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| 08 mar 2023 | 05:01

"Se in Italia manca la parità di genere è anche colpa del fascismo". Dal tetto del 10% di donne in azienda all'angelo del focolare, Filippi: "Escluse per razzismo biologico"

Dalla riforma Gentile che vietava alle donne di diventare presidi e professoresse nelle scuole alla loro esclusione dalla Magistratura perché "non potevano garantire 30 giorni di lucidità al mese avendo il ciclo mestruale", sono solo alcune delle discriminazioni che affondano le loro radici nell'epoca fascista. Per l'8 marzo vogliamo ricordare dove parte il gap di genere in Italia e perché è ancora così forte. Filippi: "Il fascismo voleva rimettere le donne 'al proprio posto' dopo la Guerra mondiale"

"Se in Italia manca la parità di genere è anche colpa del fascismo"
Foto (dx) tratta da: "Lottare per scegliere. Antifascismo, Resistenza e ricostruzione a Spilamberto" di Daniel Degli Esposti, 2018
di Francesca Cristoforetti

TRENTO. "Ancora oggi se non esiste una parità di genere è a causa della mentalità fascista che ci siamo portati dietro per anni". A parlare è lo storico Francesco Filippi, che per l'8 marzo, Giornata internazionale della donna, ha ricordato come durante il periodo fascista la figura femminile "fosse stata esclusa dal mondo del lavoro e confinata nel solo ruolo di madre". Strascichi che ancora oggi però la società si porta dietro.

 

Dalla riforma Gentile che vietava alle donne di diventare presidi nelle scuole alla loro esclusione dalla Magistratura perché "non potevano garantire 30 giorni di lucidità al mese avendo il ciclo mestruale", sono tante le misure discriminatorie che affondano le loro radici nel fascismo.

 

"Io riconosco due grandi 'filoni' - prosegue Filippi - innanzitutto il fascismo voleva rimettere le donne 'al proprio posto'. Durante la Prima guerra mondiale, con gli uomini impegnati al fronte, avevano assunto un ruolo fondamentale nell'economia, sostituendo i loro mariti, fratelli e figli nelle attività produttive. Il fascismo vuole invece riportarle a un ruolo 'ancellare', ricollocandole al focolare per procreare e diventare 'madri della patria'".

 

Uno dei settori con maggiore concentrazione femminile (e tra i primi a essere colpito) fu il mondo della scuola: "All'epoca le insegnanti erano molte - spiega lo storico -. Dal 1926 con la riforma Gentile fu vietato loro di diventare presidi per evitare che raggiungessero ruoli dirigenziali. Ma non solo, fu impedito l'insegnamento del latino e del greco al liceo classico e matematica allo scientifico, quindi le materie di indirizzo. Addirittura non potevano insegnare filosofia perché si pensava che non avessero un cervello adatto".

 

Fu proprio Giovanni Gentile, allora ministro della pubblica istruzione, a essere considerato uno dei personaggi che più di tutti "annullò i diritti della donna, forgiando e promuovendo l'ideologia del 'maschio italiano'". Il fascismo contribuì "a fare proprio e incorporare il patriarcato e a trasformare ciò che era pregiudizio in norma".

 

Inoltre nel 1938, ecco una legge anche per "porre un limite alle aziende con più di 10 dipendenti, stabilendo un tetto massimo di manodopera femminile che poteva arrivare solo al 10% ". Tutte leggi che ancora hanno "strascichi nel presente, considerando che lo Stato aveva cominciato a escludere le donne dal 90% del mercato del lavoro". Spesso la base era anche un "razzismo biologico": "Le figure femminili fino all'inizio degli anni Sessanta non potevano accedere alla Magistratura. Tra le motivazioni insensate, il fatto che il ciclo mestruale non potesse garantire loro 30 giorni di 'lucidità' al mese".

 

Secondo il Codice Rocco (modificato nel tempo ma ancora in vigore in Italia) la donna non era considerata un individuo. "Al suo interno per esempio erano inseriti anche il matrimonio riparatore e il delitto d'onore, aboliti soltanto nel 1981. Sotto il fascismo sono stati mantenuti proprio perché necessari per 'favorire la copulazione' - aggiunge -. Ricordiamoci anche che fino al 1996 lo stupro era considerato reato contro la pubblica morale. Solo da questa data in poi la donna diventa un individuo".

 

Accanto quindi all'esclusione della donna dalla vita lavorativa, Mussolini ridefinisce il suo ruolo nella società attraverso il suo corpo, "come grembo e incubatrice dei futuri italiani - dice Filippi -. Ma l''angelo del focolare' (e 'madre della patria') non è un soggetto con il pieno possesso dei diritti civili".

 

Paradossale però, ricorda Filippi, che "nonostante tutte queste politiche sotto il fascismo la natalità era diminuita, proprio a causa di un ventennio di impoverimento economico dovuto alla guerra e alla crisi".

 

Con uno sguardo sull'attualità le politiche sulla famiglia e sulla maternità annunciate dal nuovo Governo Meloni risultano essere di stampo "molto vecchio": "Conferire denaro alle donne perché partoriscano di più piuttosto che costruire strutture adeguate perché venga conciliata la vita famigliare e lavorativa, è un'idea molto antiquata - conclude Filippi -. Sono politiche già fallite con il fascismo".

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