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| 10 mag 2020 | 06:01

Coronavirus, pochi tamponi nella fase più critica dell'epidemia e ora molti malati non saranno risarciti dalle assicurazioni

Una strategia, quella dei pochi tamponi, che si è rivelata sbagliata e che oggi ha ripercussioni anche di natura assicurativa e legale. Se Covid-19 non è stato certificato, non si può ricorrere all'assistenza del caso, nonostante le agenzie abbiano predisposto piani appositi e budget straordinari. Ci sono anche alcuni morti con sintomi riconducibili a coronavirus che però non sono stati certificati con tampone

TRENTO. "Io lavoratore autonomo riparto senza commesse, con le tasse che incombono, i debiti all'orizzonte e nessun risarcimento perché non mi hanno fatto il tampone'', questo il grido d'allarme di un artigiano trentino, un falegname, che fotografa il periodo di tante partite Iva. Una lettera che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, ma sono tante le persone che affrontano questa difficile situazione (Qui articolo).

 

Il lockdown mette a dura prova praticamente tutte le forme della società, compreso le attività produttive che si sono trovate costrette ad abbassare la serranda. Si mette ulteriormente peggio per le persone che hanno contratto il coronavirus, soprattutto se non sono stati tamponati.

 

E' il caso dell'esperienza pubblicata su Il Dolomiti, una ulteriore beffa legata ai pochissimi tamponi che la Provincia di Trento ha analizzato per tutta la prima fase dell'emergenza, quella più acuta, quella culminata il 26 marzo nelle accuse pubbliche del presidente Maurizio Fugatti all'Ordine dei medici che avrebbero chiesto "solo" il 18 marzo di cambiare strategia.

 

Un caso è per esempio quello registrato giovedì 19 marzo533 persone che avevano effettuato un tamponementre altre 324 avevano avuto contatti con le persone risultate positive e presentavano dei sintomi, ma non erano state sottoposte a questo controllo e sono state comunque conteggiate nel totale. Una scelta della Provincia in accordo con l'Azienda provinciale per i servizi sanitari. E se è vero che la lettera riporta quella determinata data, altrettanto vero è che da ben prima il personale sanitario nelle sue varie articolazioni aveva evidenziato le criticità in merito alla carenza di Dispositivi di protezione individuale e tamponi. A questo si aggiungono i decessi, come nelle Rsa, alcuni dei quali riconducibili a Covid-19 ma che non sono stati accertati mediante tampone (Qui articolo). 

 

Una strategia, quella dei pochi tamponi, che si è rivelata sbagliata e che oggi ha ripercussioni (anche) di natura assicurativa e legale. Se Covid-19 non è stato certificato, non si può ricorrere all'assistenza del caso. Questo nonostante le agenzie di assicurazione in realtà si siano dotate degli strumenti necessari per fronteggiare per quanto di competenza questa criticità. 

 

E' il caso, per esempio, di Itas Mutua, che ha stanziato un budget straordinario: 1,5 milioni di euro per il riconoscimento della copertura diaria da ricovero anche a seguito del contagio di coronavirus.

 

Non solo, il colosso trentino ha esteso questa misura anche in caso di quarantena domiciliare e viene riconosciuto un forfait straordinario. E' stata predisposta anche una "copertura in caso di morte" collegato a Covid-19. Ma c'è sostanzialmente un unico criterio per accedere a questi sostegni: il tampone risultato positivo

 

Un "banale" tampone che, però, diventa dirimente in quanto una "liberalizzazione" tramite semplici certificati o auto-certificazioni potrebbe aprire scenari difficili da gestire per le compagnie assicurative. Un'allargamento senza validazioni scientifiche da parte delle autorità competenti comporterebbe, infatti, il rischio di infrazioni in fase di controlli da parte degli enti preposti a livello nazionale e si potrebbe incorrere, perfino, nell'accusa di concorrenza sleale per cercare di conquistare clienti e fette di mercato se si allargasse la platea dei beneficiari senza criteri standard e chiari.

 

Insomma, se i compiti non vengono portati avanti bene, se le autorità che guidano l'emergenza agiscono in modo forse superficiale, il risultato è che a pagare il conto, alla fine, siano sempre i cittadini. Nelle settimane conclusive della Fase 1 e l'avvio della Fase 2 c'è stato, fortunatamente, un cambio di passo: i tamponi vengono fatti e il numero di test giornalieri eseguiti è abbastanza congruo (anche se restano poco chiari i criteri che vengono seguiti), ci si vanta (costantemente) che si è tra i primi della classe in questo senso. Una rotta, però, invertita forse tardi, ai tempo supplementari.

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