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Trento
17 settembre | 06:00

"Il sistema ha smarrito la sua missione", il dramma di un 20enne espulso dalla comunità e lasciato a dormire in starda. Samaden: "Serve un cambiamento profondo”

Il caso di un ragazzo di 20 anni ha riportato l'attenzione su un sistema fermo da tempo. Una falla che dimostra quanto serva oggi, in maniera urgente, uno scatto in avanti. “Oggi – dice Paola Meina, direttrice dell'Associazione Famiglie Tossicodipendenti – mi chiedo: siamo ancora legati allo stigma della tossicodipendenza come vizio da punire o da curare?”

"Il sistema ha smarrito la sua missione", il dramma di un 20enne espulso dalla comunità e lasciato a dormire in starda

TRENTO. A 20 anni con una vita già segnata da fragilità profonde. Espulso da una comunità terapeutica, senza alternative né sostegno, è stato costretto a dormire diverse notti all'addiaccio vicino al cimitero di Rovereto, in solitudine, fino a sentirsi male e finire ricoverato in ospedale.

 

Una vicenda che racconta, meglio di qualsiasi numero, le falle di un sistema che rischia di non riuscire più a garantire la cura a chi combatte la doppia battaglia contro tossicodipendenza e i disturbi psichiatrici.

 

“Non è la prima volta che accadono situazioni del genere” hanno spiegato a il Dolomiti alcuni volontari che quotidianamente cercano di aiutare chi prova a rialzarsi dopo essere caduto nella voragine della droga. Persone che sempre più si trovano a sopravvivere in un sistema che appare più orientato a gestire l’emergenza che a costruire percorsi efficaci.

 

“Le comunità, per sopravvivere, si trovano in un sistema perverso che ha perso la chiarezza delle finalità vere e tutto viene così gestito in maniera emergenziale, mettendo in campo azioni e programmazioni che poco hanno a che fare con l'efficacia” ci spiega Federico Samaden, esperto del settore e incaricato nel 2019 dalla Giunta provinciale di studiare il problema della tossicodipendenza.

 

La vicenda di questo ragazzo 20enne, che chiameremo Luca (nome inventato per motivi di privacy), è successa ad agosto. Luca era entrato in comunità per affrontare grossi problemi di droga uniti ad altri psichici che erano sorti con il tempo. “Purtroppo, un giorno, lo scontro verbale avvenuto con alcuni operatori – ci spiegano i volontari delle associazioni – ha portato il 20enne ad essere espulso dalla comunità, finendo in strada”.

 

Una situazione che ha interrotto bruscamente il percorso di uscita dalla tossicodipendenza che Luca aveva avviato e che lo ha portato nuovamente nel baratro. Da solo, senza nessuno che potesse aiutarlo, ha dormito per diversi giorni vicino al cimitero di Rovereto. Poi una crisi lo ha portato ad essere ricoverato in ospedale.

 

Una falla che dimostra quanto serva oggi, in maniera urgente, uno scatto in avanti di un sistema ormai cristallizzato da anni. “Oggi – dice Paola Meina, direttrice dell'Associazione Famiglie Tossicodipendenti – mi chiedo: siamo ancora legati allo stigma della tossicodipendenza come vizio da punire o da curare?”

 

E la questione non è per nulla semplice. In Trentino le strutture ci sono, ma non sempre riescono a rispondere alle esigenze delle persone. “Il modello è ormai vecchio, serve una vera evoluzione. Bisogna ragionare sul sistema e la prima considerazione è che lo scenario che ci troviamo davanti è profondamente cambiato” spiega ancora Samaden.

 

Il marketing della droga ha sviluppato una potenza di fuoco enorme negli ultimi anni, creando un mercato adatto a tutte le tasche, con la creazione di nuove sostanze talmente veloce che anche la legge fatica a stare dietro. L'abbassamento dell'età per chi usa le droghe è continuo e tutto questo ha reso il quadro complesso, più debole sul fronte di chi contrasta queste sostanze. “La forza educante è andata ai minimi storici e ci troviamo con problemi sempre più complessi” continua l'esperto.

 

“In questo scenario le comunità devono saper stare assieme agli altri attori. Oggi la prevenzione viene fatta, ma molto con un  approccio prettamente sanitario. Bisognerebbe, invece, usare di più un linguaggio pedagogico”.
E se le comunità terapeutiche devono evolversi, questo percorso deve essere fatto anche per il Serd. “Io parlo del quadro trentino – spiega Samaden – e da questo punto di vista il servizio che abbiamo è inadeguato. Un solo Serd non è in grado di affrontare le problematicità che abbiamo davanti oggi. Il modello lombardo, che prevede i Serd privati fatti da chi lavora sul campo, è molto più efficace: i tempi di attesa sono più brevi e si usa un approccio non burocratico, istituzionale o amministrativo. Adottare un sistema simile in Trentino significherebbe potenziare enormemente il sistema e porterebbe il Serd pubblico a stare in un mercato competitivo, a ragionare sulla propria competenza ed efficacia, cosa che oggi non avviene perché si autocertificano”.

Problemi, questi, che si ricollegano alla situazione che stanno vivendo le comunità terapeutiche.

 

“Gli adolescenti devono rivolgersi allo stesso Serd degli adulti – spiega Samaden – e questo è sbagliato. Servono percorsi ad hoc chiari fin dall'inizio e che poi proseguano nelle comunità terapeutiche. Oggi, invece, in queste ultime si trova un mescolamento di persone e di esigenze”.

 

Ed è da qui che si deve partire per cambiare un sistema che oggi fatica a rispondere alle nuove esigenze. “Le comunità sono diventate iper burocratizzate, sono gestite dalla sanità e non dall'educazione, quando invece tutto il ragionamento deve partire proprio da quest'ultimo aspetto. Il rischio è che questi luoghi diventino sempre più delle paludi per i nostri ragazzi”.

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