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Belluno
22 ottobre | 06:43

“Lo sci in Nevegal non ha futuro: è uno sport ormai praticato solo nelle grandi stazioni, ma il cambiamento climatico è troppo veloce perché la cultura riesca ad adeguarsi"

Ha ancora senso parlare di sci in Nevegal? Dopo l’ultima riunione sulla stagione invernale nella quale nessuno pare essersi posto dubbi sull’opportunità di continuare ad alimentare una stazione sciistica a così bassa quota, Il Dolomiti ha fatto il punto con Maurizio Dematteis. “A causa del cambiamento climatico lo sci da discesa sta diventando sempre più elitario, praticato solo nelle stazioni sciistiche maggiori a danno anche dei più piccoli, che non riescono a stare in piedi. Ciò si ripercuote su società e sci club locali”

“Lo sci in Nevegal non ha futuro: è uno sport ormai praticato solo nelle grandi stazioni

BELLUNO. Ha ancora senso parlare di sci in Nevegal? Dopo l’ultima riunione sul futuro della stagione invernale sul Colle, di fronte alla totale assenza da parte dei presenti di domande e dubbi sull’opportunità - a livello ambientale, economico e sociale - di continuare ad alimentare una stazione sciistica a così bassa quota, Il Dolomiti ha fatto il punto con Maurizio Dematteis, giornalista e scrittore che si occupa di temi sociali e ambientali e tematiche legate ai territori alpini.

 

“Il fenomeno è in forte cambiamento. A causa del cambiamento climatico - afferma - lo sci da discesa sta diventando sempre più uno sport elitario, praticato solo nelle stazioni sciistiche maggiori a danno dei più piccoli, che non riescono a stare in piedi. Ciò si ripercuote sulle società e gli sci club locali. Perciò o diventa una disciplina promossa dalla scuola come attività educativa o i club da soli non riusciranno a mantenersi, anche perché le famiglie faticano e sempre meno ragazzi vanno a sciare, per cui a lungo andare perdiamo quel pezzo di cultura”.

 

Un rischio, quello di perdere intere generazioni per il settore sciistico, evidenziato all’incontro anche da molteplici voci, tra cui gli stessi sci club ma anche maestri di sci e Federazione italiana sport invernali. “Non possiamo spostare altrove bambini di 5-8 anni e, se perdiamo il Nevegal, perdiamo anche loro”: questa la constatazione (qui), eppure l’assenza di neve sostituita da precipitazioni piovose anche in pieno inverno ha un peso sempre maggiore e, purtroppo, inevitabile.

 

“Il futuro - commenta Dematteis - va verso la chiusura di certe stazioni sciistiche. Pertanto anche lo sci club deve decidere se attrezzarsi e andare verso quelle più alte o trasformarsi in altro, promuovendo sport educativi diversi. Per i ragazzi dei comuni di media e bassa valle, l’unico modo per continuare a sciare è che scuola e centri educativi si prendano in carico la gestione dei club e li portino in alto, perché giù la neve non c’è più”.

 

“Cambia la realtà - aggiunge - e deve cambiare anche la cultura dello sport. Molte società sportive stanno già puntando su attività praticabili tutto l’anno, come bicicletta o trekking, perché se non nevica più non si può fare altrimenti. Inoltre lo sci sta venendo meno a livello anche culturale: una volta le piccole e medie stazioni sciistiche erano alimentate da persone provenienti da città di pianura e fondovalle. Ora il numero di italiani che in giornata salgono dalle città è diminuito, mentre crescono i turisti internazionali in alta quota: qui i numeri sono incredibili e dal turismo di massa si è passati a quello della globalizzazione. Nel mezzo, la cultura locale deve adeguarsi perché poco alla volta tutto ciò non farà più parte delle opportunità che il suo territorio offre”.

 

Eppure, per quanto tutto ciò non possa ormai che essere evidente, così come il destino dello sci a bassa quota (anche solo guardando le ultime stagioni in Nevegal), la consapevolezza nella sala era davvero poca, se non inesistente.

 

“Già tre anni fa - concorda Dematteis - girando Alpi e Appennini con il libro ‘Inverno liquido’ abbiamo notato questa stessa mancanza di consapevolezza nelle piccole e medie stazioni. Il cambiamento culturale che dovrebbe accompagnare quello climatico, infatti, è lento e, se una volta i fenomeni fisici legati al clima lo erano altrettanto, ora sono talmente veloci che non lasciano più tempo alla parte culturale di adeguarsi. Questo è un grandissimo problema perché tempi storici e tempi geologici si stanno avvicinando e noi non siamo abituati: nel giro di vent’anni stiamo vivendo fenomeni e sfide che in passato accadevano in un secolo, perciò facciamo molta più fatica. Non puoi semplicemente svegliarti una mattina e dire ‘bisogna cambiare’: va costruita una profonda consapevolezza, oggi assente non solo nei club, ma anche nelle amministrazioni, nelle imprese e in tutta la filiera che ruota attorno allo sci da discesa”.

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