Contenuto sponsorizzato
Trento
12 luglio | 13:37

"Dazi al 30% all'Europa". L'annuncio di Trump, e ora? Schiavo: "L'Ue tratta ma guarda fino al Pacifico". Delladio: "Al lavoro per nuovi mercati, ma serve stabilità"

L'annuncio del presidente americano: "Dazi al 30% per l'Europa". Schiavo (Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento): “Trump aveva promesso 90 accordi commerciali in 90 giorni, ma di questi ne sono arrivati solamente 2”. Delladio (Confindustria): “Il danno maggiore in questa fase è rappresentato dall'incertezza. Senza avere una prospettiva chiara è difficile lavorare a nuovi investimenti”. Scartezzini (Liber Group): "Un dazio generale al 10% lo abbiamo già 'digerito', scossoni ulteriori potrebbero creare grossi danni"

TRENTO. Puntuale (o quasi), la lettera con la quale il presidente americano Donald Trump ha annunciato nuovi dazi all'Europa è arrivata: sul suo social, Truth, il tycoon ha annunciato tariffe del 30% per il Vecchio continente a partire dal 1° agosto

 

La conferma dei nuovi, altissimi, dazi americani è arrivata all'indomani di un'analoga misura nei confronti del Canada - con aliquote al 35% per tutti quei beni che non rientrano nell'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico - e ha messo nuovamente in allarme l'Ue, da mesi alla prese con una difficile negoziazione proprio in vista della deadline del 1° agosto

 

Nella lettera lo stesso Trump ha inoltre minacciato di "raddoppiare" le tariffe in caso di ritorsione, rendendo ancora più difficile e in salita la già complicata partita europea, mentre all'interno dell'Unione la speranza era di congelare le aliquote al 10%, tra posizioni sul negoziato - che bisognerà tra l'altro capire ora come portare avanti - più o meno morbide

 

Sullo sfondo intanto, quel che è certo è che il mondo dell'export – in particolare in Italia e Germania – attende una qualche certezza dai negoziati per poter ri-organizzare le proprie attività e reagire all'inevitabile impatto della guerra commerciale di Trump, che ad oggi ha già portato a tariffe nei confronti dell'Ue pari al 50% su alluminio e acciaio, al 25% sull'automotive e al 10% sulla maggior parte degli altri prodotti. Ma procediamo con ordine.

 

I negoziati, le posizioni interne all'Unione e l'inaffidabilità di Trump: “L'Ue guarda a un accordo di cooperazione con i Paesi del Pacifico”

 

Dopo il “Liberation Day” del 2 aprile scorso, nel quale il presidente americano aveva annunciato dazi nei confronti di decine e decine di Paesi in tutto il mondo, e dopo il caos seguito sui mercati internazionali, la deadline iniziale del 9 aprile era stata spostata di 90 giorni al 9 luglio.

 

Trump – dice a il Dolomiti Stefano Schiavo, direttore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento – aveva promesso 90 accordi commerciali in 90 giorni, ma di questi ne sono arrivati solamente due, con il Regno Unito ed il Vietnam”.

 

In altre parole, il tycoon si è reso conto che il processo necessario per siglare un accordo commerciale di queste entità è necessariamente molto più lungo (e complicato), e così la scadenza è stata portata avanti. “Lo scopo delle lettere – continua il professore – è di dare un ultimatum, ma le negoziazioni continueranno come sono continuate negli ultimi 3 mesi. L'obiettivo dell'Unione europea è di arrivare ad un accordo di massima per congelare le tariffe al 10% sulla maggior parte delle categorie di prodotti”.

 

Da parte europea le richieste principali si concentrerebbero su un aliquota più bassa in alcuni settori chiave, in primis la farmaceutica, i semiconduttori e gli alcolici: “Ma vista la postura di Trump – aggiunge Schiavo – sembra difficile. In ogni caso è probabile che vedremo un florilegio di tariffe relative a singoli settori, visto che in questo contesto il presidente americano può di fatto agire senza passare per il Congresso”.

 

Come anticipato però, di fronte agli annunci di Trump il fronte europeo non è unito nell'individuare la miglior modalità di risposta: “La discussione all'interno dell'Ue c'è – sottolinea il direttore della Ssi – la Francia per esempio ha una posizione più intransigente, per ribattere colpo su colpo a eventuali dazi, mentre Italia e Germania seguono una linea più morbida”.

 

Ancora una volta, il problema di base è relativo allo scarso capitale di fiducia di cui gode oggi la Casa Bianca, in particolare dopo il caso canadese: “Il governo canadese, su pressione americana, aveva deciso negli scorsi mesi di fare un passo indietro per quanto riguarda la digital tax, la tassa sui servizi digitali e internet che colpisce principalmente i colossi americani del settore. Nonostante abbia seguito quindi i desiderata di Trump, Ottawa è stata comunque colpita con dazi del 35%". 

 

Proprio per questo il timore è che in definitiva nessuna concessione possa essere abbastanza per la Casa Bianca, e che il presidente punti piuttosto a sfruttare in maniera scientifica le debolezze tanto dei partner - se ancora si possono definire tali - quanto degli avversari.

 

In particolare, la guerra commerciale del tycoon sembra oggi avere una duplice dimensione, interna ed esterna, a livello però politico più che economico: “Pensiamo al livello dei dazi al Brasile, minacciato con tariffe al 50% per il trattamento riservato all'ex presidente Bolsonaro. In questo caso parliamo ovviamente dell'utilizzo di uno strumento economico con un chiaro fine politico”.

 

Dall'altra parte, dice Schiavo, sul fronte interno il presidente americano ha bisogno oggi di mostrare un qualche risultato dopo la recente rottura con il presidente russo Vladimir Putin (“ci dice un sacco di stronzate”, parole di Trump): “La stessa dinamica sembra informare anche l'approvazione del 'Big beautiful bill', l'enorme taglio alle tasse firmato la scorsa settimana”.

 

Nel frattempo però, vista la sempre maggiore instabilità nei rapporti con i partner statunitensi, l'Unione europea sta puntando all'apertura di mercati alternativi: “Attraverso la Commissione – conclude Schiavo – si sta guardando con interesse a una possibile cooperazione nell'ambito del Comprehensive and progressive agreement for Trans-Pacific partnership, un accordo che coinvolge diversi Paesi nell'area del Pacifico (esclusa la Cina) e promosso dagli Stati Uniti sotto l'amministrazione Obama”.

 

L'accordo – che rappresenta l'evoluzione del Partenariato Trans-Pacifico, mai entrato in vigore a causa del ritiro degli Stati Uniti sotto la prima amministrazione Trump – coinvolge anche Regno Unito e Canada e l'interesse dell'Ue, dice Schiavo: “Potrebbe essere il sintomo di un interesse, da parte europea, di costruire un contesto nuovo per quanto riguarda l'ordine del commercio mondiale, una sorta di alternativa al Wto. Da un punto di vista strategico è sicuramente una delle evoluzioni più interessanti per quanto riguarda il l'Unione europea in questa fase”.

 

Confindustria: “Il problema principale è l'incertezza, con la Pat lavoriamo per diversificare mercati e sul fronte compensazioni”

 

Al di là però dei progetti e di un maggior peso che – si spera – l'Europa possa giocare in futuro, nella partita dei dazi ad oggi la speranza degli attori del tessuto economico italiano, e non solo, è che l'Ue si muova verso l'orizzonte del 1° agosto in maniera unitaria e decisa, negoziando in primis per uscire dall'impasse rappresentato dall'incertezza sul futuro

 

Come spiega infatti a il Dolomiti il presidente di Confindustria Trentino Lorenzo Delladio: “Ovviamente il ragionamento deve partire a livello italiano ed europeo, per trattare in maniera unitaria. Questa situazione si protrae ormai da mesi e anche solo questa incertezza causa forti danni a industrie e imprenditori”.

 

In altre parole: una cifra qualunque, ma certa, sarebbe perlomeno un dato dal quale partire per pianificare le prossime attività nelle varie filiere interessate – per quante certezze si possano avere con Donald Trump alla guida della Casa Bianca.

 

Ovviamente – continua Delladio – l'assenza di dazi e l'avvio, piuttosto, di trattative commerciali sarebbe la situazione ideale. Teniamo conto che anche un livello di dazi generalizzati al 10%, quello ritenuto più probabile nelle scorse settimane, sarebbe difficile da sostenere per diverse aziende”. A maggior ragione se alle tariffe, e alla conseguente crescita dei prezzi per i consumatori americani, si somma la situazione economica interna degli States: “Dobbiamo considerare anche il cambio – dice infatti il presidente di Confindustria –: il dollaro debole, rispetto all'euro, può aggiungere un impatto del 10-13% sui prezzi”.

 

Un euro più forte sfavorisce infatti le esportazioni del Vecchio continente, con prodotti più cari per chi li acquista in dollari e quindi meno competitivi negli Stati Uniti – dove non aiuta, tra l'altro, la leggera risalita registrata a maggio sul fronte dell'inflazione in particolare per alcuni dei settori più legati alle esportazioni europee: alimentare e automotive in primis.

 

“Per noi in ogni caso il danno maggiore in questa fase è rappresentato dall'incertezza. Senza avere una prospettiva chiara è difficile lavorare a nuovi investimenti, programmare nuove assunzioni”.

 

La stessa posizione che, come anticipato, a livello europeo sostengono due dei maggiori Paesi esportatoriItalia e Germania – e osteggiata invece principalmente dalla Francia. Una divisione che rischia di costare caro, letteralmente, nelle negoziazioni: “L'Ue ha in mano delle buone carte a livello commerciale – dice Delladio – e deve insistere su questo”.

 

E per quando qualche certezza effettivamente arriverà – per ora l'orizzonte temporale è appunto il 1° agosto – le priorità sono state delineate dal presidente nazionale di Confindustria, Emanuele Orsini, che ha parlato da una parte di “compensazioni per i settori più colpiti” e dall'altra della necessità di “aprire subito nuovi mercati”.

 

Sul primo punto, dice Delladio: “Abbiamo già chiesto all'assessore Spinelli di trovare un'eventuale, e sottolineo eventuale, soluzione se l'implementazione delle tariffe dovesse causare effetti molto importanti. Abbiamo in pratica chiesto un ulteriore intervento della Pat per evitare l'eventuale blocco delle aziende che esportano”.

 

Sul fronte della diversificazione dei mercati di riferimento invece: “Confindustria – conclude il presidente – con con Trentino export e l'aiuto della Provincia, sta lavorano per i suoi associati per puntare su altri mercati di riferimento che, in precedenza, non erano stati presi in considerazione. Una 'spinta' innescata dall'anomalia dei dazi americani che non ne livellerà certo del tutto l'impatto, ma aiuterà sicuramente ad attenuarlo”.

 

Il mondo del vino e la mancanza di alternative: “Con degli Stati Uniti d'Europa la situazione sarebbe diversa”

 

Non tutte le filiere possono però puntare in tempi rapidi a nuovi mercati di sbocco: “Nel mondo del vino ad esempio – ci spiega Marco Scartezzini, presidente di Liber Group, azienda nata a Trento e che da anni lavora nella vendita e distribuzione, anche negli States, delle marche più prestigiose di vini, distillati, birre artigianali e champagne – per vendere prodotti di qualità all'estero è necessario avere interlocutori che capiscano quello di cui stiamo parlando: è necessario un progetto a lungo termine per creare una cultura del vino”.

 

Un processo che da tempo si porta avanti proprio negli Stati Uniti, primo mercato estero per i vini italiani, ma che è stato alimentato da una serie di contesti difficilmente replicabili nel breve periodo: “In primis – spiega Scartezzini – dobbiamo pensare al grande lavoro 'sotterraneo' che hanno fatto gli emigrati italiani, che tra ristoranti e negozi hanno negli anni creato un terreno favorevole negli Stati Uniti per il Made in Italy, vino compreso. Il mondo dell'enograstronomia italiana in America è oggi in mano a cittadini americani, ma oltre ai nomi dei locali legati al Bel Paese, nella maggior parte dei casi si mantengono anche liste di vini italiani”.

 

E un aumento, anche leggero, nel livello dei prezzi alla fonte può avere effetti a catena molto pesanti: “Un dazio generale al 10% lo abbiamo già 'digerito' – continua il presidente di Liber Group – scossoni ulteriori potrebbero creare non pochi danni a un mondo, quello agricolo, di per sé fragile e sostenuto con tantissimi sussidi. Un nuovo aumento dei costi alla fonte provocherebbe una crescita dei prezzi molto più alta sugli scaffali dei supermercati americani, con effetti difficilmente prevedibili per quanto riguarda le abitudini dei consumatori statunitensi, particolarmente schematici e stratificati”.

 

In altre parole, per i vini che vanno per la maggiore Pinot Grigio, Lambrusco e Prosecco – il rischio è rappresentato dal possibile netto passaggio da una fascia di prezzo a un'altra, riducendo la platea di consumatori potenziali.

 

“A questo – continua – si aggiungono la particolare situazione economica americana, tra inflazione, dollaro debole rispetto all'euro e instabilità, oltre che un calo previsto fino almeno al 2030 per quanto riguarda il numero di consumatori di vino. Le compensazioni non sarebbero a mio avviso una possibile soluzione: soldi pubblici verrebbero utilizzati per sanare situazioni che, invece, necessiterebbero di programmi lungimiranti”.

 

La priorità, dice in conclusione Scartezzini: “E' la stabilità. Certo, se ci fossero degli 'Stati Uniti d'Europa' la situazione sarebbe diversa, anche al tavolo negoziale. I dazi americani puntano proprio a mettere in rilievo la frammentazione europea, puntando a destabilizzare il Vecchio continente”.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 11 maggio | 21:11
Calcio e tennis, tennis e calcio...in "Sarò Franco", la seconda puntata del podcast di Franco Bragagna su il Dolomiti
Politica
| 11 maggio | 20:00
Il bando di gara per il servizio di assistenza domiciliare è stato vinto da una cooperativa con sede fuori dal Trentino. Il Partito Democratico [...]
Cronaca
| 11 maggio | 19:15
Sergio Merz della Lipu sulla falesia di Oltrezengol: “Alcuni se ne fregano delle specie protette e vanno su. Non esiste più etica”. Rondone [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato