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Trento
27 agosto | 20:20

''Trovarsi di fronte alla morte, addirittura al cadavere di un conoscente è un vissuto che va elaborato''. Ansia, stress e incubi: anche i soccorritori chiedono aiuto (sempre di più)

Ansia, stress, fatica fisica e un (enorme) carico emotivo: aumentano le richieste di 'debriefing' dei soccorritori, che chiedono di poter ricevere supporto psicologico (di gruppo). L'esperto: "Trovarsi davanti al cadavere di un conoscente o a degli amici in difficoltà è un vissuto che va ricostruito, affrontato ed elaborato. Si è detto 'basta' allo stereotipo del soccorritore forte e tutto d'un pezzo: oggi lo si riconosce, finalmente, umano e fragile come chiunque altro"

Trovarsi di fronte alla morte, addirittura al cadavere di un conoscente è un vissuto che va elaborato''

TRENTO. Quando un soccorritore si toglie la divisa, di rientro da un intervento, deve spogliarsi di molte cose. Non soltanto degli abiti, ma anche dei pensieri, delle emozioni provate. Farlo, però, non è sempre semplice ed è per questo che da qualche anno gli psicologi dell'emergenza si mettono a disposizione, tendendo la propria mano a tecnici del Soccorso alpino e vigili del fuoco (ma non solo). 

 

"Abbiamo un rapporto stretto in particolare con i vigili del fuoco, ma lavoriamo anche con il Soccorso alpino - esordisce lo psicologo e psicoterapeuta Diego Coelli, che dal 2009 fa parte dell'organizzazione Psicologi per i Popoli - Trentino Odv -. L'associazione è fatta di volontari, psicologi e psicoterapeuti formati e regolarmente iscritti all'Ordine che intervengono, su richiesta del 112, sia nel caso di grandi emergenze (come terremoti o incendi) che nel caso di emergenze locali: casi di cronaca nera, persone scomparse o disperse, incidenti in montagna o stradali, suicidi, femminicidi e in molte altre situazioni. Andiamo sul posto per supportare le famiglie delle persone coinvolte, ma siamo a disposizione anche dei soccorritori".

 

Non sempre, infatti, per chi interviene si tratta di interventi "semplici" da affrontare fra stress ed emozioni (alle volte terribili), un carico che può (potenzialmente) farsi insostenibile: "Può accadere - prosegue Coelli - che i vigili del fuoco o altri soccorritori si ritrovino a vivere un intervento particolarmente oneroso dal punto di vista psicologico, come nel caso di un incidente in cui è coinvolta una persona che si conosce. Quando un comandante dei vigili del fuoco si accorge che i suoi uomini sono provati ci chiama e noi interveniamo facendo un Debriefing psicologico, un incontro con la squadra di soccorritori (al massimo 15 ndr) alla presenza di due psicologi (detti 'debriefer') per elaborare quanto accaduto e mettere a fuoco emozioni e sensazioni provate e i pensieri avuti in intervento". 

 

Ci si trova la sera per circa 1 ora e mezza guidati da semplici (ma cruciali) regole: "Chi partecipa non deve essere operativo e deve restare fino alla fine, non si deve essere disturbati - sottolinea l'esperto -. Si crea un clima di condivisione e si parte da una ricostruzione cronologica dei fatti, che è di fondamentale importanza. Spesso le esperienze drammatiche comportano buchi nella memoriamettere in ordine gli accadimenti aiuta ad elaborare l'accaduto. Capita non di rado (non a caso) che soccorritori intervenuti sullo stesso senario ricostruiscano in maniera diversa la vicenda, ad esempio cambiando l'ordine degli avvenimenti: è una falla della memoria frutto delle emozioni".

 

Una volta "riorganizzato" quanto successo si passa al sentire personale: "Chiediamo anzitutto che pensieri hanno avuto e poi quali emozioni: va fatto uno sforzo per distinguere gli uni dalle altre, ma è importante che venga fatto". Tutto questo, detto "debriefing", va fatto idealmente entro 48 ore dall'intervento, o comunque non oltre una settimana dopo.

 

"Trovarsi insieme in una stanza, guidati dagli psicologi, aiuta sotto diversi punti di vista - spiega ancora -. L'80% delle persone che partecipa ai debriefing parla, ma può succedere che qualcuno non se la senta: in quel caso può aiutare ascoltare gli altri, che magari raccontano di avere vissuto delle emozioni molto simili alle proprie e ciò fa sentire meno soli e tranquillizza". Gli psicologi chiedono poi ai soccorritori se hanno avuto sintomi: "Inappetenza, insonnia, incubi e condizione di ipervigilanza possono essere normali dopo un vissuto drammatico, ma se durano oltre un mese è necessario affidarsi ad un professionista".

 

Negli ultimi anni, conferma lo psicoterapeuta, c'è stato un aumento delle richieste di debriefing e ciò "perché si è diffusa una cultura della tutela psicologica dei soccorritori: mentre fino ad una decina di anni fa il soccorritore si presentava come uomo forte, determinato e tutto d'un pezzo ma non incline a difficoltà psicologiche, oggi si è capito che anche 'lui' è esposto emotivamente e va supportato. Subire situazioni che provano psicologicamente e alla lunga logorano è una condizione che va affrontata con strumenti adeguati perché può essere molto pericoloso". 

 

Non a caso, oltre al supporto post intervento, da diversi anni a questa parte esiste una preparazione preventiva fatta in particolare da istruttori e tecnici del Soccorso alpino e speleologico alla Scuola nazionale, come conferma il direttore della realtà Roberto Misseroni: "Lavoriamo insieme agli psicologi del Soccorso alpino, proponendo un percorso di formazione che integra preparazione fisica e psicologica".

 

In particolare negli ultimi 10 anni all’interno del Soccorso alpino è cresciuta sempre di più "la consapevolezza dell’importanza degli aspetti non tecnici nella gestione degli interventi - fa sapere Misseroni -. L’analisi delle problematiche e dei bisogni operativi e gestionali emersi nei vari servizi regionali e provinciali del Cnsas, ha permesso di individuare criticità legate a fattori relazionali, emotivi, comunicativi e cognitivi che si sono manifestati durante le operazioni di soccorso e, in alcuni casi, hanno avuto effetti negativi sui soccorritori presenti".

 

Per questo, si è deciso di lavorare insieme agli psicologi preparando i futuri soccorritori a quanto li potrebbe attendere: "Queste criticità - prosegue infatti - oltre a compromettere l’efficacia delle operazioni, hanno influenzato spesso negativamente le relazioni tra i componenti della squadra".

 

C'è chi si è ritrovato dinanzi a persone conosciute e non è riuscito a portare a compimento al meglio l'operazione, o ancora chi ha avuto 'strascichi9 non semplici da elaborare: "Era accaduto - riporta facendo un esempio - che un tecnico di elisoccorso aveva scoperto, giunto sul luogo dell'intervento, che le persone in difficoltà erano dei suoi amiciSi è legato male alla corda, per la fretta di trarli in salvo, ed è precipitato. Oltre ai problemi fisici, ha avuto delle importanti conseguenze a livello psicologico: è stato necessario accompagnarlo in un lungo percorso per rimetterlo in sesto. Oggi, fortunatamente, è tornato operativo". 

 

La consapevolezza del bisogno di non lasciare indietro la componente psicologica ha condotto alla nascita di una "sperimentazione strutturata che è cresciuta nell’arco di 10 anni con lo scopo di implementare le competenze all’interno del Soccorso", sottolinea il direttore della Scuola nazionale tecnici del Soccorso alpino.

 

Il progetto, tutt'ora in atto, "coinvolge gli Istruttori della Scuola Nazionale Tecnici, della Scuola Nazionale Forre e della Scuola Nazionale Unità Cinofile che collaborano attivamente con professionisti psicologi con una formazione nel campo della psicologia in emergenza ma anche con un’esperienza operativa nell'ambito del soccorso e, di conseguenza, in grado di operare nei diversi contesti operativi (parliamo quindi di psicologi che oltre ad essere specialisti sono anche soccorritori  ndr).  

 

"Il grande lavoro svolto in questi anni - conclude Misseroni - ha permesso di formalizzare il modello teorico di riferimento e di strutturare una metodologia standardizzata che ad oggi possiamo ritenere matura, ma soprattutto efficace. Competenze tecniche, preparazione fisica e psiche devono andare di pari passo". 

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