiamo risposte veloci, semplici, comode: l'attesa ci snerva, ci sentiamo presi in giro se dobbiamo aspettare, ci siamo abituati a credere che tutto sia li per noi, al nostro servizio. Credo pertanto che parlare con un'intelligenza artificiale sia rassicurante nella misura in cui non ci obbliga a mettere in discussione il nostro punto di vista, a “scomodarci”.
In modo molto diretto: può a suo avviso uno strumento come ChatGpt offrire un supporto psicologico efficace?
Sono convinto che ogni sofferenza umana sia strettamente legata al mondo delle relazioni, così come sono convinto che nel mondo delle relazioni risieda anche la “cura”: è proprio nella possibilità di fare esperienze relazionali altre, diverse da quelle che hanno generato la sofferenza stessa, che risiede la potenza della psicoterapia. Da ciò ne deriva che se utilizziamo un chatbot per sostituire una relazione, come ad esempio quella terapeutica, stiamo solo spostando il problema. Con ciò non intendo dire che l'utilizzo di queste tecnologie sia in assoluto inutile o dannoso, anzi: i chatbot possono rivelarsi degli ottimi strumenti di ricerca o approfondimento. Non ho dubbi che possano, ad esempio, suggerirci utili tecniche per fronteggiare ansia o stress, ma chiedere di suggerirci una strategia o una tecnica è ben diverso dal chiedere di “produrre” un'esperienza di ascolto, comprensione e rispecchiamento. Penso quindi che l'intelligenza artificiale in ambito psicologico possa rivelarsi utile se usata in modo “tecnico” - quindi ad esempio come strumento di ricerca, di approfondimento o anche di simulazione “consapevole” di una conversazione - ma non come sostituto di una relazione.
Cambiando punto di vista, può esserci un uso positivo dell’intelligenza artificiale in terapia, ad esempio come supporto o complemento al percorso con un professionista?
Ritengo che molti strumenti possano essere utilizzati utilmente in psicoterapia, purché il loro impiego risponda ad una precisa ipotesi terapeutica: alcuni colleghi utilizzano le carte Dixit (un gioco da tavolo, ndr) per esplorare insieme al paziente alcune tematiche, altri impiegano la realtà virtuale per aiutare il paziente a superare una fobia, ad esempio la claustrofobia, facendogli vivere virtualmente situazioni per lui spaventose (ad esempio una stanza molto piccola) in maniera sicura e controllata. L'intelligenza artificiale, da questo punto di vista, offre grandi potenzialità: immagino ad esempio la possibilità che il paziente possa simulare un dialogo con una persona per lui significativa, o con una tipologia di persone che lo mette in difficoltà; il punto fondamentale è che abbia una precisa collocazione all'interno del progetto terapeutico, che il suo utilizzo abbia cioè un senso all'interno di una cornice più ampia gestita e supervisionata dal terapeuta.
Torniamo al punto di partenza. Cosa si perde, dal punto di vista emotivo e relazionale, quando il dialogo avviene solo con una “macchina”?
Credo che questo sia un punto fondamentale: quello con una macchina non mi sentirei di definirlo un dialogo, almeno per come lo intendo io, cioè uno scambio verbale tra persone che inevitabilmente hanno prospettive differenti, anche se in minima parte. Una caratteristica importante dei chatbot come ChatGPT è la tendenza ad assecondare l'utente e, naturalmente, più informazioni ottengono sull'utente stesso - quindi più vengono utilizzati - più diventeranno bravi nel farlo. Ciò risponde, in larga parte, ad una questione di “economia dell'attenzione”, per cui l'obiettivo del chatbot è tenere l'utente connesso il più a lungo possibile ed è più facile che ciò avvenga se l'utente si sente ascoltato e rinforzato rispetto al suo punto di vista. Parlare con una persona che mi ascolta e mi da sempre ragione può essere un'esperienza importante in termini di supporto, soprattutto in momenti di particolare difficoltà, ma non mi aiuterà a crescere o ad affrontare le cose in maniera differente. Ritengo che un aspetto essenziale del lavoro terapeutico sia quello di accogliere e comprendere la persona, rimandandole però allo stesso tempo una prospettiva differente, che la aiuti a vedere le cose da un punto di vista diverso, ad aprirsi nuovi scenari.
Alla luce di tutte queste riflessioni, quale pensa sia il rischio più grave connesso a questa “intromissione” dell'intelligenza artificiale nell'ambito dell'assistenza psicologica?
Credo che il pericolo principale risieda nel credere che l'obiettivo del chatbot sia quello di aiutarci a stare meglio mentre, come abbiamo visto, il suo obiettivo e di farci rimanere connessi il più a lungo possibile.













