"Il popolo Tuareg è nelle mie canzoni" la stella del desert-blues Bombino si racconta, dall'esilio all'amicizia con Jovanotti: "Senza una terra, la musica è diventata la mia casa"
Definito “il Sultano delle sei corde” Bombino sarà protagonista al Teatro Capovolto il 25 luglio e si racconta a il Dolomiti, dalla sua difficile storia personale all'amore per Jimi Hendrix e Mark Knopfler, fino alla musica che unisce storie, anime e culture: "È la mia arma pacifica: cerco di raccontare la storia del mio popolo, di mantenere viva la nostra cultura e di resistere al silenzio"

TRENTO. Grazie a delle vecchie musicassette è stato folgorato da Jimi Hendrix e Mark Knoprler, ed è riuscito a unire il blues rock con le sonorità dell'africa subsahariana, portando la lingua tamasheq nel mondo e trasformando la sua musica in "un'arma pacifica di resistenza culturale". Ma, soprattutto, è diventato a tutti gli effetti l'ambasciatore culturale, su scala internazionale, del popolo Tuareg. Definito “il Sultano delle sei corde”, la stella del desert blues Goumour Almoctar, in arte Bombino, farà tappa a Trento venerdì 25 luglio (21.15) al Teatro Capovolto, ed è pronto ad accompagnare il pubblico in quello che lui stesso definisce un viaggio sul crinale tra ritmo ed energia, ma anche all'insegna di momenti intimi ed emotivi (QUI BIGLIETTI).
Intervistato da il Dolomiti, in una chiacchierata "a cuore aperto", il musicista ripercorre la sua storia personale e artistica, intrecciate indissolubilmente: originario del Niger e cresciuto in una tribù tuareg alle porte del Sahara, per le grandi tensioni sociali ha dovuto abbandonare più volte la sua terra – che lotta da secoli contro il colonialismo e l’imposizione dell’Islam più severo – e ha saputo trasformare in arte la sofferenza sua e della sua gente. "Attraverso le mie canzoni cerco di raccontare la storia del mio popolo, di mantenerne viva la cultura e di resistere al silenzio – racconta – ed è un modo per dire: siamo qui, esistiamo, abbiamo qualcosa da dire".
Ma non solo, in modalità "fiume in piena" Bombino svela le origini "italiane" del suo nome d'arte, il legame con i suoi grandi maestri ispiratori, entra negli anfratti del suo ultimo album "Sahel" e racconta la sua grande amicizia con Jovanotti, "un caro amico, un vero artista e una bellissima persona". E infine, in un gioco di futuro, immagina come vorrebbe essere ricordato tra un secolo. Un piccolo spoiler? "Non solo per la mia chitarra".
Bombino, partiamo dal live che la vedrà protagonista a Trento. Ci svela qualcosa in più?
Le dico subito che il live sarà un viaggio. La gente dovrà aspettarsi molta energia, un ritmo sostenuto, ma anche alcuni momenti emotivi e intimi. La scaletta? Includerà diverse canzoni dell'album Sahel, oltre a pezzi di Nomad, Azel e Deran. Cercherò, insomma, di creare un ponte tra passato e presente, raccontando una storia completa.
Allargando il respiro, lei riesce ad unire il blues rock, e la chitarra elettrica, con le sonorità tipiche dell'Africa subsahariana. Quale il punto d'incontro?
A mio avviso non sono così distanti. Il blues viene dall'Africa, quando mescolo i ritmi del deserto con il blues rock ho la sensazione di chiudere un cerchio. La chitarra mi aiuta invece ad esprimere l'anima della mia gente e al contempo il "fuoco" che ho dentro. Insomma, non parliamo di una fusione, ma di una contaminazione.
Parlando di influenze, lei è sempre stato attratto dalle sonorità di Jimi Hendrix e Mark Knopfler. Cosa rappresentano per lei questi due artisti?
Li ho scoperti quando ero giovane e vivevo in esilio, ascoltando delle vecchie cassette. Jimi Hendrix rappresenta la libertà: il suo suono è come il vento e il fuoco. Mark Knopfler, invece, è molto preciso e al contempo molto emotivo. Entrambi mi hanno aiutato a comprendere che una chitarra, pur senza avere parole, può parlare.
Lasciando un attimo la musica, c'è un po' di Italia nel suo nome d'arte.
Esattamente. Bombino deriva dalla parola bambino: mi chiamavano così quando ero un ragazzino e suonavo la chitarra assieme a musicisti molto più vecchi di me.
E tra questi spicca il noto chitarrista Tuareg Haja Bebe.
Si, Haja Bebe è stato uno dei primi chitarristi tuareg che ho davvero ammirato, ed è stata la persona che mi ha mostrato come il nostro popolo potesse imbracciare questo strumento e renderlo proprio, nostro. Posso considerarlo, da questo punto di vista, un apripista.
A proposito del rapporto con la sua patria, a causa delle grandi tensioni civili ha dovuto forzatamente abbandonarla più volte. Come ha vissuto questa situazione e come l'ha proiettata nella sua musica?
Lasciare il proprio Paese, la propria casa, è sempre doloroso. Ma l'esilio porta inevitabilmente anche alla riflessione, e posso dire che la musica è diventata la mia casa quando non avevo una terra. Questo vissuto è presente in ogni mia nota: ho imparato a comprendere che l'identità non è solo un luogo, ma può essere anche un ricordo, un ritmo, un linguaggio che si porta con sé.
E difatti nei suoi lavori emerge il tema della lotta per la libertà, e la dignità, del popolo Tuareg. Considera la musica uno strumento di resistenza culturale?
Sì, assolutamente. La musica è la mia arma, ma è un'arma pacifica. Attraverso le canzoni cerco di raccontare la storia del mio popolo, di mantenere viva la nostra cultura e di resistere al silenzio. È un modo per dire: siamo qui, esistiamo, abbiamo qualcosa da dire.
Non è un azzardo dire che lei è l'ambasciatore culturale dei Tuareg nel mondo, come vive questo ruolo?
È una grande responsabilità, ma anche un onore. So che molte persone scoprono i Tuareg attraverso le mie canzoni, quindi cerco di essere onesto e di rappresentarli con dignità. La musica è un ponte: collega storie, anime e culture. Può mostrare quanto siamo diversi e quanto siamo simili.
E la grande sfida è l'aver portato ad ogni latitudine la lingua tamasheq. Come riesce a mantenere intatta la sua grande forza espressiva?
Anche se le persone non capiscono le parole, possono percepirne il significato. Il tamasheq ha una musicalità e una poesia che trasporta emozioni, e posso dire che a volte la musica parla meglio delle traduzioni. Sa quando mi rendo conto che il mio messaggio arriva? Quando le persone mi chiedono i testi delle canzoni.
Parlando del suo ultimo album "Sahel", è nato in un momento che ha visto il suo Paese travolto da grandi sconvolgimenti politici, con il colpo di Stato che ha aggravato ulteriormente un già fragile equilibrio.
È vero, quest'album è nato in un periodo molto difficile: il mio Paese stava soffrendo molto, e l'instabilità era dilagante. Ho scelto di registrarlo a Casablanca, ma sempre con il deserto nel cuore: con la consapevolezza che la musica porta con sé il dolore, ma anche la forza. È un riflesso di ciò che stiamo vivendo.
C'è una canzone intitolata “Aitma” in cui lei esorta la gente del deserto a unirsi in una lotta civile comune. Che messaggio che ha voluto lanciare?
Aitma significa “miei fratelli”, ed è un appello all'unità. Per molti anni il nostro popolo ha sofferto per la guerra, per la divisione e per l'oblio. Questa canzone è un invito a riunirsi: non con le armi, ma con dignità, con solidarietà. Siamo più forti quando siamo uniti, ed è proprio il deserto ad insegnarci che dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri.
Rimanendo sul tema dell'unione, i suoi concerti sono momenti di grande condivisione. Come percepisce la risposta del pubblico occidentale ad un genere così radicato in una cultura specifica?
Sono sempre sorpreso, in senso positivo, di quanto le persone "sentano" profondamente la musica, anche se non parlano tamasheq o non conoscono molto la cultura tuareg. C'è qualcosa di universale nel ritmo, nelle emozioni, nel suono di una chitarra. Credo che le persone vengano con il cuore aperto, ed è il quid che crea una bella connessione. Sul palcoscenico siamo tutti parte dello stesso ritmo, e non importa da dove veniamo.
Ci parli dei suoi progetti futuri, le piacerebbe registrare un album nella sua terra?
Sì, mi piacerebbe. Anche registrare di nuovo in Marocco, o in un posto vicino a casa. Quella terra dà un suono speciale: lo si sente nell'aria, nel silenzio, nella polvere. In questo momento sto scrivendo nuove canzoni, ma non so ancora che forma prenderà il prossimo album. Una cosa è certa, voglio che rifletta il viaggio che ci aspetta, e che rimanga fedele al luogo da cui provengo.
Facendo un salto indietro nel tempo, nel 2015 ha collaborato con Jovanotti ed è nata la canzone “Si alza il vento”: tra di voi è nato un legame profondo.
Lorenzo è un mio caro amico, un vero artista e soprattutto una bellissima persona. Diciamo che la collaborazione non ha contemplato solo l'aspetto musicale, ma anche il rapporto umano: è venuto a trovarmi in Niger e abbiamo trascorso del tempo insieme nel deserto, tra le dune, parlando e giocando. Insomma, condividendo la nostra vita: quell'esperienza ha creato un legame fortissimo tra di noi e "Si alza il vento" è frutto proprio di quel momento. È una canzone che contiene le nostre anime.
Prima di salutarla, un gioco di futuro: immaginandoci tra 100 anni, come vorrebbe che la gente ricordasse Bombino?
Se la gente si ricorderà di me, spero che non sia solo per la mia chitarra, ma per quello che la mia musica ha cercato di dire. Spero che sentano la libertà, l'amore per il mio popolo e un messaggio di pace. Voglio lasciare dietro di me un sentiero che gli altri possano seguire e che dica: anche nei tempi difficili, la bellezza può nascere e crescere. Insomma, che anche nel deserto la musica può fiorire.












