Il Museo naturalistico di Belluno arriva a New York. Lo studioso Lasen: “Un notevole passo avanti. Erbari utili per studiare i cambiamenti ambientali”
Il Museo naturalistico del Parco nazionale Dolomiti bellunesi è entrato nell’Index herbariorum, sito web gestito dal New York Botanical Garden che consente l’accesso ai dati di 3.864 erbari, con 400 milioni di campioni botanici essiccati. La collezione principale è di Cesare Lasen, che spiega a Il Dolomiti perché conservare le piante sia essenziale per valutare gli effetti del cambiamento climatico

BELLUNO. Il Museo naturalistico del Parco nazionale Dolomiti bellunesi arriva sulla scena internazionale entrando nell’Index herbariorum, sito web gestito dal New York Botanical Garden nel quale sono conservati gli erbari più importanti del mondo. “La prima finalità di un erbario è la ricerca scientifica. Il Parco sta anche costruendo un erbario didattico, con reperti meno delicati, per favorire la divulgazione nelle scuole senza dover intaccare i reperti originali, che possono però essere concessi a enti e ricercatori. In tal senso, quindi, essere inseriti in un contesto internazionale amplia la possibilità di scambi e culturalmente rappresenta un notevole passo avanti” commenta a Il Dolomiti Cesare Lasen, studioso di botanica, conservazione della natura ed ecologia applicata, al quale appartiene l’erbario più numeroso.
L’Index herbarium consente oggi a studiosi e appassionati un rapido accesso ai dati di 3.864 erbari, con 400 milioni di campioni botanici essiccati. Vi sono elencate le istituzioni (università, orti botanici, musei) che custodiscono gli erbari e indicazioni sulle collezioni, i loro autori e i contatti dei rispettivi referenti. Tra di esse, il Museo naturalistico Dolomiti bellunesi custodisce circa 26.500 reperti, frutto di raccolte condotte da illustri botanici bellunesi, con la principale (circa 20 mila fogli) frutto degli studi di Lasen, che l’ha donata a Fondazione Cariverona la quale a sua volta l’ha ceduta in comodato al Parco per garantirne la conservazione e la valorizzazione.
“Un erbario è una collezione preziosa - spiega Lasen - che consente di valutare nel tempo i cambiamenti di tipo ambientale, ad esempio habitat che oggi sono spariti o sono in via di depauperamento, e questo ha già di per sé un valore intrinseco. Le collezioni possono poi essere in parte fruite, facendo attenzione a porre una certa cura e manutenzione.
Riguardo la mia raccolta, i primi reperti risalgono all’inizio degli anni Settanta, dunque coprono un arco temporale di circa 50 anni. Ovviamente la presenza o assenza di una pianta non è l’unico elemento decisivo per la ricerca, ma se associato ad altre evidenze, come fotografie e relazioni scritte, contribuisce a studiare come sta cambiando il nostro ambiente. Inoltre, ho costruito l’erbario raccogliendo soprattutto generi critici, dei quali c’è la necessità di studiare meglio la distribuzione e che non tutti conoscono. Mi sono quindi concentrato sui generi di cui ritenevo fosse importante avere campioni in abbondanza per scopi scientifici”.
Oltre all’erbario di Lasen, ci sono anche due importanti collezioni storiche: la raccolta di Alessandro Francesco Sandi, della prima metà dell’Ottocento, e quella di Francesco Caldart, realizzata a metà del Novecento. Sono vere e proprie capsule del tempo, archivi di campioni essiccati che permettono di mappare i cambiamenti della biodiversità vegetale negli anni e attraverso i secoli.
“I due terzi circa dei reperti sono bellunesi - conclude Lasen - ma la raccolta riguarda anche Province limitrofe e, in alcuni casi, altre Regioni o Stati. Ci sono ad esempio piante raccolte in Spagna, Albania, Piemonte o Sardegna: questo ci consente di valutare l’ambito di variabilità di una specie, perché un conto è quello che troviamo scritto nelle chiavi analitiche per il riconoscimento e la determinazione, un conto l’esperienza pratica diretta, che non è mai sufficiente. È un po’ come per i farmaci, che sappiamo come, statisticamente, possano dare effetti diversi tra un organismo e l'altro: allo stesso modo, non è detto che in diversi ambiti territoriali la stessa specie di pianta non presenti qualche differenza. Non conosciamo quindi mai abbastanza la variabilità e i confronti tra territori, anche a livello internazionale, diventano in tal senso fondamentali”.












