Dai trasporti all’edilizia scolastica, parlano gli studenti: “Non possiamo studiare al freddo e in scuole che cadono. Vogliamo essere ascoltati"
Il Dolomiti ha incontrato alcuni membri della Rete degli studenti medi Belluno-Feltre per farsi spiegare com’è la situazione in provincia, nonostante non manchi la consapevolezza che l’indebolimento del sistema scolastico e del futuro dei giovani è un problema ormai internazionale

BELLUNO. “Nonostante noi continuiamo a parlarne, c’è poca voglia di risolvere i problemi. Abbiamo incontrato la Provincia e siamo stati in Consiglio regionale, ma è difficile essere davvero ascoltati. Spesso ci dicono che ci lamentiamo e basta, ma quando portiamo proposte nelle sedi istituzionali, dai Comuni al Ministero, i problemi non vengono risolti. Perciò resta la piazza: è bello vedere che la comunità studentesca riesce a unirsi, ma non dovremmo protestare per chiedere le cose più basilari come trasporti per andare a scuola o non avere finestre che ci cadono addosso”.
Trasporti, edilizia scolastica, educazione sessuale e affettiva, qualità dell’insegnamento, diritto allo studio: c’è tutto nelle parole degli studenti in vista dello sciopero nazionale del 20 novembre. Ci sono frustrazione, delusione, rabbia, ma non rassegnazione. Sono stanchi di non essere considerati e sentirsi chiamare nullafacenti. “Abbiamo letto i commenti sulle nostre manifestazioni - proseguono - e molti dicono che dobbiamo andare a studiare e lavorare. Fa quasi ridere perché noi vogliamo studiare, ma non lo possiamo fare al freddo, in strutture che cadono o senza nemmeno la certezza di arrivarci perché la corriera non c’è”.
Il Dolomiti ha incontrato alcuni membri della Rete degli studenti medi Belluno-Feltre per farsi spiegare com’è la situazione in provincia, nonostante non manchi la consapevolezza che l’indebolimento del sistema scolastico e del futuro dei giovani è un problema ormai internazionale.
Partiamo allora dai trasporti: un problema sul quale ci sono già state sollecitazioni da una parte della politica e dai sindacati per un trasporto pubblico locale (tpl) a misura dei residenti, eppure poco è cambiato. “Abbiamo fatto un tavolo con Dolomiti Bus - raccontano - per esporre i nostri disagi, ma non ci sono state risposte concrete. I problemi riguardano soprattutto le linee extraurbane: poche corse e mai la garanzia che non rimarrai a piedi. Oltre al tema navette, sempre strapiene con conseguenti problemi di sicurezza”. Una ragazza si è addirittura trasferita da Vodo di Cadore a Belluno anche per questo. “Sia io che mio fratello - nota - rientravamo tardi la sera a causa delle coincidenze, che spesso non si riusciva neanche a prendere. In più capita che le corriere nemmeno si fermino da quanta gente c’è già a bordo”.
Altro nodo l’edilizia scolastica. “Le strutture sono in difficoltà - proseguono - da più punti di vista. Tanti ragazzi segnalano le pessime condizioni dei bagni o il fatto che piove dentro aule e palestre. In più mancano spesso riscaldamento e condizionamento e si fatica a studiare, con finestre rotte e infissi da cui entra il freddo. Per questo ci mobilitiamo in caso di ondate di caldo o con l’arrivo dell’inverno: nelle scuole si vive male”. I ragazzi ci fanno esempi concreti: al Brustolon, lo scorso anno, hanno scioperato due volte per riavere il bagno per le donne, mentre al Segato è caduta una finestra in una classe vuota. “Ma se ci fosse stato qualcuno - notano - se la sarebbe ritrovata addosso”.
In questo gli insegnanti sono percepiti spesso come distanti. “Si limitano a spiegare e fare le verifiche - affermano - e per loro siamo a posto così. È dovuto anche alla mancanza di fondi: fanno un lavoro fondamentale, ma sono pagati una miseria e giustamente è frustrante per loro. Con più investimenti potrebbero avere corsi di formazione per rinnovare la didattica, ma se ne mancano per tenere in piedi le scuole come pretendere ce ne siano per stipendi dignitosi?”.
A ciò si aggiunge il caro libri e materiali scolastici. Una studentessa di moda accenna a 200 euro di libri più altri 200 di materiali di sartoria e così vale in generale per istituti tecnici e licei artistici. “Anche perché se prendi strumenti sottomarca non va bene - aggiungono - e a volte addirittura compriamo libri e attrezzature che non usiamo, perché magari il docente poi usa il web per le lezioni”. All’opposto di quelli che si ostinano a non voler semplificare vita e portafoglio dei ragazzi sfruttando la tecnologia: impossibile, dicono, un unico tablet al posto di decine di volumi perché “pensano che lo usiamo solo per cazzeggiare sui social”.
Infine, ma non meno importante, l’educazione affettiva. “Giusto ieri - racconta un ragazzo - la mia classe ha visto ‘Se domani non torno’ con un dibattito con Gino Cecchettin e oggi ne abbiamo parlato a scuola, ma su 16 studenti sono intervenuti in quattro. Non è possibile che gli altri non abbiano nulla da dire: molti vivono dubbi cui invece si dovrebbe dare voce”.
La risposta alla nostra domanda se ci sia davvero un’esigenza in tal senso è infatti un coro convinto di sì. “C’è una forte mancanza - concludono - di un programma strutturato. La scuola dovrebbe formare cittadini, dovremmo parlare di sessualità e consenso, non si può lasciare che sia la sola famiglia a farlo perché non è detto che accada. Sono temi su cui prevale la vergogna a chiedere, al punto che ti senti fuori luogo se pretendi un’educazione mirata”.
Tutto questo finirà in piazza il 20 novembre: non un punto di partenza, “perché non ci siamo mai fermati”, ma un modo per alimentare la speranza che le cose inizino a cambiare davvero. Prima o poi.














