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| 16 set 2025 | 13:00

Dalle proteste in piazza al 'tradimento' di Djokovic, cosa sta succedendo in Serbia? "Fino a 320mila persone in strada ma Vučić non cede tra Europa, Cina e Russia"

Le proteste in Serbia, il 'tradimento' di Djokovic e le prospettive del Paese tra Europa, Russia e Cina: l'analisi di Massimo Moratti, corrispondente dalla Serbia per l’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

BELGRADO. Dai fondi cinesi al ruolo della Russia, da un sistema di potere autoritario, incardinato sulla figura di un uomo forte al comando fino al “tradimento” di una delle personalità più note – se non la più nota – del Paese.

 

Per un osservatore esterno sono diverse le direttive che s’intrecciano nell'analizzare la forte ondata di proteste che ormai da quasi un anno si susseguono regolarmente in Serbia, dove il presidente Aleksandar Vučić ha trovato di recente il suo ultimo “oppositore” nel famoso tennista Novak Djokovic – trasferitosi con la famiglia in Grecia, a quanto pare, proprio per le conseguenze del suo appoggio alle contestazioni.

 

Un intreccio nel quale chi manifesta – parliamo di un fronte molto ampio: ad una prima azione coordinata da parte della comunità studentesca si sono uniti nel corso dei mesi cittadini di ogni estrazione sociale – porta in piazza una serie di richieste molto chiare: trasparenza, stop alla corruzione, elezioni.

 

E mentre le azioni di protesta non accennano a fermarsi, un punto di svolta potenzialmente molto significativo si è registrato negli scorsi giorni, quando le ragioni dei manifestanti sono state accolte al Parlamento europeo durante un’audizione sul tema e il gruppo parlamentare dei popolari europei ha annunciato di voler rivedere la posizione del Partito progressista serbo (quello di Vučić) al suo interno Ma procediamo con ordine.

 

Il ‘caso’ Novak Djokovic

 

“Innanzitutto – spiega a il Dolomiti Massimo Moratti, corrispondente dalla Serbia per l’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa – va sottolineato che la notizia relativa alla ‘rottura’ di Djokovic con il presidente serbo era nell’aria da tempo, i giornali serbi ne avevano parlato qualche mese fa. Di certo però parliamo di un’evoluzione non da poco, vista l’influenza esercitata da un personaggio del genere sul fronte dell’opinione pubblica”.

 

Come anticipato infatti, quello che da molti è considerato il più forte tennista della storia si era schierato negli scorsi mesi dalla parte dei manifestanti, lanciando un messaggio di sostegno molto chiaro nei confronti di una ragazza rimasta gravemente ferita durante una contestazione.

 

“Non possiamo ovviamente sapere se non ci siano altre questioni alla base della decisione di Djokovic – continua l’esperto –. Quel che possiamo dire però è che il rapporto con Vučić, o perlomeno nei confronti del sistema di potere che guida in Serbia, in precedenza era stato buono”.

 

Un sistema di potere che ruota attorno al maggior partito politico del Paese – del quale Vučić è stato presidente fino a due anni fa –: il Partito progressista serbo. Si tratta di un movimento politico nazional-conservatore nato nel 2008 dalla scissione del Partito radicale serbo guidato dal mentore politico dell’attuale presidente, Vojislav Šešelj (condannato nel 2018 dal tribunale dell'Aja per l'ex Yugoslavia per crimini contro l’umanità durante le guerre balcaniche).

 

Il dramma di Novi Sad

 

Per tracciare le origini di questa storia bisogna però tornare indietro di quasi un anno, al novembre 2024, e spostarsi a un centinaio di chilometri dalla capitale serba verso Novi Sad, una città di quasi 400mila abitanti nel nord del Paese.

 

“A Novi Sad – racconta Moratti – il primo novembre dello scorso anno una pensilina della stazione è crollata, causando la morte di 16 persone. Quel dramma è stata la scintilla che ha fatto scattare le proteste”. La tragedia è stata imputata alla corruzione delle istituzioni serbe e molti studenti hanno denunciato una mancanza di trasparenza e di libertà nel Paese.

 

“La stazione – continua il corrispondente di Obct – era stata realizzata lungo la linea Belgrado-Budapest, un’opera della quale Vučić e Orbàn si erano vantati in diverse occasioni. I fondi per realizzare la stazione erano però arrivati dalla Cina nel contesto della Belt and road initiative, la nuova Via della Seta. Da Pechino sono quindi stati stanziati i fondi, da restituire con alti tassi d’interesse, che però secondo prassi del governo di Pechino sono andati a due grosse imprese cinesi, che hanno poi provveduto a subappaltare i lavori ad una miriade di ditte locali".

 

“E anche in quel contesto, hanno denunciato gli studenti in piazza, in mancanza di gare pubbliche sono di fatto state favorite realtà vicine al potere: in altre parole, gli amici degli amici”.

 

Le proteste

 

Come una miccia, il dramma di Novi Sad ha innescato la lunga serie di proteste che vediamo ancora oggi: “Subito è stata chiesta giustizia – spiega Moratti – e i manifestati hanno presto capito che le procedure per ricostruire l’accaduto non erano state trasparenti, portando a una presenza ancora più massiccia in piazza. A marzo di quest'anno si è arrivati a una manifestazione con ben 320mila partecipanti, la più grande mai organizzata in Serbia, e la protesta non ha toccato solo Belgrado ma l'intero Paese”.

 

Se inizialmente dalla piazza le richieste erano di fare luce sulla tragedia di Novi Sad, di sostenere programmi di riforma e di combattere la corruzione, nel corso dei mesi, quando è risultato man mano più chiaro che il governo e Vučić non avevano intenzione di cedere, i manifestanti hanno cominciato a chiedere sempre più insistentemente nuove elezioni.

 

“Costituzionalmente – spiega Moratti – il sistema serbo non è poi tanto differente dal nostro, almeno dal punto di vista formale. Nonostante Vučić sia stato eletto direttamente dal popolo, come presidente e le sue prerogative sono simili a quelle del Capo di Stato italiano: ciò nonostante, pur non avendo formalmente un ruolo esecutivo in Serbia si è formato un sistema che, di fatto, è basato su di lui. Parliamo di un paradigma autoritario simile a quello ungherese, nel quale il presidente, informalmente, ha voce in capitolo su tutte le sfere, giudiziario ed esecutivo compresi. E proprio questo è uno degli aspetti più criticati dagli studenti”.

 

Recentemente il processo sulla strage di Novi Sad – trasferito dall’autorità della procura ordinaria alla procura speciale che si occupa di corruzione e crimine organizzato – ha portato a diversi arresti dopo le dimissioni, negli ultimi mesi, di due diversi ministri dei trasporti. L’aspetto politico però, dice Moratti, è ormai prevalente.

 

Gli sviluppi e le prospettive

 

Il punto di svolta è rappresentato dai grandissimi raduni del 15 marzo scorso – nel corso dei quali, tra l’altro, le autorità serbe avrebbero utilizzato delle armi sonore per disperdere i manifestanti – quando a Belgrado è stata registrata la presenza di circa 320mila persone.

 

“La repressione da parte delle forze dell’ordine è man mano diventata più radicale – continua l’esperto – e in agosto diversi scontri anche importanti sono stati registrati nel Paese. Le autorità governative stanno infatti favorendo l’organizzazione di contro-manifestazioni e i gruppi in strada rischiano di scontrarsi”.

 

In ogni caso, la situazione non sembra prossima a una forma di risoluzione: “Anche in caso di elezioni sorgerebbero molti problemi. I registri di voto nazionali spesso non sono aggiornati e quindi c'è il rischio di manipolazioni, i media indipendenti sono pochissimi e la corruzione e l'intimidazione dei votanti sono fenomeni che vengono riportati ad ogni elezione. Di certo c’è che una conciliazione tra le parti ad oggi sembra impossibile, come impossibile sembra un ritorno allo status quo precedente alla tragedia di Novi Sad. Personalmente vedo due strade possibili: una progressiva repressione e uno ‘spegnimento’ forzoso delle proteste da parte del governo o delle elezioni. Se dovessero però nuovamente vincere le forze di governo sarebbe il definitivo game over per le rivendicazioni dei manifestanti”.

 

Le influenze estere

 

Da Bruxelles a Mosca, la situazione a Belgrado – un partner strategico per la Russia ma allo stesso tempo Paese candidato all’adesione all’Unione europea dal 2012 – è naturalmente tenuta sotto stretta osservazione anche dall’estero.

 

“Tra i manifestanti – racconta Moratti, che ha raccontato in diretta molte delle proteste degli ultimi mesi in Serbia – non si vedono bandiere Ue o movimenti a supporto dell’Unione. Le iniziative, alle quali prendono parte persone con riferimenti politici che vanno dall’estrema sinistra all’estrema destra, sono di fatto contro il governo e per la legalità. L’elemento centrale è però che in strada si manifesta per gli stessi valori che consideriamo fondanti dell’Ue: la trasparenza, la necessità di uno Stato di diritto, la libertà dei media e via dicendo. C’è quindi una convergenza assoluta in termini di valori. Il problema è che a livello comunicativo il processo di adesione all’Ue è stato gestito male, portando tra i manifestanti ad accusare Bruxelles di un atteggiamento do ut des con Vučić. In molti accusano le istituzioni europee di appoggiare il presidente serbo in cambio della fornitura di materie prime essenziali, litio in primis o della risoluzione di questioni spinose come quella del Kossovo per esempio”.

 

Proprio questa settimana però, come anticipato, si è registrata un’importante novità: “Il Parlamento Ue, che tra le istituzioni europee si è sempre dimostrato quella più a favore delle rivendicazioni delle proteste, ha tenuto un'audizione sulla Serbia dopo che la settimana scorsa Vučić aveva pesantemente insultato degli europarlamentari. Ora si ipotizza che il Parlamento possa prendere delle misure nei confronti del Partito progressista serbo, che sostiene il presidente. Inoltre la stessa commissaria per l'allargamento, la slovena Marta Kos, ha detto che 'a Belgrado abbiamo un problema'. Parole importanti che indicano un cambiamento di approccio". 

 

Dall’altro lato, sul fronte russo, le manifestazioni sono di fatto raccontate come una delle “rivoluzioni colorate” da parte del governo: “In pratica le si paragona a una sorta di Maidan. C’è grande attenzione sugli sviluppi da parte russa. Un paio di settimane fa Vučić ha incontrato il presidente cinese, Xi Jinping, e Putin a Pechino: a livello internazionale la sua è una posizione delicata, ha infatti bisogno dei fondi Ue ma politicamente si fa forte del sostegno di Cina e Russia”.

 

In questa fase, dice in conclusione Moratti: “Il rischio è che per tenersi a galla da un punto di vista interno, il sistema di potere serbo cerchi di creare confusione da un punto di vista sociale e politico in altri Paesi, in Kosovo per esempio o in Bosnia, per distogliere l’attenzione nazionale e internazionale da quando sta accadendo in patria. È già successo in passato e potrebbe succedere ancora”.

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