Iran, dal gas al petrolio i prezzi volano. Tabarelli: “Situazione critica, possibile toccare i 2 euro al litro”. Federconsumatori: “Famiglie e lavoratori rischiano duro colpo”
Dopo l'attacco Usa-Israele all'Iran, e la massiccia risposta della Repubblica Islamica, il settore energetico sta subendo pesanti contraccolpi: “Siamo già a livelli d'allarme – dice il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli –. Per benzina e gasolio ulteriori incrementi sono possibili nel breve periodo”. Dal Trentino al Bellunese, l'allerta per gli effetti su famiglie, lavoratori e imprese

TRENTO. Prezzo del gas raddoppiato, aumenti alle pompe e prospettive complicate – per usare un eufemismo – in vista delle prossime settimane, tanto a livello internazionale quanto locale.
L'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all'Iran ha rappresentato un vero e proprio terremoto sul fronte dei mercati energetici – e non solo: le borse hanno segnato perdite importanti anche in Europa negli scorsi giorni, prima dei rialzi segnati ieri – con il prezzo del gas che nella giornata di lunedì ha superato quota 60 euro al Megawattora al Ttf (il principale mercato virtuale di riferimento per lo scambio del gas in Europa), per poi scendere poco sopra ai 50 euro in chiusura e rimanendo sostanzialmente stabile nella giornata di ieri.
Il petrolio Brent ha toccato un picco di 85 dollari al barile in apertura di settimana – assestandosi poi poco sotto quota 80 – con un effetto diretto, come anticipato, sul prezzo di benzina e diesel alla pompa, dove i prezzi hanno visto aumenti di diversi centesimi al litro negli ultimi giorni: a livello nazionale la media ieri era di 1,69 euro al litro per la benzina e 1,75 per il diesel, entrambi in netto rialzo.
Rispetto al greggio e ai derivati però, spiega a il Dolomiti il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli, a preoccupare in questa fase è in particolare il gas: “Siamo già a livelli d'allarme – dice –: il Qatar conta sostanzialmente per il 20% delle forniture di gas naturale liquefatto (Gnl), sul quale l'Europa fa sempre più affidamento dopo la stretta sulle forniture russe”.
Negli scorsi giorni era arrivata la notizia dello stop alla produzione di gas del Qatar, tra i Paesi colpiti dalla rappresaglia iraniana e maggiormente interessato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, passaggio obbligato per le navi in partenza da quasi tutti i Paesi del Golfo.
Nel frattempo, dopo la chiusura di una delle più grandi raffinerie saudite, presa di mira da droni iraniani, arrivano notizie di tagli alla produzione del petrolio in Iraq – il Paese, spiega il Sole 24 Ore, dispone di una capacità di stoccaggio molto limitata e avrebbe avviato giù la chiusura di due grandi giacimenti.
Due sono in definitiva i Paesi che possono in qualche modo aggirare le difficoltà nel passaggio dello stretto di Hormuz: Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, a loro volta colpiti da missili e droni iraniani dopo l'attacco israelo-americano.
Per Riyad però l'alternativa è rappresentata dal Mar Rosso – minacciato dai possibili attacchi degli Houthi in Yemen –, per Abu Dhabi da Fujairah, poco lontano da Hormuz, dove un impianto petrolifero è stato interessato da un grosso incendio causato dai detriti di un drone iraniano intercettato in volo. Opzioni, in altre parole, non propriamente sicure.
La strategia di ritorsione iraniana, aveva spiegato al nostro giornale il ricercatore Ispi Luigi Toninelli, punta infatti a colpire il Golfo proprio per aumentare il 'costo' percepito del conflitto e spingere Washington a mediare. Per ora la scommessa sembra essere perdente, ma l'orizzonte temporale fissato da Trump per le operazioni – il presidente americano ha parlato di “4-5 settimane” – e il progressivo allargarsi del conflitto potrebbero effettivamente spingere i prezzi verso livelli toccati nel contesto della crisi energetica degli scorsi anni.
“La situazione è critica – ribadisce Tabarelli – e lo vediamo da come i prezzi del gas siano praticamente raddoppiati in appena tre giorni. Per quanto riguarda petrolio e derivati, non credo si possa escludere di raggiungere la fatidica soglia dei 2 euro al litro per la benzina. L'eventuale impatto sulle bollette sarà naturalmente più lento, visto che i prezzi vengono calcolati su medie mensili o bimensili; per benzina e gasolio ulteriori incrementi anche sui 20 centesimi sono però possibili nel breve periodo”.
Stando ai dati dell'osservatorio sui prezzi di benzina e gasolio del Sole 24 Ore – gli ultimi disponibili mentre scriviamo sono aggiornati alle 9 e 30 di ieri – il livello medio di costo al litro per la benzina e per il diesel in Trentino è pari rispettivamente a 1,719 e a 1,784 euro al litro – valori decisamente più alti rispetto alla media nazionale.
Una situazione di fronte alla quale qualcuno in Provincia prova a correre ai ripari con soluzioni particolari: il consigliere regionale del Patt Walter Kaswalder ha infatti rilanciato con una nota stampa l'idea di una “via trentina” per affrontare l'aumento dei prezzi del carburante: l'obiettivo, in poche parole, dovrebbe essere l'istituzione “di una misura di abbattimento dei costi alla pompa per i residenti delle Province di Trento e Bolzano, ricalcando un modello che nel vicino Friuli Venezia Giulia è realtà consolidata da circa 30 anni”.
Rimanendo sul territorio della Provincia autonoma, un appello è arrivato anche da Federconsumatori del Trentino: “Le tensioni internazionali – dicono – tornano a scaricarsi sulle bollette di famiglie e lavoratori. L'impennata delle quotazioni del gas sui mercati europei, con aumenti superiori al 39% e valori che sfiorano i 60 euro al Megawattora, riapre uno scenario che in Trentino richiama alla memoria la crisi energetica del 2022-2023. In assenza del disaccoppiamento tra prezzo dell'elettricità e prezzo del gas, l'intero sistema tariffario rischia di trascinare verso l'alto anche le bollette elettriche”.
A livello numerico, continuano: “Se i prezzi dovessero stabilizzarsi sui livelli attuali, una famiglia anche trentina che utilizza il gas per riscaldamento, acqua calda e cucina potrebbe subire un aggravio di circa 349 euro annui. A questi si aggiungerebbero oltre 100 euro medi annui per l'energia elettrica. In un territorio come il nostro, dove il costo della vita è già superiore alla media nazionale e dove salari e pensioni non hanno ancora recuperato il potere d'acquisto eroso dall'inflazione degli ultimi anni, questi rincari rischiano di comprimere ulteriormente i consumi e di ampliare le diseguaglianze sociali”.
In definitiva, chiude Federconsumatori: “Non è accettabile che ogni crisi internazionale si traduca automaticamente in un peggioramento delle condizioni materiali di chi vive di salario o pensione. L'energia è un bene primario, indispensabile alla vita quotidiana e alla dignità delle persone. Se non si interviene con decisione, il rischio è un nuovo arretramento sociale, con aumento delle morosità, contrazione dei consumi interni e un ulteriore indebolimento del tessuto economico provinciale”.
Il boom dei prezzi però allarma anche le imprese: la presidente di Confindustria Belluno Dolomiti, Lorraine Berton, ha parlato di un rischio “altissimo” di shock energetico per le aziende del territorio, in una situazione resa già difficile dalle politiche americane sui dazi che hanno colpito settori strategici, in particolare per il Bellunese, come l'occhialeria.
“Ancora una volta – dice Berton – le nostre aziende, particolarmente votate all'export, sono esposte. Oggi più che mai la manifattura va messa in sicurezza con azioni mirate a livello europeo e governativo”. Da qui la richiesta di Confindustria al governo di attivare una task force di emergenza per tutelare le aziende italiane da nuovi rincari e cercare soluzioni strutturali al problema dei costi dell'energia, definito da Berton “ormai cronico e insostenibile”.












