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Edilizia, crisi occupazionale. I sindacati: "In otto anni perso il 50% dei posti di lavoro"

Rispetto al 2008 perso quasi il 50% degli addetti e delle ore lavorate. Nel 2016 complessivamente 64 aziende hanno chiuso i battenti: un dato che rappresenta oltre il 44% del totale delle procedure concorsuali. Fimaa: "La maggior parte dei fallimenti nell'edilizia, un volano fondamentale per il Trentino"

Da sinistra a destra Gianni Tomasi (segretario Feneal Uil), Maurizio Zabbeni (segretario Fillea Cgil) e Fabrizio Bignotti (segretario Filca Cisl)
Di Luca Andreazza - 18 gennaio 2017 - 08:20

TRENTO. "Siamo davanti a una versa e propria emorragia di posti di lavoro nel settore dell'edilizia", queste le parole di Maurizio Zabbeni, segretario Fillea Cgil. Nulla di nuovo sul fronte occupazionale e nessun segnale di ripresa per l'edilizia trentina se si guardano i posti di lavoro.

 

In otto anni gli occupati del comparto si sono quasi dimezzati, passando dai 18 mila addetti nel 2008 a 9.500 nel 2016. "La situazione è davvero difficile - spiega Zabbeni -. Si registra un identico drastico calo anche sul piano delle ore lavorate. Rispetto agli ultimi 8 anni queste si sono ridotte del 50% scendendo da circa 2 milioni di ore lavorate a circa 1 milione. Il confronto fra il 2016 e il 2015 dice -5%, se si guarda indietro al 2014 la flessione è del -7%".

 

Negli ultimi due anni i dati della Cassa edile testimoniano un calo di lavoratori del 25%: questo dato significa che sono stati bruciati 2.000 dei 9.000 addetti.

 

E se il secondo quadrimestre evidenziava un buon momento per il mercato immobiliare e una timida ripresa, le imprese sono sedute: "Le contrattazioni fra privati sembrano volare – dice Severino Rigotti, presidente provinciale e consigliere nazionale di Fimaa - ma non bisogna illudersi che il comparto sia uscito dalla crisi. Il mercato edile è ancora fermo, non si vedono più gru a Trento e le imprese non lavorano”.

 

La salute traballante del settore edile è certificato anche dalle procedure fallimentari (145 chiusure totali), dove l’edilizia rappresenta il comparto maggiormente interessato: le imprese di costruzione o gli impiantisti, dichiarati falliti nel 2016, sono 46 a cui si aggiungono 18 società immobiliari. Complessivamente, quindi, 64 aziende che rappresentano oltre il 44% del totale delle procedure concorsuali considerate.

 

"Non si comprano più terreni - conferma Rigotti - e solo il 5% del +20% di compravendite del mercato immobiliare è rappresentato dalle imprese che immettono nuovi immobili sul mercato. Il turismo rappresenta il maggior indice di Pil in Trentino, ma subito sopo abbiamo l'edilizia che rappresenta un volano fondamentale per tutta l'economia provinciale. Timidi segnali di ripresa si sono registrati nel 2016 e negli ultimi otto anni abbiamo un +20%: speriamo di confermare il trend anche per il 2017".

 

Per le parti sociali, tra le ragioni della perdita occupazionale c'è sicuramente la pesante crisi economica che ha penalizzato fortemente il settore edile in tutta Italia e dunque anche in provincia: "Le aziende grosse tengono - prosegue Zabbeni - ma il Trentino è la cenerentola nel Centro Nord Italia e non escludiamo di occupare le ultime posizioni considerando la penisola nella sua totalità".

 

"Abbiamo pagato inoltre il prezzo di aziende poco strutturate - denunciano i tre segretari provinciali di Fillea Cgil, Maurizio Zabbeni, Filca Cisl, Fabrizio Bignotti e Feneal Uil, Gianni Tomasi - piccole e non competitive e di una profonda crisi di commesse. In altre parti del Paese qualcosa comincia a muoversi, mentre da noi tutto resta fermo anche perché la Provincia e gli enti locali, solitamente tra i principali committenti, hanno promosso una politica di drastica riduzione dei lavori pubblici, che sono calati del 60% nel 2016".

 

A questa situazione già complessa si aggiunge un ulteriore problema, la gestione della cassa integrazione legata al calo di commesse oppure a quella cosiddetta 'invernale'. Le modifiche normative introdotte dal Jobs act e alle nuove procedure messe in atto di conseguenza dall'Inps, le aziende preferiscono licenziare piuttosto che ricorrere alla cassa integrazione.

 

“C'è stato un oggettivo irrigidimento di questo strumento – ammettono i tre segretari - ma questo non può giustificare la reazione di molte imprese edili che ha prodotto un'accelerazione nei licenziamenti". Si stima che siano qualche centinaia i posti di lavoro persi per questa ragione e la Cassa edile ha già riscontrato un calo del 7,61% nel mese di novembre 2016 sullo stesso periodo dell'anno precedente.

 

Un dato che si traduce in 500 lavoratori dipendenti in meno iscritti in cassa edile. Nel mese di dicembre, proprio in relazione alla cassa integrazione, si evidenzia una grande corsa ai licenziamenti.

 

“Il referendum sugli appalti - spiega Zabbeni - sarà un passaggio fondamentale per ridare forza e velocità al settore nell'ottica di responsabilizzare anche le parti datoriali. Una legge di civiltà in quanto la burocrazia oggi è più pesante. La questione è che la nuova normativa ha prodotto una deresponsabilizzazione del sistema: oggi un imprenditore piuttosto che assumersi la responsabilità di ricorrere alla cassa integrazione per calo commesse preferisce licenziare. Il risultato è che a pagare il conto sono ancora e solo i lavoratori. Questa situazione di incertezza aggrava ulteriormente la crisi del comparto. Siamo passati ad una situazione di chiusura totale".

 

L'alternativa ai licenziamenti significa però lavorare in condizioni proibitive, che mettono a rischio la salute e la sicurezza negli ambienti di lavoro: "Ogni giorno - dicono le parti sociali - numerosi lavoratori contattano le sedi sindacali chiedendo se sia vero che non esista più la cassa integrazione come gli avrebbe spiegato il proprio datore di lavoro, costringendoli di fatto a lavorare anche a -10 gradi in cima ad un tetto innevato".

 

Nelle prossime settimane i segretari generali incontreranno le associazioni datoriali e i consulenti del lavoro perché sensibilizzino i datori di lavoro sulla materia e per arrivare alla definizione di protocolli d'intesa specifici. “Non è accettabile – insistono Zabbeni, Tomasi e Bignotti – che dopo la crisi alcuni imprenditori vedano nella rigidità dell'Inps una nuova opportunità per fare ulteriore pulizia all'interno delle proprie aziende di lavoratori indesiderati. Non si tratta solo di un problema che riguarda i lavoratori. E' importante che altre le associazioni di categorie e gli esperti in materia, convergano su questo tema per individuare insieme delle soluzioni”

 

Nelle scorse settimane i sindacati si sono già mossi e hanno incontrato la direzione regionale e provinciale dell'Inps per trovare una soluzione. "Ma non è stato sufficiente - commentano i segretari - gli addetti ai lavori riportano che quanto prospettato in sede politica non trova riscontro successivamente in sede tecnica".

 

"La strada da percorrere - concludono i segretari - è quella della delega sugli ammortizzatori sociali. Chiediamo all'assessore Alessandro Olivi di riattivare le commissioni paritetiche che valutavano i requisiti per il riconoscimento della cassa integrazione, che la legge ha abrogato, e di verificare l'agibilità massima che consente la delega, agendo anche sui requisiti di accesso all'ammortizzatore stesso. I lavoratori del settore edile non possono essere abbandonati a se stessi per la seconda volta: prima il crollo di investimenti pubblici e ora la rigidità della cassa integrazione. Tutto si scarica alla fine sempre sull'anello più debole della catena rappresentato dai lavoratori dipendenti. E' ora che il sistema Trentino si faccia carico seriamente della questione. E' necessario creare un sistema amico delle imprese, che le aiuti nell'attivazione dell'ammortizzatore e che, al contempo, eviti gli abusi, in ogni senso".

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