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| 16 marzo | 18:26

Iran, tra guerra e crisi energetica. Collini: "L'Ue rischia la trappola della stagflazione, prezzi su e crescita ferma. La soluzione? Il conflitto deve finire presto"

L'analisi dell'ex rettore di UniTrento, Paolo Collini: "La stagflazione viene spesso definita una 'trappola', perché una volta innescato il meccanismo è molto difficile uscirne. In altre parole: non sempre le problematiche a livello economico hanno una soluzione. L'economia si riaggiusta, nel tempo, ma c'è chi ne paga inevitabilmente le conseguenze"

TRENTO. Crescita bassa, prezzi in forte rialzo. A livello economico, l'unione di questi due fattori può determinare uno degli scenari più temuti dagli addetti ai lavori: la stagflazione

 

Si tratta, in altre parole, di una situazione nella quale a una spirale inflazionistica – normalmente legata a un contesto di crescita della domanda e quindi, almeno in parte, dei sistemi economici – si accompagna una fase di stagnazione – di crescita quindi modesta o pari a zero. Un circolo vizioso, spiega a il Dolomiti Paolo Collini, economista e già rettore dell'Università di Trento dal 2015 al 2021, nel quale in questa fase, di fronte ai pesanti effetti determinati in particolare sul mercato dell'energia dalla guerra scatenata dall'attacco israelo-americano all'Iran, rischia di inserirsi oggi l'Italia e l'intera Unione Europea – con tutte le pesanti conseguenze del caso

 

“Già in passato – dice Collini – davanti alle crisi petrolifere del '73 e del '79 ci siamo trovati ad affrontare periodi di stagflazione, spingendoci a rivedere alcuni assunti della teoria economica dell'epoca a partire dalla Curva di Phillips, che legava inversamente inflazione e andamento generale dell'economia. Oggi il rischio è grosso modo lo stesso: lo shock determinato dall'aumento dei prezzi del petrolio e del gas dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, un fattore esogeno, rischia di spingere l'Europa verso un contesto di bassa crescita e alta inflazione. Visti i dati macroeconomici dell'Ue, con una crescita ferma attorno al punto percentuale, non è impossibile immaginare addirittura una recessione accompagnata da prezzi in aumento. Una situazione che avrebbe ovviamente un forte impatto sulla capacità di spesa della popolazione”. 

 

A una riduzione della capacità di spesa seguirebbe poi un ulteriore calo della domanda interna, con un nuovo effetto negativo sulla crescita: “Ed ecco servito il circolo vizioso – continua l'ex rettore di UniTrento –. Il problema, da un punto di vista teorico, è proprio legato alla natura esogena dell'aumento dei prezzi, in particolare dell'energia. In una situazione tipica, l'aumento dei prezzi è legato a un eccesso di domanda: in altre parole, l'inflazione si accompagna a un contesto di crescita economica. In questo caso invece la crescita del costo dell'energia rischia di innescare paradossalmente un calo della domanda interna, per quanto i servizi legati al petrolio e al gas siano spesso necessari e quindi difficilmente comprimibili. L'elasticità dei prezzi del petrolio è infatti molto bassa nel breve periodo, aumentando invece parecchio nel medio-lungo termine”. 

 

A lanciare l'allarme su questo fronte era stato, negli scorsi giorni, anche il commissario europeo per l'economia, Valdis Dombrovskis, che analizzando le conseguenze della crisi in Medio Oriente aveva parlato a Euronews del rischio di uno “shock da stagflazione” per l'Ue – mettendo comunque in chiaro che l'impatto economico dipenderà ovviamente dalla durata del conflitto e dalla sua estensione. Proprio per cercare di assorbire parte dello shock, la scorsa settimana un gruppo di 32 Paesi Italia compresa – aveva concordato un rilascio straordinario di circa 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche nazionali. L'effetto della misura però, evidenzia Collini, non può che essere temporaneo.

 

Le riserve, prima o poi, finiscono – spiega l'economista –: il fattore principale rimane la durata del conflitto e del blocco dello stretto, i cui effetti sono ovviamente di portata globale: in generale, l'Europa fa molto meno affidamento sulle risorse in uscita dal Golfo Persico rispetto a molti Paesi asiatici. Ma gli effetti a cascata, naturalmente, raggiungono anche noi. E in un contesto di crescita stantia, scivolare in una fase stagflazionistica è come detto una possibilità concreta”. 

 

Secondo il Wall Street Journal, quello europeo è infatti uno dei mercati più colpiti dalla crisi energetica innescata dal conflitto in Iran: “Il continente – scrive il quotidiano americano – ha opzioni limitate, con i costi di finanziamento in forte crescita e debito pubblico a livello record in alcuni Paesi”. L'aumento dei prezzi dell'energia rischia in altre parole di spegnere le speranze per una crescita sostenuta dell'Ue dopo un lungo periodo di stagnazione: “I responsabili politici – scrive ancora il Wsj – si stanno affannando per fornire aiuti, ma le loro opzioni sono più limitate rispetto a quelle presenti durante l'invasione russa dell'Ucraina quattro anni fa. I costi di finanziamento erano inferiori allora, e le famiglie e le imprese europee avevano a disposizione fondi provenienti dai programmi di stimolo economico per la pandemia”. 

 

L'aumento dei costi energetici – un tema che colpisce in particolare l'Italia, dove le bollette sono sensibilmente più alte rispetto a partner europei come Francia, Spagna e Germania: il Dolomiti ne aveva parlato negli scorsi mesi con il presidente di Confindustria Trento, Lorenzo Delladio, e il presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli – minaccia inoltre di accelerare la deindustrializzazione, continua il quotidiano Usa, con le industrie ad alta intensità energetica spinte verso mercati con condizioni più favorevoli. A tutto ciò va infine aggiunto il maggior peso del commercio internazionale nell'Eurozona – dove rappresenta quasi la metà del prodotto interno lordo rispetto al 35% per la Cina e al 25% per gli Stati Uniti – e la sostanziale assenza di risorse energetiche interne

 

Di fronte a un quadro non certo rassicurante, inoltre, le opzioni per la Banca centrale europea non sono risolutive, dice ancora Collini: “La stagflazione viene spesso definita una 'trappola', perché una volta innescato il meccanismo è molto difficile uscirne. In altre parole: non sempre le problematiche a livello economico hanno una soluzione. L'economia si riaggiusta, nel tempo, ma c'è chi ne paga inevitabilmente le conseguenze”. 

 

A livello macroeconomico, lo strumento principale in mano alla Bce per cercare di raffreddare l'aumento dei prezzi è l'innalzamento dei tassi di interesse: “Così però – spiega ancora l'ex rettore di UniTrento – non si andrebbe a toccare il vero nervo scoperto, che sottolineo nuovamente essere esogeno: l'aumento dei costi dell'energia. Paradossalmente, invece, alzare i tassi potrebbe frenare la domanda di investimenti e quindi i fattori che agiscono sulla domanda interna, con un ulteriore effetto negativo sulla crescita”. 

 

Dall'altra parte, immaginare – per assurdo – un abbassamento dei tassi aprirebbe invece la strada a un'ulteriore accelerazione dell'inflazione: “Per questo parliamo di 'trappola'. L'inflazione andrebbe a colpire la platea dei redditi fissi e i risparmiatori: negli anni '70 il meccanismo della scala mobile, che legava l'adeguamento dei salari all'aumento dei prezzi, aveva fatto esplodere un circolo inflazionistico proprio in occasione delle crisi petrolifere. Oggi questo sistema non esiste più, ma a pagare il prezzo maggiore sono sempre le stesse categorie. Guardiamo per esempio allo shock seguito all'invasione su larga scala dell'Ucraina da parte delle forze russe: i contratti iniziano ad adeguarsi solo oggi, a quattro anni di distanza”. 

 

La Bce, dice Collini, dovrà comunque agire se l'aumento dei prezzi dovesse continuare: “La Banca centrale europea ha infatti ereditato, per così dire, dalla Banca centrale tedesca l'attenzione sulla stabilità dei prezzi, con l'obiettivo di mantenere l'inflazione attorno al 2%. Rispetto a crisi passate però, come quella del 2010, non è chiaro quale sia in questo caso la dottrina dominante a livello teorico. Nella crisi del 2010 per esempio, si seguì la lezione imparata dagli economisti dalla Grande depressione del '29: l'errore madornale all'epoca fu infatti la stretta sull'offerta di moneta dopo il crollo di Wall Street, che creò una vera e propria catastrofe. Sedici anni fa quindi, semplificando, si favorì una gigantesca immissione di moneta nel sistema, che riuscì a uscirne relativamente bene. Oggi però ci troviamo già a gestire un aumento dei costi dell'energia, con effetti a catena sui costi delle imprese, e alimentare l'inflazione con una immissione di moneta rischia di non avere un effetto significativo sulla crescita”. 

 

In definitiva, la speranza è che lo shock sia il più possibile temporaneo: “In altre parole quindi – conclude il professore – che la guerra finisca presto. I consumi energetici sono di loro natura incomprimibili, una piccola riduzione della disponibilità di materia prima si traduce quindi in grandi aumenti di costo finali. Negli anni '70, la riduzione delle forniture di petrolio fu del 7-8%, con un aumento dei prezzi di due-tre volte: oggi ci troviamo davanti allo stop dell'approvvigionamento di una quota di petrolio molto più grande a livello globale, circa il 20%, con un conseguente potenziale effetto sui prezzi molto maggiore”.

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