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Trento
22 ottobre | 13:27

"Se vogliamo avere rapporti economici con l'Africa dobbiamo conoscerne anche la cultura: l'arte aiuta a vincere i pregiudizi, ma l'ottusità della politica spesso non giova"

Due artiste africane, due storie sulla condizione femminile e un progetto che vuole costruire ponti tra culture: il coreografo Roberto Castello racconta la nascita di "Bambu" e riflette sui pregiudizi verso l'Africa, denunciando gli ostacoli burocratici agli scambi culturali: "La serata avrebbe dovuto prevedere tre interpreti, ma due giorni prima dell'inizio, quando l'artista proveniente dalla Nigeria stava per ritirare il visto necessario per arrivare in Italia, questo le è stato negato, nonostante le condizioni fossero analoghe a quelle delle altre due artiste"

Se vogliamo avere rapporti economici con l'Africa dobbiamo conoscerne anche la cultura

TRENTO. "Dobbiamo uscire dal giudizio negativo che molti hanno nei confronti dell'altro, soprattutto dai pregiudizi verso gli africani, perché tutto questo non fa bene né a noi né a loro". Roberto Castello, coreografo e regista più volte premio Ubu, parte dalla cultura per affrontare una questione che è anche sociale e politica: il rapporto tra l'Italia e il continente africano, ancora segnato da stereotipi, diffidenze e ostacoli burocratici, "come quello che ha impedito a un'artista nigeriana di raggiungere il nostro Paese per partecipare alla tournée, dopo il diniego del visto".

 

La riflessione, nella lunga intervista concessa a il Dolomiti, introduce "Bambu", progetto di scambio culturale nato per costruire un ponte tra la danza e il teatro contemporaneo africano e i palcoscenici italiani, che giovedì 22 ottobre farà tappa al Teatro di Villazzano, nell'ambito del circuito danza del Centro Servizi Culturali Santa Chiara. In scena due assoli, Kizazi di Stéphanie Mwamba, dalla Repubblica Democratica del Congo, e Thin Line di Diana Odhiambo, dal Kenya: due lavori che, attraverso linguaggi artistici differenti, affrontano la condizione femminile a partire dalle esperienze personali delle interpreti, intrecciando tradizione e contemporaneità.

 

Ma "Bambu", spiega il coreografo, è anche il tentativo di ribaltare uno sguardo sull'Africa troppo spesso limitato alle migrazioni, ai conflitti e alle emergenze, per restituire spazio alla vitalità culturale di un continente e interrogare, allo stesso tempo, la nostra idea di progresso e il valore della conoscenza reciproca.

 

Roberto Castello, come nasce Bambu e quale obiettivo si propone?

 

Nel 2019, partecipando al festival Kinani di Maputo, mi sono reso conto che la dinamica era sempre la stessa: gli europei sceglievano come rappresentare se stessi in Africa e viceversa. Mi sono chiesto se non fosse possibile trovare un altro modo di fare le cose: ho così voluto creare un network di sei o sette direttori di festival e progetti che organizzano attività di danza e teatro in diversi Paesi africani. Sono loro a selezionare una serie di spettacoli da proporre a una rete informale di organizzatori italiani.

 

Come funziona concretamente questa collaborazione e quale risultato vorreste ottenere?

 

Gli organizzatori italiani scelgono i lavori ritenuti più adatti a entrare nella tournée che abbiamo chiamato Bambu, giunta ora alla seconda edizione. L'intento è mostrare che in Africa, non soltanto nelle grandi città, esiste una grande vitalità culturale di cui spesso non abbiamo contezza e, allo stesso tempo, permettere alle realtà africane di interagire con il panorama culturale italiano. Questo tour nasce proprio con la funzione di creare meccanismi di conoscenza reciproca.

 

Siamo abituati a raccontare l'Africa focalizzandoci su migrazioni, guerre ed emergenze umanitarie. Ma non attraverso la cultura: quanto pesa ancora la lente dell'esotismo nel nostro modo di guardare a questo continente?

 

Il problema della lente dell'esotismo si pone perché il colonialismo ha interrotto il naturale fluire di una storia culturale in continua evoluzione. Noi tendiamo a riconoscere l'africanità in quel preciso momento storico, mentre negli ultimi cinquant'anni le cose sono profondamente cambiate. Questo ha generato un grande interrogativo tra coloro che si occupano di cultura in Africa: come raccontare se stessi? Bisogna assomigliare agli autori europei oppure enfatizzare gli aspetti folkloristici ed esotici delle proprie opere? Ogni lavoro artistico risponde in qualche modo a queste domande, che però non hanno risposte definitive.

 

In questo senso, le culture africane possono suggerirci anche un modo diverso di interpretare la nostra società e la nostra idea di progresso?

 

C'è bisogno di un'arte che si basi sui pilastri filosofici ed etici delle culture africane. Si tratta di elementi fondamentali, che non si fondano su un libro contenente la parola di Dio, come avviene nella nostra cultura, ma su approcci etici alla vita che tendono a considerare il mantenimento dell'equilibrio molto più importante del miglioramento delle cose. Questo mette in discussione anche la nostra idea di progresso che, pur non essendo sbagliata, non è necessariamente intrinseca alla natura delle cose.

 

Un equilibrio che riguarda anche il rapporto tra esseri umani e ambiente?

 

Tutto deve inserirsi in un quadro di equilibrio, a partire dalle relazioni tra le persone, la natura e le cose. Sono culture che, attraverso questo sguardo, possono suggerirci strategie per uscire dalla nostra ossessione per la tecnologia e la modernità, che hanno prodotto danni enormi al mondo, come il cambiamento climatico. La seconda edizione di Bambu, nello specifico, porta in scena due assoli: Kizazi di Stéphanie Mwamba, proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo, e Thin Line di Diana Odhiambo, dal Kenya.

 

Veniamo al palcoscenico, che cosa si troverà davanti il pubblico e quali tematiche attraversano questi due lavori?

 

Due giovani artiste che parleranno della condizione femminile nei rispettivi Paesi: entrambe hanno ritenuto che la scelta più saggia fosse partire dalla propria storia, dalla propria condizione e dal modo di pensare se stesse all'interno del loro contesto sociale. Avremo quindi due riflessioni differenti sulla condizione delle donne in Africa, che prendono le mosse da storie personali molto diverse. Sarà questo il tema centrale.

 

Che cosa rende particolarmente interessanti questi spettacoli dal punto di vista artistico?

 

Credo che l'arte ci parli attraverso la lettura che facciamo della poetica e dell'estetica che gli artisti portano con sé: gli assoli di quest'anno sono molto interessanti dal punto di vista della scrittura e dell'organizzazione e sia negli intenti sia nella struttura dei lavori, ma anche nell'interpretazione, c'è qualcosa di tutt'altro che banale. Se li osserviamo con uno sguardo attento e rispettoso, abbiamo parecchio da apprendere: sono lavori che intrecciano parole, coreografia, musica ed effetti scenici. Uno è quasi un affresco, una narrazione, mentre l'altro, pur non avendo intenzioni mistiche, presenta comunque una dimensione di questo tipo.

 

La tournée avrebbe dovuto ospitare anche una terza artista, proveniente dalla Nigeria, ma il suo arrivo in Italia è stato impedito. Che cosa è accaduto?

 

La serata avrebbe dovuto prevedere tre interpreti, ma due giorni prima dell'inizio, quando l'artista proveniente dalla Nigeria stava per ritirare il visto necessario per arrivare in Italia, questo le è stato negato, nonostante le condizioni fossero analoghe a quelle delle altre due artiste, pur trattandosi di un Paese diverso. Anche questo episodio ci fa capire quanto ci sia ancora da lavorare sul tema della giustizia nei rapporti tra noi e alcuni Paesi africani.

 

Una curiosità, qual è stata la difficoltà più grande incontrata nel costruire un progetto così ampio di scambio culturale?

 

Sicuramente l'ottusità della politica, soprattutto quella italiana sulla questione dei visti, che non può certo essere giustificata con l'attenzione all'immigrazione irregolare. Quando i colleghi africani si confrontano con le rappresentanze italiane incontrano grandi difficoltà, ed è un problema del quale credo sia importante parlare: non è una questione politica, ma puramente gestionale. Spero che queste piccole e garbate provocazioni artistiche che portiamo avanti possano aiutare le persone in grado di influire su queste dinamiche a migliorare la situazione.

 

Difficoltà burocratiche che sembrano riflettere anche un problema più ampio nel nostro "rapporto con l'altro".

 

In fondo, pensare di costruire buoni rapporti umani con le persone che arrivano da altri Paesi è qualcosa che non può farci male, qualunque sia la nostra idea politica: penso che dobbiamo uscire dal giudizio negativo che molti hanno nei confronti dell'altro, soprattutto dai pregiudizi verso gli africani, perché tutto questo non fa bene né a noi né a loro. Anche la cultura è uno strumento fondamentale in questa prospettiva e dovrebbe essere sostenuta molto più di quanto non avvenga oggi. Un sassolino che mi tolgo? Basti pensare che questo progetto è finanziato esclusivamente dai teatri che lo sostengono.

 

L'Italia guarda all'Africa anche come a un interlocutore economico. Quanto è importante accompagnare questo rapporto con una conoscenza culturale reciproca?

 

La questione è semplice: vogliamo avere rapporti economici con l'Africa? Allora dobbiamo conoscere anche la cultura profonda dei Paesi con cui ci interfacciamo, credo sia un aspetto fondamentale. Questo meccanismo dovrebbe essere soprattutto bidirezionale, attraverso scambi culturali che favoriscano la conoscenza reciproca e coinvolgano in particolare le nuove generazioni.

 

Bambu è arrivato alla seconda edizione. Quali saranno i prossimi passi?

 

Alla fine del tour, che si concluderà il 4 novembre nella nostra sede a Capannoli, organizzeremo un convegno al quale parteciperanno tutti gli operatori africani che hanno collaborato alla realizzazione del progetto. L'idea è che le idee debbano circolare, che le persone debbano incontrarsi e parlarsi, facendo tutti uno sforzo per diventare più malleabili all'incontro e alla conoscenza reciproca. È un po' questa la filosofia del progetto: gettare semi che possano contribuire a cambiare qualcosa a livello sociale. Siamo consapevoli di non stare facendo una rivoluzione, ma certamente possiamo contribuire a mettere in moto dinamiche opposte a quella xenofobia razzista che oggi sembra dilagare a livello di consenso pubblico. Se questo fenomeno trova spazio è anche perché manca il rispetto che deriva dalla conoscenza delle altre culture. Senza conoscenza non può esserci rispetto, ed è proprio questa l'idea alla base del nostro percorso.

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