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Trento
14 aprile | 15:39

Il Cpr è ‘disumano’, l'allarme dei professionisti della salute mentale sulla struttura che sorgerà a Trento: "Aumenterà la sofferenza psichica e psichiatrica"

Il gruppo di professionisti della salute mentale che lavorano ogni giorno con il disagio psichico e sociale sottolineano come i Centri di Permanenza per il Rimpatrio non gestiscono un problema ma lo aggravano. L'appello: "Chiediamo che non venga attuata la costruzione del Cpr a Trento, poiché non potrà che portare ad un aumento delle problematiche da affrontare che avranno pesanti ricadute sul sistema sanitario, della salute mentale e sociale"

TRENTO. Lo dicono senza ambiguità, senza mezzi termini. Costruire un Cpr a Trento è “disumano”. A sostenerlo è un gruppo di professionisti della Salute Mentale che hanno deciso di scrivere una lettera aperta per chiede che non si apra un Centro di permanenza per i rimpatri in città. 

 

Il gruppo di professionisti della salute mentale che lavorano ogni giorno con il disagio psichico e sociale sottolineano come i Centri di Permanenza per il Rimpatrio non gestiscono un problema ma lo aggravano. 

 

“Come operatori della Salute Mentale riteniamo 'disumano' formare dei centri di detenzione di questo tipo che innalzano inevitabilmente la sofferenza psichica/psichiatrica delle persone, persone che nella maggior parte delle situazioni hanno già un percorso di vita complesso segnato da molteplici traumi”. 

 

Si esprime preoccupazione per la qualità delle eventuali cure che si dovrebbero erogare, trovandosi  in contesti di questo tipo. “La salute mentale – viene spiegato -  si basa su una cura bio-psico-sociale, la cui dispensazione del farmaco, rappresenta solo una piccola parte e non produce effetti curativi alla persona se non affiancata ad interventi di rete e tutela dei diritti dei pazienti (in primis il diritto di cittadinanza!)”.

 

L'appello finale è chiaro. “Chiediamo che non venga attuata la costruzione del Cpr a Trento, poiché non potrà che portare ad un aumento delle problematiche da affrontare che avranno pesanti ricadute sul sistema sanitario, della salute mentale e sociale”.

 

QUI LA LETTERA COMPLETA

I CPR sono stati introdotti nel 1995 con decreto legge Dini( DL 18 novembre 1995, n.489) e poi ufficialmente istituiti nel 1998 per mezzo della legge Turco-Napolitano(L. 6 marzo 1998,n.40) (CPT: centri permanenza temporanea). Con l’introduzione della legge Bossi -Fini (L.189/2002)sono stati rinominati CIE(centri di identificazione ed espulsione) e nel 2017 con la legge Minniti-Orlando(L.13 aprile 2017,n.46- Conversione in legge, con modificazioni del DL 17 febbraio 2017,n.13) si è arrivati alla definizione attuale.
Ad oggi i CPR sono strutture di detenzione amministrativa, destinate cioè a persone che non hanno commesso un reato penale, ma un illecito amministrativo: stranieri sprovvisti di documenti di soggiorno validi in attesa di rimpatrio. In Italia ci sono 10 CPR attivi (Milano, Bari, Brindisi, Roma...) con una capienza totale di 1300 posti sul suolo nazionale. Ulteriori 144 posti afferiscono al CPR in Albania (Gjader).

I posti presenti coprono abbondantemente il fabbisogno ipotizzato. Tanto che ad agosto 2025 sui 144 posti totali ne erano occupati solo 27. Il tempo massimo di permanenza nel centro è di 18 mesi e spesso le persone ivi allocate sono trattenute senza una definita progettualità talvolta senza il rispetto dei diritti delle persone, poiché il rimpatrio non risulta effettuabile a causa della mancata collaborazione e dell’assenza di accordi bilaterali con i paese di provenienza. A riprova di quanto sopra si segnala che nel CPR di Ponte Galeria (Roma) con capienza di 125 posti (120 sezione maschile e 5 sezione femminile) sono stati ospitati nel 2024, 76 persone. Dalla visita ispettiva effettuata dall’Onorevole Rachele Scarpa e dall’avvocato Martina Ciardullo nel maggio 2025 emergono “gravi criticità sotto il profilo delle condizioni detentive, della qualità dei servizi alla persona e del rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri trattenuti”. In questo centro è stata definita allarmante la situazione relativa alle condizioni di salute e salute mentale dei trattenuti: in una registrazione trimestrale (febbraio-maggio 2025) sono stati riportati 66 eventi critici di cui 44 atti suicidari (tentativi di impiccagione, ustioni auto procurate, lesioni autoinflitte, ingestione di corpi estranei...) e altri di natura non anticonservativa (agitazione psicomotoria intensa con necessità di sedazione, alterazioni comportamentali con eteroaggressività...).

Spesso è il servizio sanitario nazionale, attraverso protocolli d'intesa tra Prefettura e Dipartimento di Salute Mentale, che valuta e monitora il disagio mentale e l’idoneità al trattenimento. Il presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS (specializzato nell’analisi socio-statistica dei fenomeni migratori) ha definito i CPR “come luoghi di tortura legalizzata, dove violenze, tentativi di suicidio (e suicidi riusciti), atti di autolesionismo, abuso di psicofarmaci, fratture autoprocurate e cucitura delle labbra avvengono ogni giorno nel nascosto di una detenzione obbligata.”

La SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) ha chiesto immediata chiusura dei CPR in quanto realtà patogena per i migranti, di cui vengono violati i diritti fondamentali (art.32 della Costituzione) e mettono a rischio la salute e la vita. La stessa società ha fatto appello alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri perché nessun professionista della salute possa fornire e tantomeno essere costretto a fornire le proprie prestazioni professionali in tali luoghi per permetterne l’operatività (es: tramite la sottoscrizione di valutazione di idoneità alla reclusione nei CPR, richieste dalle autorità di Polizia). La FNOMCeO ha in data 27/06/2025 accolto tale appello. Ad ottobre 2025 la Sentenza del Consiglio di Stato ha annullato parzialmente lo schema di capitolato dei CPR per standard sanitari inadeguati, imponendo al Ministero dell’Interno di introdurre modifiche significative in materia di tutela della salute e di prevenzione del rischio suicidario all’interno delle strutture. Ad ottobre 2025 è stato firmato anche il protocollo di intesa tra Provincia Autonoma di Trento e Ministero dell’interno per la costruzione di un CPR A Trento.

 

Come operatori della Salute Mentale riteniamo “disumano” formare dei centri di detenzione di questo tipo che innalzano inevitabilmente la sofferenza psichica/psichiatrica delle persone, persone che nella maggior parte delle situazioni hanno già un percorso di vita complesso segnato da molteplici traumi. Siamo preoccupati per la qualità delle eventuali cure che potremmo dover erogare, trovandoci costretti ad operare in contesti di questo tipo. La salute mentale si basa su una cura bio-psico-sociale, la cui dispensazione del farmaco, rappresenta solo una piccola parte e non produce effetti curativi alla persona se non affiancata ad interventi di rete e tutela dei diritti dei pazienti (in primis il diritto di cittadinanza!).

 

In aggiunta, qualora le persone non vengano rimpatriate nel proprio paese, sussiste un rischio reale che vengano rimesse sul territorio, in una grave condizione di sradicamento ed abbandono, tale da richiedere altri difficili interventi, complicati da una mancata e idonea accoglienza, spesso non attendenti le aspettative sociali di controllo (si rammenta che con l’introduzione della legge 883 sul sistema sanitario nazionale, la psichiatria è divenuta territoriale, per operare nel contesto della persona, con l’obiettivo di favorire i percorsi di guarigione).

 

Tenendo presente quanto sopracitato, si chiede che non venga attuata la costruzione del CPR a Trento, poiché non potrà che portare ad un aumento delle problematiche da affrontare che avranno pesanti ricadute sul sistema sanitario, della salute mentale e sociale.

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