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| 21 ott 2022 | 20:28

“Il futuro dell’idroelettrico non è così roseo”, l’ex rettore di Unitn: “Un impianto per l’accumulo sfruttando il lago di Garda perché la retorica dell’autonomia non basta”

Davide Bassi plaude all’iniziativa presentata dalle minoranze per riportare sotto il controllo pubblico le centrali idroelettriche del Trentino ma avverte: “Bisogna considerare i cambiamenti climatici e serviranno investimenti importanti, anche gli ambientalisti dovrebbero rendersi conto che se vogliamo utilizzare efficacemente il solare e l’eolico dobbiamo dotarci di sistemi di accumulo di adeguate dimensioni”

di Tiziano Grottolo

TRENTO. In questi giorni le concessioni per le grandi derivazioni idroelettriche trentine sono tornate d’attualità: da un lato la Lega ha presentato un nuovo provvedimento per posticiparne la scadenza (ma che rischia di essere bocciato per l’ennesima volta), dall’altro le opposizioni (prima firma del Dem Alessandro Olivi) hanno studiato una proposta per riportare sotto il controllo pubblico le centrali idroelettriche.

 

In sostanza il ddl Olivi prevede di legare la prosecuzione delle attuali concessioni (fino al 2029 come vorrebbe fare la Lega) a due condizioni: la prima riguarda un piano di investimenti sulle infrastrutture e sulle reti, capace anche di aumentare il ricorso alle energie rinnovabili; la seconda prevede un graduale percorso di trasformazione dei soggetti concessionari in società interamente pubbliche in modo da garantire ai territori il controllo strategico dell’energia. 

 

Per approvare questa proposta però l’opposizione dovrà trovare un accordo con la Giunta Fugatti. In attesa di raccogliere un parere sul tema interviene (sul suo blog) l’ex rettore dell’Università di Trento Davide Bassi. “La proposta presentata dalle minoranze – commenta Bassi – va oltre la mera polemica politica e ha il merito di fare delle proposte concrete ma, ammesso e non concesso, che il Trentino si riappropri dei suoi impianti idroelettrici, saremmo solo a metà del guado perché il futuro degli impianti idroelettrici non è così roseo come potrebbe apparire a prima vista”.

 

Come ricorda l’ex rettore la maggior parte delle 34 centrali trentine sono state costruite nel secondo dopoguerra, si tratta di un patrimonio gestito attraverso 17 concessioni la cui scadenza è prevista nel 2024. “Dal punto di vista strettamente finanziario, una centrale idroelettrica potrebbe apparire come una sorta di ‘gallina dalle uova d’oro’, i costi di gestione sono essenzialmente legati al personale, alla manutenzione ordinaria e alla sostituzione periodica delle turbine”. Inoltre di notte, quando i consumi calano, alcuni impianti idroelettrici possono essere utilizzati come impianti di accumulo dell’energia, utilizzando l’energia elettrica che non viene assorbita dagli utenti per ripompare acqua nel bacino a monte.

 

“Purtroppo – sottolinea Bassi – questa visione idilliaca è messa a dura prova dai cambiamenti legati al riscaldamento globale. La progressiva riduzione delle precipitazioni nevose, oltre a mettere in crisi il turismo invernale del Trentino, ha un effetto diretto anche sulla produzione di energia idroelettrica”. Di certo le piogge scarse (come quelle di quest’estate) non aiutano gli impianti che danno il meglio con inverni nevosi e un flusso d’acqua (legato allo scioglimento della neve in primavera) costante.

 

“Purtroppo l’innalzamento delle temperature che sta avvenendo su scala globale sta avendo un grosso impatto sulle precipitazioni nevose, soprattutto sul lato Sud dell’arco alpino”. Un problema a cui il Trentino da solo non può far fronte. “Si possono certamente ottimizzare i sistemi di raccolta dell’acqua, riducendo le perdite, ma i margini di miglioramento non sono particolarmente elevati, soprattutto se la crescita delle temperature globali dovesse continuare secondo i peggiori scenari disegnati dai climatologi”.

 

Ma quindi gli impianti trentini sono destinati a perdere la loro rilevanza economica? Secondo l’ex rettore no, purché ci si adoperi per affrontare il problema a livello globale cercando di sfruttare le nuove opportunità. Fra le sfide principali quella che riguarda l’immagazzinamento dell’energia elettrica “che deve essere utilizzata subito dopo essere stata prodotta altrimenti finirebbe per disperdersi. L’alternativa – prosegue Bassi – è quella di immagazzinare l’energia prodotta in eccesso, restituendola alla rete nei momenti di maggior carico”.

 

Il fatto, evidenzia sempre l’ex rettore, è che i sistemi di accumulo basati su batterie possono essere utilizzati per realizzare efficaci impianti di dimensioni medio-piccole, ma non vanno bene quando si devono accumulare quantità di energia molto elevate. In futuro, si prospetta una crescita della domanda di accumulo anche perché non è scontato che le sorgenti di energia rinnovabile siano in grado di produrre energia quando la rete la richiede, allo stesso tempo le centrali nucleari producono quantità di energia anche quando la rete non la richiede. Inoltre è probabile che si dovrà far fronte all’aumento di auto elettriche.

 

“In questo senso – dice Bassi – la soluzione adottata dagli svizzeri, cioè impianta idroelettrica ottimizzata per rispondere 24 ore su 24 alle richieste di accumulo di energia, potrebbe essere di esempio per dare nuova vita ad alcune centrali idroelettriche tradizionali presenti in Trentino ed in Alto Adige. Tra l’altro, quando l’accumulo (e il successivo rilascio di energia) diventa la funzione primaria della centrale, anche i problemi generati da una eventuale siccità diventano molto meno critici”.

 

Per Bassi però il Trentino potrebbe pensare anche alla realizzazione di un nuovo impianto specificamente progettato per l’accumulo dell’energia, usando il Garda trentino come bacino inferiore: “Una tale proposta solleverebbe l’ira funesta di un esercito di ambientalisti, ma anche loro dovrebbero rendersi conto che se vogliamo utilizzare efficacemente il solare e l’eolico dobbiamo dotarci di sistemi di accumulo di adeguate dimensioni”. In questo caso però si parla di investimenti importanti. “Sarebbe stato un magnifico progetto da finanziare con il Pnrr, se qualcuno ci avesse pensato e in questo modo il Trentino avrebbe potuto offrire un servizio strategico per tutto il Paese. Quello di ridurre la dipendenza dalle forniture estere di metano e di altri combustibili fossili dell’Italia, peraltro, potrebbe essere un argomento spendibile per un’eventuale trattativa da fare con il Governo centrale”.

 

In altre parole per Bassi un’eventuale ritorno degli impianti idroelettrici sotto il controllo pubblico non basta per poter sostenere che il Trentino si sia dotato di una adeguata politica in termini di transizione energetica: “Bisognerebbe fare nuovi costosi investimenti e ci vorrebbe un approccio ad ampio spettro che non sia appiattito sul privilegio (forse destinato a non durare nel tempo) di disporre di impianti idroelettrici che oggi sono in grado di produrre energia elettrica a costi estremamente contenuti. Difficile dire se il Trentino sarà all’altezza del compito – conclude l’ex rettore – ma di certo non basterà fare ricorso alla retorica dell’Autonomia. Se ci sarà un progetto del Trentino, dovrà essere accompagnato dall’impegno di fare qualcosa di utile e importante anche per il resto del Paese. Occorreranno scelte politiche lungimiranti e coraggiose e strutture tecnico-scientifiche competenti, in grado di realizzarle”.

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