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Libertà per interposto attore. Brunello vince la sfida del copione ignoto

Al Portland il direttore artistico si è cimentato nell'interpretazione di un testo conosciuto solo un attimo prima dell'inizio dello spettacolo, senza regia e senza prove. L'esperimento  ideato dall'iraniano Nassim Soleimampour è il modo con cui l'autore è sfuggito al divieto di viaggiare impostogli dal regime. Si affida a chi anima la scrittura, pubblico compreso, in un gioco divertente, divertente e coivolgente. Un "teatro altro" che lascia il segno

Di Carmine Ragozzino - 28 ottobre 2019 - 14:22

 

TRENTO. Un raro caso in cui la sfida è tripla. Una sfida all’attore: gli si toglie ogni rete di protezione e lo si lascia libero di eseguire a suo modo  curiosi e rigidi “ordini” drammaturgici. Una sfida al pubblico: gli si toglie ogni consuetudine, ogni abitudine, impedendogli di nascondersi dietro il solo applauso o la sola risata.  Infine, una sfida a chi deve raccontare e semmai commentare ciò che ha visto, (la sfida al critico): gli si mette pochissimo inchiostro nella penna pregandolo di mantenere il segreto sul testo. Invitando ad esprimere nulla più delle proprie o altrui sensazioni.

 

 Allora non c’è altro modo per incominciare se non quello di ringraziare. Va ringraziato un autore iraniano – Nassim Soleimampur – per aver inventato la prosa senza posa di “White Rabbit, Red rabbit”.  Una prosa mutante: cambia colore ad ogni interpretazione anche quando lascia all’interprete una semi-libertà fortemente condizionata dall’assenza di prove, regia, orpelli o trovate sceniche.

 

 Va ringraziato il pubblico quando ci mette un niente nel passare dalla sorpresa, forse anche dal disorientamento, al contagio felice. È un protagonismo – quello dello spettatore – inimmaginato. Ma di corale e divertente coinvolgimento. Il pubblico di “White rabbit, Red rabbit”, nell’esperimento portato a compimento pochi giorni fa al Teatro Portland, era fintamente impersonale. Per ogni spettatore un numero. Per qualche numero una chiamata in correo con l’attore. Qui il primo mini miracolo. Altro che numeri: impacciata o sorprendentemente a suo agio con l’imprevisto, la personalità dello spettatore guadagna il palco. E rende un poco meno ostico il lavoro dell’attore.

 

 Ma l’attore? Beh, l’attore fa l’attore. Deve azzardare un carpiato dentro un testo che non ha mai incontrato – consegnato in busta chiusa un attimo prima dell’inizio - pur con lo stimolo di sapere che prima di lui mille altri attori, in tutto il mondo plurilingue, ci hanno provato.

 

  Può solo leggere il copione, l’attore. Ma la sua non può essere una lettura asettica: che attore sarebbe? Dunque grande, grandissimo sforzo. Dunque mestiere. Si legge una frase, un concetto, un ordine tra i tanti impartiti dall’iraniano che costruisce la sua storia rigo dopo rigo. Ma allo stesso tempo l’attore deve intuire il prosieguo. Deve giocare anche di anticipo, guadagnandosi tra una smorfia, un’intonazione e un po’ di linguaggio del corpo uno spazio di manovra in grado di marcare la differenza tra una lettura e il teatro. In teatro – si sa – si improvvisa anche quando non si improvvisa. E la qualità si misura nella sapienza del dosaggio tra aderenza al testo e aderenza al proprio singolare modo di vivere il testo.


 Andrea Brunello – il registattore che al Portland ha accettato l’esperimento teatral-sociale dell’iraniano avviando in solitaria la “Bella Stagione” della prosa civile – non deve essere stato del tutto comodo nei panni dell’ignaro.  In quei panni l’autore - spiazzante - lo ha costretto.  Ma nemmeno è sembrato a disagio. Brunello. Ai vestiti scomodi chi fa teatro si può e ci si deve adattare.

 

 Lo scatto? Il rapido mutamento anagrafico e geografico: non più Brunello che interpreta (e fa interpretare anche a parte del pubblico) il lavoro di Nassim Seleimanpour. No, sul palco sale proprio Soleimampur. Sta sul palco – l’autore - “dentro” Brunello. Così come è successo nei teatri di tutto il pianeta, grazie ad attori di fama e ad attori meno famosi ma affamati di misurarsi col nuovo e con l’originale, l’autore iraniano ha trovato un modo singolare si viaggiare.

 

 Ha saputo e voluto immaginarsi in Italia come negli States, in Oriente come in Occidente. Insomma, ovunque. Sì perché all’autore un regime anacronistico aveva sequestrato ogni valigia e ogni sogno di libertà, imprigionandolo senza prigione in una patria che ha potuto lasciare solo non molti anni fa.  Ma alla coercizione degli stupidi l’intelligenza fa sempre qualche scherzo. Lo scherzo di Nassim è l’ironia solo apparente di un testamento teatrale scritto in vita. Che prende nuova vita ad ogni rappresentazione.

 

 Cosicché Soleimampour ha viaggiato per interposta persona. Per interposta persona si è confrontato e continua a confrontarsi con contesti sociali agli antipodi dal suo. Anche per ricordare che il suo, di contesto, è politicamente triste.  Per interposta persona l’iraniano fa riflettere sull’esclusione sociale e politica, sulla sopraffazione, sull’autolesionismo umano dei “regimi”.  Un escluso – l’autore – che ha saputo trasformarsi in incluso. E’ incluso ovunque qualcuno apra la busta chiusa del suo testo e sveli come si possa narrare di faccende serissime sorridendo e facendo sorridere. Accade attraverso a conigli, orsi, corvi che imitano gli struzzi. In un circo in cui l’equilibrista volteggia in cerca di libertà senza staccare i piedi da terra.

 

 Andrea Brunello ha fatto la sua parte: un alter ego appassionato e convincente di Nassim.  Il pubblico s’è accorto del coraggio di Brunello nel rischiare un teatro “altro” anche per lui e per un Portland che dell’altro teatro fa caratteristica distintiva. Un teatro “altro” che non prevede repliche perché si smonterebbe il magico gioco dell’iraniano. Ma la soddisfazione resta. E resta forte. Sperimentare la libertà dai canoni è sempre utile. Anche in teatro.

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